Babele
Babele
 
25/02/2009
E gli spruzzatori di brodino a distanza?

Le sottigliezze di cui si può dar prova nella discussione sull'alimentazione forzata sono veramente mirabili. Ecco l'ultimo esempio:

"Non è vero come dice Dario Franceschini che con questa legge sul fine vita si “impone l'alimentazione artificiale a una persona anche contro la sua volontà”. Si confonde il trattamento sanitario (che comprende anche l’introduzione di un tubo gastrico nello stomaco) con la somministrazione del sostentamento (che riguarda ciò che scorre nel tubo, una volta inserito). La legge infatti, senza modificare l’attuale prassi, prevede espressamente che “ogni trattamento sanitario è attivato previo consenso esplicito ed attuale del paziente prestato in modo libero e consapevole” (art. 4). Perciò se l’alimentazione del paziente dovrà realizzarsi attraverso un presidio artificiale, il paziente potrà rifiutare quest’ultimo e il medico sarà nell’impossibilità pratica di intervenire finanche per attivare l’idratazione e l’alimentazione del paziente".
Alberto Gambino (Ordinario di Diritto privato e Diritto civile all'Università europea di Roma)

Ora, poniamo il caso del cucchiaio. Il paziente non vuole il brodino. Il brodino gli tocca, ma lui può rifiutare il cucchiaio. (Perché mai qualcuno dovrebbe potere infilarmi il cucchiaio in bocca?) Se però il personale paramedico è così bravo da riuscire ad approfittare di miei momenti di rilassatezza, e per esempio riuscisse, mentre parlo, a lanciarmi spruzzi di brodino in bocca, in tal caso non si sarà determinata alcuna imposizione del brodo contro la mia volontà.
(Anche se confesso che non mi è del tutto chiaro come andrebbe considerato il caso dell'uso di spruzzatori di brodino a distanza)

Postato da Azioneparallela | 17:41 | commenti (5)

Wiederholung des Sinnes

Enrico: . E così l'accapacchiacani... -.
Io: - No, Enri: l'accalappiacani -.
Enrico: - E così l'appalacchiacani... -.
Io: No, Enri: l'accalappiacani -:
Enrico: - E così Il catturatore...-.

 

Postato da Azioneparallela | 11:53 | commenti (3)

23/02/2009
La buona logica di Panebianco

La forma di ragionamento che consiste nel dire: come gli uni, così gli altri, è molto comoda. Il solo fatto di praticarla sembra metterti dalla parte della ragione, o perlomeno della ragionevolezza – il che naturalmente non è detto che sia. Ad esempio (per riprendere un antico esempio): come ci sono gli uni per i quali deve essere assolutamente obbligatorio indossare e sfoggiare mutande a fiori rossi, così ci sono altri per i quali ognuno deve poter indossare a proprio piacere le mutande, non importa il colore dei fiori. Non direi che le due concezioni si pongono sullo stesso piano, fiorellini o non fiorellini.
Naturalmente, io stesso avrò praticata una tal forma di argomentazione chissà quante volte: è comoda, non c'è dubbio. Ma a condizione che si verifichi ogni volta se sia adatta al caso; o almeno che si rispettino standard minimi di correttezza argomentativa. Vediamo allora se gli standard siano rispettati dall'editorialista del Corriere, Angelo Panebianco. E dunque:
 
I fautori della «sacralità della vita», i neo guelfi, sbagliano di grosso a volere imporre per legge a tutti i loro valori (la sacralità della vita è un concetto privo di senso per chi non crede in Dio). Facendo ciò essi attentano a quel pluralismo degli orientamenti di cui solo può vivere una società liberale. Ma sbagliano anche i fautori della «libertà di scelta». Costoro la fanno troppo semplice, banalizzano in maniera inaccettabile il problema. Non è vero che essi si limitano a rivendicare un «diritto» che i credenti sono liberi di non praticare. Perché pretendendo una legge che riconosca quel diritto essi, per ciò stesso, intendono fare prevalere la loro concezione della vita e della morte, imporre il principio secondo cui la decisione sulla morte di un uomo è nell'esclusiva e libera disponibilità di quell'uomo. Un principio che non può non ripugnare ai fautori della diversa e opposta concezione.
 
Ora, non la voglio far lunga: non entro nemmeno nel merito; ma questo è un caso da manuale. Da manuale di logica, intendo. I fautori della sacralità della vita sbagliano, infatti: ma non perché lo dicano i neo ghibellini del partito opposto: sbagliano perché attentano ai principi di una società liberale. I fautori della libertà di scelta, invece, sbagliano perché quel che sostengono ripugna ai neo guelfi: non perché quel che sostengono attenta ai principi di una società liberale. (Si capisce che se fosse valido metterla in questi termini, sarebbe sufficiente che a me e a un gruppo di amici miei ripugni che Panebianco scriva queste cose, per mettere sullo stesso piano la nostra ripugnanza e il suo diritto). 
Ora, io sono disponibile a discutere all'infinito di questi temi, a mettere in discussione ogni genere di certezze, ma anche a tenere per valida qualche regola di buona logica.
 
