Babele
Babele
 
31/01/2009
Coming out

Sul Riformista di oggi, Gianni Cuperlo scrive una magnifica replica a Claudio Fava, e spiega le ragioni del suo voto in Parlamento sulla vicenda Cosentino. Ma la ragione per cui ve la linko sta nelle ultime, straordinarie righe della lettera, nella rivendicazione di quello che da quindici anni a questa parte, dalla discesa in campo di Berlusconi, era ed è diventato quasi un insulto. Insomma: una specie di coming out, di questi tempi. Bravo.

Postato da Azioneparallela | 19:40 | commenti (6)

Hamas deve essere in qualche modo portata dentro il processo di pace

Ancora una volta D'Alema sembra insistere con questa idea che bisogna parlare con tutti, anche con Hamas. Non so se attribuire questa dichiarazione all'antisemitismo di parte della sinistra italiana, o a Tony Blair.

A Tony Blair

Postato da Azioneparallela | 12:41 | commenti (14)

29/01/2009
Segni dei tempi

"Probabilmente, è questo uno dei segni che fanno capire con quanta convinzione la Chiesa si schieri oggi sulla difensiva, quanto profondamente si interpreti come una fortezza assediata, un´identità coinvolta in un conflitto di civiltà,che si gioca tanto all´interno dell´Occidente quanto all´esterno. Certo, questo clima intellettuale e argomentativo, che porta la Chiesa a conciliarsi piuttosto con i tradizionalisti che col mondo di oggi, costringe a ritornare ai "fondamentali" della Modernità, alla sua lotta contro il principio di autorità: e a ricordare che le affermazioni dogmatiche, comunque orientate, portano con sé la potenziale negazione della libertà e della verità che gli uomini faticosamente costruiscono nella loro vicenda storica".
(Carlo Galli, Repubblica di oggi)

Postato da Azioneparallela | 23:56 | commenti (1)

28/01/2009
Comunicazione di servizio non istituzionale

Le lezioni di venerdì prossimo di Ermeneutica filosofica e Filosofia del Linguaggio non si terranno.

Postato da Azioneparallela | 15:25 | commenti

27/01/2009
M'ingerisco

M'ingerisco solo un momento negli affari della Chiesa, a proposito della revoca della scomunica dei quattro vescovi lefebvriani. Tutti a prendersela col povero Williamson, che in materie che non impegnano la sua autorità di vescovo ha idee storicamente un po' ardite e alquanto negazioniste, o col Papa, che giustamente non chiede conto di queste arditezze perché non c'entrano nulla con la comunione della Chiesa appena ritrovata.
Io no. Io ho letto la remissione della scomunica: è tutto in ordine. Fellay riconosce il primato di Pietro, e il successore di Pietro revoca conseguentemente la scomunica. Molto bene: è la storia della pecorella smarrita, suppongo.

Ora però mi piacerebbe solo sapere, a margine, che giudizio dia l'attuale Pontefice di uno dei momenti più significativi (più 'spirituali') del papato di Wojtyla. Ecco quello che ne pensava (e, forse, ne pensi ancora) mons. Fellay, il capo dei lefebvriani (o, più rispettosamente, il Superiore Generale della Fraternita' Sacerdotale San Pio X):

"Il Papa Giovanni Paolo II convoca le grandi religioni del mondo, e in particolare i musulmani, ad una grande riunione di preghiera ad Assisi, nello spirito della prima riunione che si tenne nel 1986 per la pace. 
Questo avvenimento provoca la nostra profonda indignazione e la nostra riprovazione.
Perché offende Dio e il suo primo comandamento.
Perché nega l’unicità della Chiesa e della sua missione salvifica.
Perché conduce i fedeli direttamente all’errore dell’indifferentismo.
Perché inganna gli sventurati infedeli e i seguaci delle altre religioni".
 
