Storie
Così Renata ha preso a volare per conto suo.
Postato da Azioneparallela | 10:11 | commenti (11)
Avversative
Per esempio, l'onorevole X ha dichiarato al telegiornale: "E' vero che la continua richiesta di fiducia mortifica il Parlamento, ma il governo ha il diritto di portare avanti il suo programma".
Sono stato un po' a riflettere su cosa opporre al forte argomento usato dall'onorevole X. Finché ho pensato a qualcosa del genere (non so se vi convinca): "Il governo ha il diritto di portare avanti il suo programma, ma la continua richiesta di fiducia mortifica il Parlamento"
Postato da Azioneparallela | 15:16 | commenti (3)
La nostalgia che non serve pe il futuro
Postato da Azioneparallela | 22:56 | commenti (1)
Dinanzi allo specchio
Renata: - Ico, sto meglio così o... così? -
Enrico: - Così. Sembri più femmina -.
Postato da Azioneparallela | 09:46 | commenti (1)
E ora Obama dopo Grillo?
Postato da Azioneparallela | 22:40 | commenti (7)
La proposizione perfetta/11
"Gravi errori di metafisica sono dovuti al fatto di considerare il futuro come qualcosa che diventerà passato"
(Le altre proposizione perfette si possono ritrovare a partire da qui)
Postato da Azioneparallela | 23:09 | commenti
Freud e il tormentone musicale
Com’è che una cosa si ripete? Sembra facile: prima una volta, poi una seconda, e allora la cosa si sarà ripetuta. E invece non è tanto facile, perché le «volte» non si possono mettere così ordinatamente in fila: prima l’una, poi l’altra. La prima volta che una cosa accade, infatti, lì per lì non è ancora la cosa che è: se lo fosse, vorrebbe dire che è riconoscibile come tale; ma una cosa che è riconoscibile è una cosa che è già accaduta, che ritorna, che si ripete come la stessa cosa, non una cosa che accade per la prima volta. Dunque una prima volta non c’è mai per nessuna cosa.
Questa profonda verità speculativa, che mette in qualche imbarazzo i teologi - i quali hanno un gran bisogno nelle loro narrazioni di una prima volta - fa invece la felicità dei musicisti. Soprattutto d’estate, quando parte immancabilmente la caccia al tormentone musicale, alla canzone che non si sa bene in forza di quale misterioso meccanismo si impone all’attenzione di tutti, rimbalza alla radio, si scarica dalla rete, si ascolta al mare o in discoteca senza interruzione di sorta. Ma il mistero del meccanismo è presto svelato: l’uomo è un animale ripetitivo, e lo è da sempre. Lo è fin da quando, bambino, ha bisogno di una ninna nanna che lo accompagni dondolando nel buio e nel sonno. Grazie al motivo che ritorna, al ritornello che si ripete, il mondo attorno alla culla non apparirà più sconosciuto e imprevisto, ma confortevole e rassicurante quanto può esserlo ritrovare ogni volta un filo che mai non si interrompe e sempre si lascia riafferrare. Ecco, allora, che cos’è un tormentone: da una parte è un motivo commerciale, per lo più mediocre, di facile ascolto e di ancor più facile presa, quasi mai una pietra miliare della storia della musica; d’altra parte, però, nonostante la povertà del suo ordito musicale, il tormentone non è mai contenuto semplicemente in una formula, così che ad inizio di ogni estate si possa stabilire a tavolino, applicando meccanicamente la formula, quale canzone si installerà nel nostro cervello senza uscirne prima della fine delle vacanze. Se infatti una formula ci fosse, allora vorrebbe dire che si tiene già saldamente per le mani, fin dall’inizio, il filo che si tratta invece ogni volta di ritrovare - come il famoso rocchetto che il piccolo Ernst, nipote di Freud, lanciava lontano vedendolo ogni volta scomparire per poi trarlo a sé, facendolo nuovamente ricomparire. Ernst aveva solo diciotto