P.S. Ciò detto, a me va di ragionare sui confini della politica. Ma per bene.

Postato da Azioneparallela | 21:42 | commenti (23)

22/02/2009
Chiarimento

Ho tempo di leggere solo il titolo del Corriere: "Casini rilancia al centro - Verso un partito della nazione -".
Ora rileggetevi il discorso di Veltroni a Spello, in apertura della campagna elettorale (cosa che m'è toccato di fare) e ditemi se quel discorso non era il discorso del segretario del partito della nazione.

Postato da Azioneparallela | 11:24 | commenti (2)

Cercasi

C'è un allegato. Lo scarico. Poi lo salvo. Se non faccio attenzione, finisce in automatico in una cartella preselezionata dal computer. Come diavolo posso ritrovarla non so. Perdonate l'analfabetismo informatico, ma è un'ora che ci provo.
Scarico di nuovo dalla casella di posta lo stesso allegato. Poi faccio 'salva con nome'. A questo punto faccio attenzione, e mi annoto tutto il percorso di cartelle che il computer preseleziona. E' il seguente: Disco locale (C) - Documents and Settings - Work - Impostazioni locali - Temporary Internet Files - Content IE5 - JVDPWZ3O. Il file viene dunque salvato in automatico in quest'ultima cartella, che ora devo ritrovare.
Vado dunque in (C), poi in Documents and Settings, poi in Work, poi in Impostazioni locali, e qui avviene l'inspiegabile. Tra le cartelle che stanno sotto Impostazioni locali non c'è Temporary Internet Files. Non si capisce perché. Ho controllato: il computer visualizza anche i file e le cartelle nascoste, ma niente: c'è Apps, c'è Dati Applicazioni, c'è Temp, ma non c'è la cartella che cerco (né c'è, in nessuna delle tre cartelle, il file che cerco).
Ora avete la possibilità di rendere un uomo felice: cercasi cartella, cercasi file, cercasi spiegazione di questo per me impenetrabile mistero. (Cercasi tutto il lavoro di questa sera/notte, insomma)

Postato da Azioneparallela | 02:16 | commenti (28)

21/02/2009
Fate voi

Quello che leggete nel post sotto, è l'attacco del mio pezzo per il Mattino; quello che invece vi metto qui è l'attacco dell'editoriale di oggi di Galli della Loggia. Un meme deve essere partito da Napoli verso Milano:

"E’ la sala della Pallacorda, non uno squallido hangar della Fiera di Roma, il luogo vero — vero perché definito dalla misteriosa verità dei simboli — dove si riunisce oggi l'assemblea del Partito democratico"

(Siccome siete pigri, vi metto anche il finale dell'articolo, che somiglia un po' di più:
"E dunque: l’Assemblea nazionale non sarà agitata da spiriti rivoluzionari. Il Padiglione della Fiera di Roma non avrà gli stucchi e gli arazzi di Versailles. Ma se non altro nel Pd il segretario è già caduto, mentre nel 1789 c’era ancora il re e non ne voleva sapere di farsi da parte. Per superare lo stallo e fare una scelta un po’ più netta e coraggiosa c’è bisogno perciò di molto meno di una rivoluzione: è sufficiente tornare a fare politica, discutere, decidere. E non solo ratificare. Se il partito democratico vuole davvero trovare la sua identità, i delegati dell’assemblea nazionale possono cominciare a cercarla da domani").

Postato da Azioneparallela | 11:22 | commenti (2)

20/02/2009
Leader vero e subito (ovvero: della Pallacorda del PD)

Il paradosso del partito democratico, il rebus della sua sempre più misteriosa identità, sta tutto qui: non si possono convocare le assise massime del congresso, perché lo statuto ha reso troppo macchinose le procedure necessarie, e perché le elezioni europee sono alle porte (e perché il tesseramento è a sua volta un rebus non ancora sciolto, aggiungerei), ma è possibile convocare in tre giorni un'assemblea nazionale che porti a Roma ben tremila persone, membro più membro meno, a cui affidare un compito poco più che notarile: quello di assegnare la reggenza del partito al vice-segretario Dario Franceschini, come soluzione ponte in vista del congresso d'autunno. In realtà, nessuno ha mai visto affidare a una riunione di tremila persone l'onere di una semplice ratifica. E nessuno sembra sospettare che cosa significhi, nel momento attuale, dare la parola a tremila persone perché affrontino una discussione che nei contenuti non può non essere impegnativa, ma di cui però si pretende di predeterminare l'esito. Se invece sabato i tremila convenuti trovassero una sala della Pallacorda in cui giurare di non separarsi più e di non sciogliersi finché il partito democratico non sarà stato stabilito e posto su salde fondamenta, come fecero nel 1789 i rappresentanti del Terzo Stato, dando il segnale della rivoluzione, forse il partito potrebbe trovare il modo di risollevarsi.
(continua su Il Mattino, dopo le 14)