Fellay non ha dubbi: "le religioni che rifiutano la Sua divinità esplicitamente, come il Giudaismo e l’Islam, sono destinate al fallimento nelle loro preghiere, a causa di un errore cosí fondamentale". Perciò conclude: " Una cosa è certa: non v’è niente di meglio per provocare la collera di Dio".
Non mi è chiaro ora se l'errore fondamentale di Wojtyla non c'è rischio che la Chiesa commetta ancora, con Benedetto XVI, o se invece Fellay non pensi più che di errore fondamentale si trattava. In ogni caso, ritrovata la comunione, Dio non è più in collera con nessuno dei due: né col Papa né con Fellay.
(Oppure lo è: con tutti e due?)

Postato da Azioneparallela | 19:22 | commenti (5)

26/01/2009
Il rinnovamento della politica

Manifesto_A4 4

Postato da Azioneparallela | 00:34 | commenti

24/01/2009
Sinistra e destra: lezioni

Enrico: - Mamma, ma quando sarò grande potrò guidare la moto -.
Mamma: - Sì, amore. Però mamma e papà devono essere sicuri che tu sia attento e prudente -.
Enrico: - Mamma, ma che significa prudente? -.
Mamma: - Che fai attenzione a ogni cosa, che vai piano, che per esempio quando attraversi guardi prima a destra e a sinistra...-.
Enrico: - No! -.
Mamma: - ?? -.
Enrico: - Si guarda prima a sinistra e poi a destra. Ce lo hanno detto i vigili -.

Postato da Azioneparallela | 21:15 | commenti (1)

22/01/2009
Qudabliu

C'è una cosmicomica di Calvino che cito sempre, anche se ormai non me la ricordo più. Si chiama Un segno nello spazio, e c'è Qwfwq (Qudabliueffedabliuqu, più o meno) che ha il problema di lasciare, in un universo appena nato, un segno. Il primo.
L'ho citata anche ieri, durante la prima lezione di Filosofia del Linguaggio, introducendo qualche piccola variante. Il protagonista si chiamava cioè Qudabliubush, e siccome era texano, non capiva proprio come non si potesse affatto tracciare questo primo segno.

(Al pomeriggio, durante la prima lezione di Filosofia della Comunicazione, mi veniva voglia di citarla di nuovo. Ma ho fatto di meglio: ne ho inventata una di sana pianta. Però quest'altra non ve la racconto).

P.S. In rete trovo questo passo:
“ (…) io una volta passando feci un segno in un punto dello spazio, apposta per poterlo ritrovare duecento milioni d’anni dopo, quando saremmo ripassati di lì al prossimo giro. Un segno come? È difficile da dire perché se vi si dice segno voi pensate subito a un qualcosa che si distingue da un qualcosa, e lì non c’era niente che si distinguesse da niente; voi pensate subito a un segno marcato con qualche arnese oppure con le mani, che poi l’arnese o le mani si tolgono e il segno invece resta, ma a quel tempo arnesi non ce n’erano ancora, e nemmeno mani, o denti, o nasi, tutte cose che si ebbero poi in seguito, ma molto tempo dopo. La forma da dare al segno, voi dite non è un problema perché, qualsiasi forma abbia, un segno basta serva da segno, cioè sia diverso oppure uguale ad altri segni: anche qui voi fate presto a parlare, ma io a quell’epoca non avevo esempi a cui rifarmi per dire lo faccio uguale o lo faccio diverso, cose da copiare non ce n’erano, e neppure una linea, retta o curva che fosse, si sapeva cos’era, o un punto, o una sporgenza o rientranza. Avevo l’intenzione di fare un segno, questo sì, ossia avevo l’intenzione di considerare segno una qualsiasi cosa che mi venisse fatto di fare, quindi avendo io, in quel punto dello spazio e non in un altro, fatto qualcosa intendendo di fare un segno, risultò che ci avevo fatto un segno davvero”.

Postato da Azioneparallela | 13:11 | commenti (3)

Marzullo, al confronto

Ma la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere?, chiedeva quel tale. Se stasera seguite Liberi Nantes, su Red TV, scoprirete che nel corso del programma, intorno alla mezzanotte, come in un incubo sono stato sognato (e la domanda non è poi molto diversa).