mesi al tempo in cui lo zio lo osservava con tanta attenzione, ma anche se avesse avuto diciotto anni certo non lo avrebbe fatto desistere un parente - magari meno interessato alla sua psiche di zio Sigmund - che gli si fosse avvicinato per spiegargli quanto insulso fosse quel gioco, e come fosse facile ritrovare quel rocchetto che, lanciato lontano, rimaneva pur sempre legato al filo. Il fatto è che non si trattava di un gioco di abilità, ma solo di un determinato modo di scandire il tempo, di controllare le emozioni, e di inserire lungo il filo di una storia l’esperienza traumatica della separazione dalla madre, che il lancio del rocchetto, con il suo ritmo fatto di allontanamenti e avvicinamenti, metteva sempre nuovamente in scena. La coazione a ripetere, che spingeva il nipotino a giocare, spinge tutti noi a cercare il ritmo dell’estate, la canzone che funziona, il motivo che si impadronisce dei nostri pensieri appena smettiamo di pensare. E non è affatto strano che tocchi spesso a un ritornello banale un così alto onore, perché per l’appunto quel che ci cattura non è la riuscita artistica, la perfezione formale o la ricercatezza musicale, ma molto semplicemente un certo modo, il più semplice e a portata di mano, di far passare il tempo: il primo trauma che la ripetizione ci aiuta ad affrontare è infatti il tempo stesso, l’origine di tutti gli allontanamenti e le separazioni. È il piccolo insegnamento a basso costo che ci viene ad ogni nuova estate. Certo, si può sempre scegliere di vivere una vita integralmente autentica, che grosso modo significa: presa senza alcuna distrazione e senza facili accomodamenti in un’abissale vertigine, ebbra di nulla o di Dio. Allora la superficialità delle vacanze che milioni di italiani sono chiamati a inventarsi con un occhio assai prosaico al portafoglio apparirà intollerabile. Se però non siete di quelli che affrontano l’estate con lo sguardo supercilioso con cui taluni non solo disprezzano i motivetti di facile ascolto, ma guardano con malcelata commiserazione tutti gli altri che si affollano sulle spiagge o nelle sagre di paese, allora i grandi successi dell'estate fanno per voi. Il che tuttavia non significa, a pensarci, che non sia comunque il caso di leggere buoni libri o ascoltare anche della buona musica, tra un tormentone e l’altro
(Il Mattino).
Postato da Azioneparallela | 21:52 | commenti (2)
Situazionismo
A proposito del passo compiuto ieri, mancavo di dire che, per equilibrare, al mattino avevo acquistato Lotta comunista, che sotto la testata recita: Proletari di tutti i paesi unitevi. Organo dei gruppi leninisti della sinistra comunista. Opposizione proletaria all'imperialismo europeo e all'imperialismo unitario.
(Con un gesto altamente situazionista, ieri stavo per lasciare distrattamente il foglio nella sede del comitato di uno dei candidati alla carica di segretario del PD. Poi non ho avuto cuore, ma devo dire che l'analisi del risultato elettorale - "Il PD preso in contopiede dal nuovo interventismo di Stato" - condotta sulla base dei dati forniti dall'Istituto Cattaneo, era fatto molto bene e sarebbe potuta tornare assai utile).
Postato da Azioneparallela | 16:38 | commenti (1)
Insegnamenti metafisici
Enrico (a tavola, dopo avere seguito un certo spot): - Papà, ma che cosa ci vuole per fare il legno? -
Io: - Un albero -.
Enrico: - E per fare un albero? -
Io: - Un seme -.
Enrico - Eh? -.
Io: - Sì. Dal seme crescerà l'albero -:
Enrico: - E per fare un seme? -.
Io: - Un frutto-.
Enrico: - E per fare un frutto? -
Io (con tono di soddisfazione): - Un fiore! -
Enrico (insofferente e palesemente insoddisfatto per le continue risposte): - E allora per fare Dio? -.