Postato da Azioneparallela | 04:26 | commenti (7)

19/02/2009
Astensione

(E mentre il PD sta lì che riflette e medita, la Commissione Sanità del Senato vota il DdL Calabrò come testo base. Ignazio Marino vota contro (insieme ad altri cinque), Dorina Bianchi, che ha sostituito Marino come capogruppo del PD, si astiene (insieme ad altri due). La "posizione prevalente" del PD in materia di testamento biologico sembra dunque essere, numeri o non numeri, quella di astenersi).

Postato da Azioneparallela | 14:02 | commenti (3)

Neanche se dici burzocco

Quando ero piccolo, quella del titolo era forse tra le frasi che sentivo più spesso. Era il no più inamovibile che potesse venire da mio padre. Non che la parola 'burzocco' avesse qualche magico significato, ai miei occhi (e alle mie orecchie), ma dava bene l'idea che nessun argomento avrebbe potuto smuovere mio padre: non solo quelli sensati, ma neppure quelli insensati.
Ci si poteva convincere a poco prezzo di un'evidenza, che la vita pubblica conferma a ogni passo: che spesso hanno corso e sono più forti le insensatezze rispetto alle poche cose sensate che uno riesca a dire. (In realtà, poi, dedicandosi allo studio della filosofia, uno poteva anche farsi venire il sospetto che 'burzocco' funzionasse un po' come l'id quo maius cogitar nequit della prova di Anselmo. L'intenzione con la quale si significava l'iperbole di ogni possibile richiesta di senso era più o meno la stessa).

Neanche se dici 'burzocco': io sono convinto che Walter Veltroni abbia guidato il partito democratico un po' così. Tutti vedono il lato del 'ma anche', il lato per il quale, incapace di dare una rotta determinata al PD, Veltroni finiva col voler tenere tutto insieme (così ad esempio Stefano Menichini su Europa). Io invece trovo che lo stile della sua risposta fosse un po' come quello di mio padre, sensate o insensate che fossero le richieste degli elettori, della base, dei dirigenti del partito: il punto vero (e con esso l'identità del PD) si collocava ben al di là del passato brutto e cattivo, oltre le tradizioni di provenienza, oltre gli schemi dei vecchi partiti, oltre le forme tradizionali di organizzazione, oltre lo schema destra/sinistra, oltre l'età anagrafica, oltre la militanza, oltre le appartenenze, persino oltre la possibilità di dire 'burzocco'. Così oltre che nessuno ha mai saputo dove fosse, e come quindi andasse argomentato.

(A onor del vero, mio padre scherzava. E per lo più usava quelle parole - soprattutto negli ultimi anni - per respingere qualunque richiesta di spostarlo di qualche millimetro quadrato dalla sua sedia, dalla sua calcolatrice, dai suoi fogli. Un'irremovibilità che magari).

Postato da Azioneparallela | 10:36 | commenti

18/02/2009
Quando vedo lui (Se penso)

"Quando vedo lui, Veltroni D'alema e Rutelli mi sembrano tre tinche sul palcoscenico della politica.
Quando sento parlare lui, mi sembra che le poche, quasi povere parole che spende siano una moneta garantita al cento per cento da una riserva aurea di realtà e di vita.
Quando penso che Gramsci è di Ales e Berlinguer di Sassari, la mia speranza che prenda in mano le sorti dell'opposizione mi sembra avvalorata da una predestinazione.
È di Renato Soru che parlo (Santuri, 1957): con lui rinascerebbe questo povero paese al tramonto e tramortito.
Volesse il cielo che le tre tinche lo capissero".
E avesse voluto il cielo che anche i sardi.
(Patrizia Valduga sul supplemento D di Repubblica, sabato. Letto con il dovuto ritardo).

Postato da Azioneparallela | 17:04 | commenti (4)

17/02/2009
Nonostante Sanremo

Mi spiace per Bonolis, che ha pure origini salernitane, ma nonostante Sanremo Red Tv mantiene la sua programmazione del martedì, e manda in onda Alberto Moreiras

Postato da Azioneparallela | 19:45 | commenti (3)

Sul significato del significato della fame

Torno sull'articolo scritto per Left Wing, Il significato della fame, a motivo delle considerazioni di G. (via mail). Di seguito la mia risposta:

G.:
Sulla vitalità della povera Eluana [nelle condizioni che hanno preceduto il distaco del sondino naso-gastrio] non solo la Chiesa, ma nessuno sa dire nulla. In questo la sconfitta dei laici, così come della scienza, è radicale tanto quanto quella della Chiesa: della povera Eluana che fu, nessuno può dire se fosse ancora viva o già morta. E quindi il tuo ragionare di fame e di sete finisce per essere sofistico: Ruini non potrà dimostrare che Eluana fosse in grado di sentire fame o sete; ma tu non puoi dimostrare il contrario, e torniamo alla casella 1.