Postato da Azioneparallela | 11:27 | commenti

21/01/2009
Insediamento

E così, anche quest'anno, cominciano i corsi. Filosofia del linguaggio: la prima delle Ricerche logiche di Husserl e La voce e il fenomeno di J. Derrida. Ermeneutica filosofica: la Fenomenologia dello Spirito di Hegel (sezioni); Filosofia della comunicazione: Mente, segno e vita di F. Cimatti.

(Gli altri anni al vecchio blog è toccato qualcosa. Quest'anno ne dubito molto).

Postato da Azioneparallela | 00:01 | commenti (2)

20/01/2009
Tutti a guardare Obama, voialtri

E per colpa di Obama, la puntata di Europa, Occidente con Esposito non va in onda stasera, per non rischiare slittamenti di orario o addirittura tagli. Se ne parla martedì prossimo. Stasera va in replica la De Monticelli 

Postato da Azioneparallela | 18:06 | commenti (1)

Puntatone

Stasera Roberto Esposito a Europa, Occidente. Alle 21.30, Red TV.

Postato da Azioneparallela | 07:18 | commenti (2)

17/01/2009
Santoro, Annunziata e non solo

La misura doveva essere davvero colma, se Lucia Annunziata ha preso cappello e se n'è andata. Di fronte al coro di reazioni e di critiche severe alla conduzione faziosamente anti-israeliana della trasmissione, Michele Santoro ha scelto la strada consueta: quella di ergersi a immacolato paladino della libertà di informazione e di gridare alla censura, senza mostrare la benché minima disponibilità a chiedersi cosa mai potesse avere spinto un ex presidente della RAI a lasciare polemicamente gli studi di Annozero, nella puntata dedicata alla guerra a Gaza.
E ha fatto molto male, perché qualche motivo di riflessione la protesta di Lucia Annunziata poteva offrirglielo. L'Annunziata non è infatti un colono israeliano ultraortodosso, ma è colei che nel 2006, dopo la vittoria elettorale di Hamas a Gaza, alla domanda di un lettore del suo giornale che le chiedeva se "c'è davvero da aver paura di Hamas" rispondeva monosillabicamente di no. Rispondeva che la politica è "l'arte di trattare con la realtà", che la realtà ha dimostrato che "ogni avventura militarista deve alla fine sfociare in una trattativa" e che "la guerra non è una soluzione". Non si nascondeva certo il carattere terroristico di Hamas, ma invitava i governi occidentali a trovare le giuste misure per non assecondare la radicalizzazione dell'islamismo, nell'area e in tutto il Medioriente, e favorire anzi il processo opposto. Come si vede, non sono le opinioni di un nemico giurato del popolo palestinese. Eppure giovedì si è alzata e se n'è andata.
L'anno dopo, nel 2007, al momento dell'apertura informale dei contatti fra gli Stati Uniti e i cosiddetti paesi canaglia, quei paesi cioè che Bush aveva collocato nel 2002 lungo il famoso asse del male, e cioè Siria e Iran (che ad Hamas fornisce le armi) Lucia Annunziata aveva criticato i complessi che affliggono il centrosinistra, preoccupato di mostrarsi più realista del re e di escludere quindi la sia pur minima iniziativa che potesse servire a frenare "l'ulteriore degenerazione" di Hamas. L'ulteriore degenerazione c'è poi stata, purtroppo: la tregua è stata