Io: - Un altro dio? -.
Enrico: - E come ci fa a esserci un altro dio prima di fare Dio? -
Io: - Giusto. E allora come si fa? -
Enrico: - Dio non si fa. Dio esiste da sempre. Non hai capito, papà! -.
Postato da Azioneparallela | 16:30 | commenti (3)
Ora fatale
Stasera ho preso la tessera del PD. (A Baronissi, per ora siamo in nove)
Postato da Azioneparallela | 22:09 | commenti (8)
Ti odierò finché campo
Non ho avuto cuore di tradurre, ma una reazione così dura a una stroncatura io non l'ho mai letta:
Postato da Azioneparallela | 21:08 | commenti (1)
Rifare i conti con la Cina
La visita del presidente cinese Hu Jintao, dieci anni dopo la precedente visita di Jiang Zemin, segna una nuova tappa nei rapporti fra il nostro Paese e la Cina. Secondo l’ex ministro De Michelis, presidente del comitato strategico della fondazione Italia-Cina, la visita di Hu è «la ricaduta indiretta più importante dello svolgimento in Italia del G8». Bastano i numeri che il colosso economico cinese può vantare per rendere ben fondato questo giudizio. Fatti tutti i migliori auguri all’esito di questi incontri ad alto livello, che potranno solo intensificare scambi e cooperazione, rimane comunque il fatto che un alone di inquietudine politica e culturale continua a circondare il confronto con la Cina.
È così dal tempo dei viaggi missionari, nel ’600, quando i gesuiti che ripercorrevano i sentieri dell’antica via della seta giungevano al cospetto di una civiltà antichissima e stupefacente, con cui però era difficile trovare punti di contatto. Tornavano in patria dopo lunghi anni, riportando le «strabilianti ultime novità della Cina», e lasciavano gli europei divisi fra quanti si convincevano che si trattava dell’Impero del Demonio, che si doveva «distruggere per stabilirvi quello di Gesù Cristo», e quanti, invece, se non pensavano addirittura che Cristo e Confucio avessero insegnato le stesse cose, credevano tuttavia che la «filosofia naturale» dei cinesi, cioè la loro visione del mondo, non fosse troppo distante dalla nostra: non al punto che non si potessero trovare insieme le strade del reciproco rispetto e della reciproca comprensione. Il fatto è che oggi come allora non è semplice prendere le misure al colosso asiatico. Il terreno di confronto si è spostato dal piano culturale e religioso a quello economico e politico, ma le incertezze nella condotta occidentale permangono, tanto negli Usa quanto in Europa (e di conseguenza anche in Italia, spesso all’interno dello stesso schieramento politico). In effetti, finché le potenze europee hanno potuto sfruttare il vantaggio competitivo accumulato nel corso dell’800, dalla rivoluzione industriale in poi, la Cina non ha rappresentato un problema. Ma da quando quel vantaggio ha preso ad assottigliarsi, e le stime dimostrano che sotto molti aspetti va riducendosi fino a scomparire, il problema di un nuovo ordine mondiale che tenga conto della crescita economica cinese si pone in forma nuova. È difficile credere che pesi politici (e militari) non si ridefiniscano in conseguenza dei mutati pesi economici e finanziari. Ed è ingenuo assumere che il «miracolo» cinese e il conseguente ridimensionamento dell’egemonia americana possano avvenire senza mutamento alcuno entro la cornice, le regole e le istituzioni internazionali costruite dall’Occidente. Basti pensare al piccolo cenno che si trova nelle ultime dichiarazioni rilasciate da Hu al Corriere della Sera: «Vogliamo rafforzare i controlli sui mercati finanziari e promuovere la riforma sul sistema finanziario internazionale e, appunto, incrementare la rappresentanza