M. (cioè io):
Ci deve essere un equivoco di fondo [...]. Io so dimostrare che cos'è fame e sete in tutti gli usi ordinari del linguaggio. La pretesa (non direi sofistica, ma diabolica: da genio maligno cartesiano), di avere un filo conduttore più robusto di quello che ti è offerto dalla vita che vivi ti getta nella situazione di dubbio très métaphysique in cui nessuno sa più dire nulla: né Ruini né io. Se la mia è fame (e questa mia in realtà non è una fame individuale e privata: sto usando Husserl e Wittgenstein, per capirci), quella di Eluana non lo era. Naturalmente, questo è solo uno schema, che quindi semplifica e banalizza, nulla di più. Ma il punto fondamentale (a cui dovremmo tenere un po' di più, a parer mio) è: non c'è altro modo di dare senso alle parole, che non sia attingerlo là dove hanno senso. La colonizzazione dei mondi vitali da parte della scienza è tale, per cui neppure tu confidi su ciò che sai, per dire cosa sia fame (e uomo e vita). E' fame, quella che senti? E' vita, quella che vivi? O credi che sia solo un'apparenza di fame (e di vita), e aspetti di sapere dalle analisi cliniche se i livelli di glicemia siano tali che si possa parlare di fame (o dalla biologia di tuo figlio di sapere se devi amarlo)? Il genio continua la sua opera. E perché sia evidente il disastro, ti invito a considerare che se io ti obiettassi: ma come fai tu a sapere che io ho fame, quando ho fame (e persino: come faccio io stesso a non ingannarmi quanto al fatto che ho fame), la risposta migliore dovrebbe essere, in coerenza con quanto dici: me lo dice il livello di glicemia. Parla per me il livello di glicemia. A te va bene, che sia così? Eluana non poteva certo dire in prima persona di aver fame, ma poteva dirlo la comunità degli uomini che hanno fame. Si può credere quel che si vuole, ma un'istituzione come quella ecclesistica, con la teologia, la filosofia e l'antropologia che si ritrova alle spalle, dovrebbe pensarsi cento, mille volte prima di lasciare che sia la scienza a dare significato all'aver fame, in mancanza della voce di prima persona che lo dica. 
Naturalmente, nulla di male se lo scienziato pensa così. Fa il suo mestiere. Molto male è lasciare che quello della scienza sia l'unico discorso su ciò che è (fame). Questo è il punto. Io invece ho una fenomenologia della percezione, e la ritengo persino più fondamentale di qualunque sustruzione scientifica. (E posso persino provare a spiegare come 'funga' anche nei discorsi della scienza, che per spiegare cos'è fame devono perlomeno presupporre quella percezione di fame che debbono appunto spiegare).

Postato da Azioneparallela | 10:01 | commenti (5)

16/02/2009
Fama

Alle 15.45 prendo Enrico a scuola. Togli il grembiule metti il capotto la sciarpa il cappello. In auto. corro fino alla piscina universitaria. Lascio un documento e prendo la chiave dell'armadietto. Spogliatoio. Aiuto Enrico a svestirsi e a indossare costume occhiali cuffia. Ore 16.00 Poso la borsa nell'armadietto e saluto Enrico.
Torno di corsa in biblioteca. Cavolo, ho dimenticato il pass. Parcheggio lontano e corro a piedi. In biblioteca, fila per consegnare i libri in prestito. Poi scendo di corsa nel fondo librario. Prendo altri tre libri, compilo le schede e aspetto l'addetto per l'autorizzazione al prestito. Arriva. I libri mi vengono rilasciati. Corro all'auto, poi in auto corro verso la piscina universitaria. Parcheggio. Corro. Sono in tempo. Entro nello spogliatoio alle 16.58, due minuti prima che Enrico abbia finito il suo turno.
E qui mi accorgo di avere dimenticato la chiave dell'armadietto in auto.
Allora corro fuori, dalla ragazza a cui avevo lasciato un documento, chiedendo se abbia una seconda chiave. Non so, adesso vedo. Un minuto dopo, mi consegna un mazzo di chiavi. Provi con queste. Corro nello spogliatoio. Comincio a provare le chiavi. Non riesco a trovare quella giusta, cavolo! Non aprono! I bimbi escono dalla piscina. Enrico grida: Papà! Papà! Lascio le chiavi e corro da Enrico. Papà non ti vedevo. Sono qui, Enrico. Lo porto sotto la doccia. Comincio a lavarlo, e a spiegargli che la borsa è chiusa nell'armadietto, e che dovrò lasciarlo con il mio giubbotto addosso, mentre di corsa andrò a prendere la chiave in macchina. No, papà: non voglio!
Compare mia cognata. Maria, ho la borsa chiusa nell'armadietto, ho lasciato tutto lì. Ho capito, dice lei, e corre via. Un minuto dopo, mi porta shampoo e bagnoschiuma di suo figlio. Hai capito al volo, Maria! Mi serve tutto!!
Vengo via dalla doccia. Papà ho freddo. Aspetta. E mentre decido di che morte morire, un addetta alle pulizie mi si fa innanzi con la borsa di Enrico: cerca questa, signore?
 