rotta, e i missili lanciati. E Israele ha reagito usando la mano pesante. Ma come si può pensare che una persona che, come si vede, non ha risparmiato gli inviti al realismo durante questi anni, e che ha addirittura denunciato "la paralisi emotiva e intellettuale" la quale condanna a pagare, a sinistra, il prezzo dell'ostilità a Israele di settori dell'opinione pubblica più radicale con una lealtà passiva e acritica verso Israele ("anche quando non è necessaria") – come si può pensare che chi ha di queste idee, si alzi e se ne vada nel bel mezzo di una trasmissione se davvero la misura non è colma, e la rappresentazione delle ragioni del conflitto insopportabilmente sbilanciata?
Quella di Santoro non è l'unica faziosità in campo, perché è il campo stesso della politica italiana che appare fazioso. E forse, ancor più che fazioso, immiserito da polemiche a uso esclusivamente interno, buone per posizionarsi nel famigerato teatrino della politica ma non per misurarsi con le cause reali del conflitto. Accade così che le ragioni difese dall'Annunziata (e riprodotte sopra con le opportune virgolette) tornino per larghi tratti nelle parole usate nelle scorse settimane da Massimo D'Alema per divenire oggetto di una polemica di segno opposto, ma altrettanto faziosa e pretestuosa. Non diversamente dall'Annunziata, D'Alema si è chiesto cosa fare con Hamas, una volta che non è più un "piccolo gruppo cospiratorio" ma un'organizzazione politica di massa. Senza negare il carattere terroristico degli attacchi missilistici, D'Alema si è chiesto se la guerra sia la soluzione, e se non debba anche questa avventura militarista sfociare infine in una trattativa necessaria. Infine, come anche Lucia Annunziata ha scritto, D'Alema ha criticato la mano dura di Israele, lamentando (non solo per ragioni umanitarie) la sproporzione di un intervento che rischia di allontanare e non avvicinare la pace nella regione, radicalizzando l'opinione pubblica mediorientale e allungando la scia di odi e rancori. Sono valutazioni su cui naturalmente si può e si deve discutere, ma non le si può ricondurre strumentalmente a un fosco pregiudizio anti-israeliano, visto che costituiscono semplicemente prove di quell'esercizio di realismo di cui ha dato segno la stessa Lucia Annunziata che giovedì abbandonava gli studi di Santoro, indignata dai pregiudizi (quelli sì) dell'eroico tribuno dei popoli oppressi. Sono peraltro le posizioni su cui si sono attestate anche la Francia di Sarkozy, l'Egitto di Mubarak, l'ONU di Ban-Ki Moon: segno perlomeno che non sono campate in aria.
Ma prevale la paralisi: paralisi emotiva, paralisi intellettuale, e soprattutto paralisi politica. Di cui si stenta a ritrovare la strada preferendo, invece di "trattare con la realtà", rappresentarsela secondo i propri desiderata, in funzione di bersagli politici casalinghi, polemiche domestiche, e baruffe nostrane.
E a Gaza bisognerà infine che la si ritrovi, quella strada, contando fino a dieci prima di sparare ancora; da queste parti, più modestamente, contando fino a dieci prima di parlare.
(Il Mattino