e il diritto di parola dei Paesi in via di sviluppo». La domanda è allora: quanto della dottrina neoliberale che ha guidato la globalizzazione negli ultimi trent’anni (il cosiddetto «Washington consensus»), e che la crisi in atto ha già scosso, rimarrà immutato con l’inedita presa di parola dei Paesi in via di sviluppo guidati dalla Cina? E poiché, come diceva Schumpeter, i mercati finanziari sono «il centro di comando del sistema capitalistico», come escludere che avvengano mutamenti significativi dalle parti del «centro di comando»? Il filosofo francese Deleuze riconduceva la differenza fa la Cina e l’Occidente a quella che corre tra l’antico gioco orientale del go e gli scacchi. Gli scacchi sono un gioco di presa, di cattura: Bianchi e Neri si mangiano i pezzi avversari. L’ultimo ad essere catturato sarà il Re, e allora lo a partita avrà termine. Nel go, invece, si dispongono quietamente, una dopo l’altra, le pietre bianche e nere sulla scacchiera (il «goban»), allo scopo non di catturare e annientare l’avversario, ma di formare territori sempre più ampi, circondando o mettendo fuori uso le forze avversarie. Nella dottrina cinese ufficiale dell’«heping jueqi» - che più o meno vuol dire: emergere rapidamente ma pacificamente - c’è forse qualcosa della strategia di quell’antico gioco. Hu Jintao e i dirigenti cinesi non mancano da anni di rassicurare l’Occidente: nessuna corsa all’egemonia, all’uso della forza, agli armamenti, a una nuova divisione del mondo in blocchi contrapposti; ma nei territori che si scompongono e ricompongono sulla scacchiera del mondo, qualcosa, pacificamente ma rapidamente (e inesorabilmente), va cambiando.
Postato da Azioneparallela | 14:09 | commenti (2)
Cartine
Al termine di un lungo articolo in cui spiega come coi personaggi romanzeschi non si può scherzare Umberto Eco conclude che dunque, data l'irrefutabilità di asserzione del tipo: "Superman è Clark Kent (e viceversa)", si può concludere che "la funzione epistemologica degli asserti romanzeschi è che possono essere usati come cartina di tornasole per l' irrefutabilità di ogni altro asserto".
Usiamoli. Io dico: "Garibaldi aveva la barba". Eco mi spiega che di sicuro è un asserto dubitabile (basato com'è su fonti storiche, documentali, iconografiche, ecc. ecc.) e non su un'esperienza diretta irrefutabile, Ma se io capisco questa spiegazione, non vedo cosa aggiunga l'uso dell'asserzione tipo di Eco. L'uso dell'asserzione tipo di Eco mi serve piuttosto nel caso non capisca cosa mai voglia dire "irrefutabile". Allora Eco potrebbe dirmi:vedi questa proposizione? Questa è irrefutabile, la tua non lo è allo stesso modo.
Bene. E se io rispondessi: "Oh bella, tu parli di un mondo fittizio, e la tua è l'irrefutabilità di un'asserzione riferita a un mondo fittizio. Non sarà che il tuo asserto è irrefutabile perché riferito a un mondo fittizio? E perché mai "vero in un mondo fittizio" dovrebbe fungere da cartina di tornasole di ciò che vuol esser vero rierito a un mondo reale? Facciamo così: io chiamo "mangiassassi verde" quell'animale che vive sotto terra, mangia i sassi ed è di colore verde. Non ti pare ora irrefutabile l'asserzione che il mangiasassi è quell'animale che vive sotto terra, mangia i sassi ed è di colore verde? Serve a qualcosa ora l'assumere tutto ciò a cartina di tornasole di alcunché?"
Le cartine: non sempre c'è da fidarsi (e nemmeno delle asserzioni tipo di Eco, come ricorda Luca, che mi ha segnalato il suo articolo)
Postato da Azioneparallela | 11:15 | commenti (2)
Tra le colline senesi
"Non riesco ad abituarmi a come scende la notte"