La mia fama presso la piscina universitaria sta crescendo.
Aggiornamento: Pare che abbia dimenticato nello spogliatoio costume occhiali cuffia.

Postato da Azioneparallela | 19:42 | commenti

Quando si vuol fare una legge, in cui la volontà individuale figuri il meno possibile...

Alfa: Il divieto di accanimento terapeutico. “il medico deve astenersi da trattamenti sanitari straordinari, non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati rispetto alle condizioni cliniche del paziente o agli obiettivi di cura e/o di sostegno vitale del medesimo.”

Beta: E se io lo desiderassi, questo accanimento terapeutico? Per quale motivo la legge deve impedirlo?

Alfa: …

Beta: …

(Chi poteva scrivere il bel dialoghetto da cui ho prelevato questo pezzetto, se non il caro estinto?)

Postato da Azioneparallela | 13:24 | commenti (2)

Carnevale

Che cosa c'è di meglio di una domenica di Carnevale, con la propria figlia che dopo avere per settimane provato i passi dei balli da eseguire dietro il carro allestito dai compaesani della frazione di Aiello si impegna a sfilare per sei ore (vestitino euro 21), nonostante il freddo polare, prima a Baronissi poi al pomeriggio in un paese vicino, insieme agli altri carri e alle altre ballerine e ballerini? Cosa c'è di più bello, di più soddisfacente, di più delizioso dell'accompagnarla, e di mescolarsi tra la folla festosa e colorata di coriandoli e maschere, salutandola da lontano con la mano, sorridendo ai suoi sorrisi, chiamandola in risposta ai suoi richiami, mentre gli altri due figlioli si rincorrono, scappano di qua e di là, si perdono tra la folla costringendoti a cercarli, a inseguirli, a trovarli, e per farli star buoni a comprargli la bomboletta con la schiuma, la trombetta, le caramelle, il palloncino? (Ed è subito sera).
Ditemi: cosa c'è di meglio, se non un febbrone da cavallo che costringe Renata a letto tutto il giorno?

Postato da Azioneparallela | 00:03 | commenti (3)

15/02/2009
Il diritto di seppellire - Roberto De Mattei

Roberto De Mattei è uno storico, ed è stato a lungo Presidente dell'Associazione Lepanto. Roberto De Mattei è stato anche professore associato di Storia moderna nell'Università di Cassino. Roberto De Mattei è stato mio collega di Dipartimento. Dico al passato, perché credo sia stato trasferito.
Ma il suo nome è avvolto per me dal mistero, perché non credo di averlo mai visto nelle riunioni del Dipartimento. A volte ho pensato che potesse essere una buona idea appostarsi nei pressi dell'aula dove teneva i suoi corsi, per riuscire infine a vedere com'era fisicamente costituito un presidente di un'associazione come l'Associazione Lepanto. Sono stato sfortunato: ho sempre e solo incrociato un suo assistente, mai lui di persona. Forse usciva dalla finestra, forse si confondeva abilmente tra gli studenti: non so.

Roberto de Mattei ha spiegato al Foglio che parlare di testamento biologico ed eutanasia è per la Chiesa un segno di debolezza: "Mi spiego. Se parlo della fine della vita, dell’eutanasia, della morte cerebrale, non parlo di questioni che dividono i credenti dai non credenti, ma che semmai dividono le persone di retta ragione dagli irragionevoli. Credere che Eluana fosse una persona viva e non morta da diciassette anni, e che sia morta soltanto dopo che le sono stati tolti acqua e cibo, è un dato oggettivo di ragione. Dire questo non può dividere cattolici e non cattolici"
Roberto De Mattei ha ragione: dire che Eluana era morta diciassette anni fa non divide cattolici e non cattolici: divide Roberto De Mattei dal resto del mondo, nel senso che solo lui può sostenere che questo fosse il discrimine nella discussione su Eluana Englaro. Solo lui può credere che Beppino Englaro si stesse battendo per il diritto di seppellirre sua figlia, essendo lei già morta da diciassette anni.