Postato da Azioneparallela | 15:42 | commenti (11)

16/01/2009
Richiesta editoriale

Per piacere, fate uscire There is God di Antony Flew, "il più famoso ateo del mondo" (che io, per miei limiti, non conosco). Luca Volonté sospetta che dietro la mancata pubblicazione del lbro vi siano biechi motivi, e perciò si incarica di darcene notizia, a margine della vicenda degli autobus atei. Ma, in maniera veramente sublime, anziché fornirci le prove dell'esistenza di Dio che Flew adduce nel libro, Volonté si limita a scrivere che Flew, appunto, adduce siffatte "prove scientifiche".

E qui si dimostra quanto è robusta la fede di Luca Volonté, che deve fare evidentemente a meno delle prove, perché il non averle prodotte è segno evidente che Volonté non le ha così bene intese da poterle riprodurre.
Dio, dunque, renderà particolare merito  alla sua fede. Io però non tanto.

 

Postato da Azioneparallela | 15:14 | commenti (3)

15/01/2009
Facebook come disturbo delle personalità

  • 26 richieste d'amicizia
  • 7 inviti a eventi
  • 40 inviti per gruppi
  • 3 richieste per drinking
  • 2 richieste per new years drink
  • 1 richiesta per heart
  • 1 invito per compatibility
  • 26 inviti per cause
  • 1 invito per take the quiz!
  • 1 invito per take the quiz!
  • 1 invito per intermezzi blog
  • 1 richiesta per blog ownership
  • 1 invito per take the quiz!
  • 1 richiesta per birthday
  • 1 invito per birthday calendar
  • 1 invito per "quanto conosci
  • 1 invito per take the quiz!
  • 1 richiesta per birthday
  • 1 richiesta per calcola la tu etã m
  • 1 invito per geo challenge
  • 1 richiesta per (ice) snowball wars
  • 1 richiesta per test dei colori!
  • 1 richiesta per christmas ornament
  • 1 richiesta per birthday
  • 1 richiesta per good luck
  • 1 richiesta per visual bookshelf
  • 1 richiesta per smile at me
  • 1 richiesta per test di italiano!
  • 1 richiesta per che disturbo mentale
  • 1 richiesta per send chocolate
  • Postato da Azioneparallela | 19:44 | commenti (1)

    Il senso delle cose

    Oggi ero in cerca del senso delle cose. E ne ho trovato un sacco, più di quanto pensassi. C'è per esempio Il senso delle cose di Raf, o la puntata CSI Miami Il senso delle cose. La filosofia ha detto la sua da tempo, con Del senso delle cose di Tommaso Campanella, questo me lo ricordavo, ma non sapevo che anche la scienza: non dico l'antropologia culturale, perché quella si capisce, ma la fisica più seria se n'è occupata: con Richard Feynman.
    La poesia, che è più profonda, è andata in cerca de Il senso segreto delle cose (e ci vanno anche autori emergenti). Al cinema pensavo ci fossero solo Lo stato delle cose di Wenders e Il senso della vita dei Monty Phyton, ma poi ho visto che ci hanno pensato egregiamente due artisti a coprire la lacuna (lo so che la traduzione non è letterale, e che questo consentirebbe di includere anche il fondamentale Camilleri e molte altre cose).

    Io però ero in cerca di questo e la morale è che il senso l'ho trovato a caro prezzo

     

    Postato da Azioneparallela | 10:39 | commenti (3)

    14/01/2009
    Un senso non ce l'ha, anzi ce l'ha, ce l'ha ma diverso, ma la diversità non ha senso, oppure ce l'ha: non so.

    Non ho seguito la faccenda degli autobus genovesi (con la notizia che Dio non esiste, e che non ce n'è bisogno). Leggo solo ora i post di Ffdes e Luca Sofri. Il punto che interessa Luca Sofri (a giudicare dalla citazione, e in polemica con Mantellini) è che non c'è alcuna prevaricazione o imposizione nella manifestazione del libero pensiero sulle autolinee (altrimenti, aggiungo, che pensare della scritta "Dio c'è" che per anni ci ha accompagnato nei nostri viaggi autostradali?). Il punto che invece interessa Ffdes, contro Sofri, è che non è banalmente vero che Dio non esiste, e che la proposizione "Dio non esiste" ha molto più senso della proposizione "gli asini volano" (benché, aggiungo io, ci vorrebbe qualche spiegazione su cosa mai sia il senso, perché la proposizione "gli asini volano", che è sensatissima - benché falsa -  deve la sua sensatezza alla possibilità di essere vera, pur rivelandosi fala, mentre la propoizione "Dio esiste" deve far appello ad un senso di sensatezza diverso dalla vero/falsità, temo).
    I due punti che interessano i contendenti, come si vede, sono tra loro compatibili. Non vedo peraltro l'interesse di Sofri a sostenere che le due proposizioni in questione si equivalgono sul piano della sensatezza, e perciò egli potrebbe rivedere la sua frettolosa opinione sul punto; Ffdes dovrebbe però evitare di aggiungere che è insulsa la pubblicità in questione, anche perché se è vero - come scrive - che la verità di "Dio esiste" è essenziale al cristianesimo, che qualcuno neghi una cosa essenziale al cristianesimo ben difficilmente può passare per un'operazione insulsa (se poi quella proposizione è essenziale anche al funzionamento di istituzioni, è ancor meno insulsa l'operazione, condivisibile o no che sia).