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Nota bibliografica 1: "Lepanto combatte il relativismo culturale e il "progressismo", sia in campo politico che morale e religioso, in quanto fattori di un processo di secolarizzazione e scristianizzazione che sembra preparare una prossima persecuzione della Chiesa. Queste offensive sono promosse soprattutto dalle forze socialiste e libertarie e vengono di fatto favorite dai mass-media".
Nota bibliografica 2: Sulla finis vitae De Mattei ha chiesto che "venga messa indiscussione questa nozione di morte cerebrale" che risponde più ad un approccio utilitarista determinato dalla pressione di coloro che praticano trapianti piuttosto che un atteggiamento precauzionistico". "Nessuno può dimostrare che la morte cerebrale determini la separazione dell'anima dal corpo e dunque la morte reale dell'individuo" ha continuato De Mattei. C'è un altà probabilità che quel corpo cerebralmente leso conservi ancora un'anima". Giusto! Ben detto! In dubio pro vita! Propongo vivamente che la nuova legge sul testamento biologico adotti il criterio proposto da De Mattei. Scriva il Parlamento che c'è morte reale quando l'anima si separa dal corpo. Niente timidezze, niente debolezze, per favore.

Postato da Azioneparallela | 15:46 | commenti (11)

Martirio

Ma se la vita è un valore supremo, se la vita è perciò indisponibile, il martire cristiano?

Si dirà: ma il martire mica si suicida, mica dispone lui della propria vita. Giusto. Ma cosa precisamente testimonia? Se è un martire, testimonia: questo vuol dire martire. E cosa testimonia, il martire? Cosa, se non che tiene più alla fede che alla vita?  Ebbene: posso io tenere più alla mia libertà, che alla vita? Mi si chiede di abiurare: io rifiuto. Mi si chiede di tradire: io rifiuto. Mi si chiede di condannare: io rifiuto. E vengo messo a morte (per esempio: mi si lascia morire di fame e sete). Se ora il sondino non può essere rifiutato, è perché chi rifiuta non testimonia nulla: nulla, s'intende, agli occhi di chi ritiene che appunto il sondino non può essere rifiutato.
Orbene, nell'articolo su Left Wing ho parlato di una catastrofe ontologica e di un disastro culturale, qui ci metto pure una grave cecità morale. Perché io voglio capire che la Chiesa non consideri la libertà di scelta e l'autonomia individuale un valore in sé, e che dunque nel suo puro esercizio io non testimonio nulla. La testimonianza sta infatti dal lato di ciò per cui scelgo: scelgo la fede, piuttosto che la vita; scelgo l'amore o l'amicizia, piuttosto che la vita; c'è un bene più grande che viene scelto, per cui ha valore di testimonianza la scelta.

Dove sta però la cecità morale? Nel fatto che è un valore più alto della vita stessa rispettare la libertà di scelta dell'altro. E' alla Chiesa che si chiede dunque di testimoniare. Ma la Chiesa non ha più forza di testimonianza.
E infine, e dal mio punto di vista soprattutto, non è vero affatto che non testimonio. Testimonio che più della vita conta il viverla.

(Se poi siete stati così pazienti da arrivare sin qui, vi regalo il link al convegno di Radio Radicale su "Verità e menzogna su eutanasia", ma soprattutto la fulminante battuta di Ignazio Marino sull'alimentazione artificiale: "la prescrive il medico, non il cuoco" - battuta la cui fonte, sono sicuro, è il Gorgia di Platone)

Postato da Azioneparallela | 11:05 | commenti (2)

12/02/2009
Democrazia, società partecipazione

Per chi muore dalla voglia di sapere cosa mai potrò aver detto lo scorso 6 febbraio, il link è questo

Postato da Azioneparallela | 06:13 | commenti (1)

11/02/2009
Per una sinistra non darwiniana (e neppure einsteiniana, se è per questo)

L'articolo di Anna Meldolesi, Per una sinistra darwiniana, è molto interessante. Per ora tuttavia mi limito a segnalarlo, non avendo tempo e modo di discuterlo. Se lo discutessi, l'intenzione sarebbe però quella del titolo. (E a precisare le cose, direi pure che non sarebbe per una sinistra creazionista, che scriverei)

Postato da Azioneparallela | 14:24 | commenti (1)

Il significato della fame

Nec ridere nec lugere. Mai momento fu più appropriato. Così mi sono preso la briga di occuparmi non del caso Englaro o della legge sul cosiddetto testamento biologico (si sa peraltro come la penso, e ne ho scritto sul Mattino) ma del significato della parola 'fame' (Eluana è morta di fame, dice infatti Ruini, e dicono un bel po' di persone), dal punto di vista di chi come me fa filosofia. Non per raffreddare gli animi, ma per accendere il mio: vedi quel che si legge nel post sullo schifo, qui sotto. E dunque:

"Intervistato dal Corriere, Camillo Ruini ha affermato che quel che sarebbe accaduto a Eluana, con l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione, va descritto, se si vogliono “chiamare le cose col loro nome”, in questi termini: “Farla morire di fame e di sete”. Ora Eluana è morta. Il cardinale Barragan chiede perdono al Signore per coloro che l’hanno uccisa. Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, dice che pesano le firme non messe sotto il decreto legge del governo. Maurizio Sacconi chiede di proseguire nella discussione sul cosiddetto testamento biologico. Fioccano le dichiarazioni: è il caso di provare a tessere il filo di un ragionamento, che non debba nulla all’emozione del momento e aiuti, se possibile, a fare una legge migliore" (continua su Left Wing).

Postato da Azioneparallela | 04:05 | commenti

10/02/2009
Io voto per i fiorellini

A domanda sul cosiddetto testamento biologico, sul diritto di mettere per iscritto la propria volontà in merito a trattamenti sanitari e a cure, rispondeva Luigi Amicone su La7 che uno puà metterla come vuole, però se siamo in una democrazia contano i numeri, e quindi sarà la maggioranza a decidere.

Con lo stesso argomento, disponendo di una maggioranza, si potrebbe fare una legge che obblighi a maggioranza Luigi Amicone a girare per strada con una mutanda a fiorellini rossi. Comincio col dire che il mio voto è assicurato.

 

Postato da Azioneparallela | 21:05 | commenti (1)

09/02/2009
Lo schifo

Stimo molto Severino, moltissimo, ma questa volta mi ha fatto davvero arrabbiare. Magari è colpa dell'intervista, ma lui non è obbligato a farsi intervistare, per far sentire la sua voce: ha invece la possibilità di scrivere, per il Corriere, pagine intere sulla faccenda. Spero perciò che lo faccia.

Severino mi ha fatto arrabbiare (come mi arrabbio solo con chi stimo veramente) perché non può lasciare che la filosofia dica che in corso è solo lo scontro fra due forme opposte di violenza, e buttar lì che lui, per sé, farebbe, ove potesse, testamento per "rifiutare tutto". In questo modo, con la scusa che le grandi cose non avvengono dall'oggi al domani (ma se è per questo non avvengono neanche dall'oggi al dopodomani), non solo lascia pensare che la filosofia non abbia nulla da dire, ma che lo "schifo" che lui prova nel pensarsi attaccato a tubi e sondini non ha nulla a che vedere con la filosofia. Una filosofia che non sostenga il suo schifo (o qualunque cosa sia) o uno schifo che non abbia una filosofia per dirsi e per pensarsi, non servono a nulla. Letteralmente: a nulla.

Postato da Azioneparallela | 10:05 | commenti (3)

Voglio dire una cosa estrema

Se fossi al posto di Beppe Englaro, forse, qualora il Parlamento approvasse una legge che obbligasse ad alimentare e idratare Eluana Englaro, non proverei a disobbedire, ma mi lascerei morire di fame. Li vorrei vedere costringere a mangiare anche me.

 

Postato da Azioneparallela | 09:48 | commenti (2)

06/02/2009
La Campania che guarda avanti

Venerdi 6 febbraio ore 16,30
Stazione Marittima - Sala Dione
Molo Angioino - Napoli

Saluti
Enzo Amendola

Relazioni

Massimo Adinolfi

Democrazia, società, partecipazione: ricostruire lo spazio pubblico
Vincenzo De Bernardo
Economia, competizione, crescita tra locale e globale

Tavola Rotonda

Modera
Ivano Russo

Raffaele Cantone
Gianluigi Condorelli
Mario Orfeo
Marta Herling
Gaetano Troncone

Conclude
Massimo D’Alema

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04/02/2009
Quella volontà da rispettare

La prima riflessione la merita Beppe Englaro. La merita il suo silenzio, in queste ore, e l'uso sempre pacato delle parole, in mezzo a tanta scompostezza. La merita la dignità e l'amore con cui ha difeso la volontà della figlia Eluana, e la tenacia con cui ha rivendicato il rispetto delle regole. A questo, non certo all'avventatezza di chi chiede che un giudice gli tolga in extremis la patria potestà (lo ha dichiarato con bella improntitudine il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia) dobbiamo il fatto che la pagina della storia civile e politica del nostro Paese che stiamo per voltare può essere scritta in termini che consentano all'Italia di avere, forse, una legge. E avercene, di padri e di italiani così.
Una pagina scritta in termini di diritto, sempre preferibili alle scorciatoie di fatto, alle soluzioni di comodo, che si seguono ipocritamente al riparo dall'opinione pubblica e soprattutto dalle misure di legge. Qui cade la mia seconda considerazione: sui giudici, sulle sentenze. Nulla è univoco al mondo, nulla è logicamente inoppugnabile, ma se dinanzi all'ultimo pronunciamento della Cassazione, che non è certo intervenuta frettolosamente, bensì dopo una vicenda giudiziaria durata anni, si invoca addirittura un decreto urgente del Consiglio dei Ministri per fermare la morte (l'assassinio, l'omicidio), si comprende quanto sottile sia lo strato di civiltà giuridica al cui riparo si difendono i diritti di libertà nel nostro Paese. Non c'è nulla di più urgente della vita umana, ha dichiarato l'on. Volonté (non solo lui, purtroppo), chiedendo a gran voce l'intervento del governo, e probabilmente sarebbe inutile provare a spiegargli quale disastro giuridico e politico sta nella sua richiesta che il potere esecutivo intervenga in via eccezionale, saltando la mediazione di una legge e respingendo il valore di una sentenza, per presentarsi in clinica e sequestrare il corpo di Eluana. Probabilmente, non basterebbe l'intera storia del '900 per mostrargli quale violenza si sia potuta sprigionare in base all'idea che il potere esecutivo possa fare a meno di parlamenti e tribunali, quando ritenga di condurre da sé, senza mediazione di legge, la difesa della vita. Fino ad impossessarsene contro la volontà stessa del vivente.
La terza considerazione riguarda finalmente il merito di una vicenda che avrebbe avuto altro corso, se in Italia fosse stata approvata una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, il cosiddetto testamento biologico. La materia è attualmente all'esame del Parlamento. Il punto più delicato concerne l'idratazione e l'alimentazione artificiale: il sondino che ad Eluana sta per essere staccato, in base alla volontà da lei espressa prima dell'incidente del '92, e accertata e riconosciuta come tale dai tribunali. Se ci fosse una legge che la raccogliesse nelle forme dovute, non sorgerebbero problemi di accertamento della reale volontà del dichiarante, e almeno una parte della battaglia giuridica condotta da Beppe Englaro non dovrebbe più essere combattuta. Se però passasse la linea che non riconosce ad alimentazione e idratazione il carattere di trattamenti sanitari, ma li derubrica a meri sostegni vitali, verrebbe sottratta alla persona che intendesse rifiutarle la possibilità di appellarsi alla libertà di cura e alla sospensione o al rifiuto delle terapie.
Ora, l'idea che i complessi mezzi tecnici necessari per alimentare artificialmente un paziente nelle cosiddette condizioni di fine vita, il taglio chirurgico e l'introduzione di tubi nel corpo umano in un ambiente ospedaliero non configurino un trattamento sanitario, nonostante richiedano la presenza e l'intervento sanitario di medici e infermieri, rappresenta una sfida al senso comune. Ma il senso comune è sfidato ancor più quando si nega che trattamenti del genere possano mai configurare il caso dell'accanimento. Tale negazione viene fatta discendere dalla negazione che si sia in presenza di terapie: e se non sono terapie, non c'è accanimento terapeutico. Spostata la discussione sulla questione se di terapie si tratti oppure no, passa in secondo piano il significato ordinario del sostantivo, in cui risiede invece la sostanza della questione. Nessuno infatti sosterrebbe che, terapeutico o no che sia l'atto, qualcuno possa accanirsi su di me, sulla mia vita, sul mio corpo. Ciò che non va nell'accanimento non è il fatto che sia terapeutico, ma anzitutto il fatto che sia accanimento. E per dimostrare che c'è accanimento su di me, sulla mia vita e sul mio corpo, la tesi che determinati trattamenti siano naturali o vitali (o naturali in quanto vitali, il che non è affatto ovvio) non può contare più del fatto che quei trattamenti, io, non li voglio. Posso pensare di dover essere ben informato su ciò che comporta il mio rifiuto, e di quale tragica responsabilità mi assumo verso me stesso e verso la società, ma non posso perdere del tutto il diritto di rifiutarmi.
Nessuno di noi è una monade, e vi è un modo di declinare l'idea di una relativa indisponibilità della propria vita in modi e forme laiche, che non dipendano cioè soltanto da un credo religioso. Ma non vi è modo di declinarla laicamente, secondo i principi di una civiltà liberale, se al fondo di qualunque dovere dello Stato, di qualunque percorso assistito, di qualunque
ascolto, aiuto, sostegno, la mia volontà, sul mio conto, non valga un po' di più della volontà altrui.

Postato da Azioneparallela | 22:12 | commenti (47)

Viatico (altrimenti detta: proposizione perfetta)

"Con evidenza salta agli occhi che le parole 'divino', 'assoluto', 'eterno' non esprimono affatto il contenuto determinato dell'Assoluto, del divino, dell'Eterno".

Postato da Azioneparallela | 06:42 | commenti (3)

03/02/2009
Gianni Vattimo

Stasera nientepopodimenoche. Su Red TV, ora 21.30, a Europa, Occidente

Postato da Azioneparallela | 14:53 | commenti (4)





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