    Infine, d'accordo: la pretesa di verità di chi afferma che Dio esiste è di genere assai diverso dalla pretesa di verità di chi afferma che gli asini non volano. Il secondo dovrebbe perciò concedere, senza infastidirsi, che chi pretende che sia vero che Dio esiste lo pretende in un senso di verità e di essere diverso da quello implicato dall'affermazione sugli asini; il primo però non dovrebbe pretendere (e nemmeno sottintendere) che il solo fatto che qualcuno dica: "no, non in quel senso, ma in un altro", garantisca che un altro senso ci sia per davvero, e che sia proprio quello che lui ha in mente, senza dunque infastidirsi se v'è chi lo nega.

    (i link ve li metto un'altra volta, ché non ho tempo)

    Postato da Azioneparallela | 12:32 | commenti (13)

    13/01/2009
    RED TV

    Quasi mi dimenticavo - ma in realtà chi passa di qui a quest'ora non ha scuse: se puoi stare in rete, puoi vederti anche Red TV. Stasera, ore 21.30 riprende "Europa, Occidente". Tocca a Charles Larmore.

    Postato da Azioneparallela | 21:09 | commenti

    11/01/2009
    La nave di Teseo e della Iervolino

    collaboratori del sindaco, all’interno dei locali della sala stampa del Comune, hanno distrutto il nastro della cassetta ed eliminato i file audio". Tornano alla mente le amare parole di Raffaele La Capria, a proposito di uno dei momenti cruciali della storia di Napoli: dopo la sconfitta della rivoluzione napoletana, per incapacità «di affrontare il grande mare della modernità», la città cominciò lentamente a scivolare fuori della storia, ha scritto La Capria, e i napoletani presero a «fare i napoletani», inscenando la grande «recita collettiva» della napoletanità. Della quale purtroppo sembra che non sappiano fare a meno, se anche in quest'ultimo, drammatico passaggio politico, si assegnano le parti di una poco brillante rappresentazione, inventandosi il ricorso ad una registrazione, per metà autorizzata per metà nascosta, il cui unico effetto è stato di trasformare un incontro politico in un'avvilente commedia degli equivoci. Anche questa volta, insomma, nel rispetto della nota legge per la quale la storia si ripete, sì, ma in forma farsesca, all'occasione mancata segue, invece dell'analisi e della critica, la messa in scena, con in più il tentativo finale di chiudere la vicenda con un conciliante «scurdammece 'o passato» che non si sa bene quanto dovrebbe durare, e soprattutto perché.

    Il Sindaco ha in verità provato a spiegarlo, nella lettera aperta che oggi indirizza alla città. In essa, la Iervolino rivendica la piena legittimità democratica dell'attuale Consiglio, il consenso ricevuto solo due anni e mezzo fa dalla larga maggioranza dei napoletani, e la sua onestà e rettitudine personale, insieme alle migliori intenzioni per il lavoro che attende la nuova giunta.
    Il guaio è che però nessuno di questi punti è oggi in discussione. Nessuno contesta il diritto della Iervolino di restare al suo posto: se ne discute, invece, e seriamente, l'opportunità. E non in nome di chissà quali principi, ma, molto più modestamente, in considerazione della cattiva qualità dei risultati dell'azione amministrativa, e dell'esaurimento della sua capacità progettuale. Politicamente (e ragionevolmente) parlando, l'unica cosa che il Sindaco avrebbe forse dovuto richiamare sono appunto i risultati, non essendo altra la responsabilità che un Sindaco tiene nei confronti della città. E invece il Sindaco evita di richiamarli. Al netto degli auspici per il futuro, la lettera si risolve infatti in un'orgogliosa rivendicazione di competenze, funzioni e prerogative, ma non accampa nessun dato concreto in nome del quale difendere la prosecuzione dell'attuale consiliatura e rinsaldare un patto di fiducia con i cittadini. Con un passaggio in verità tristemente rivelativo: si parla infatti, nella lettera, di errori, fa capolino dunque la parola, ma gli errori si imputano non al Sindaco né alla sua Giunta, bensì, più genericamente, all'intera città. Sono della città i "problemi", le "insufficiente", le "debolezze": di tutti, insomma, ma non della Giunta.
    Dopo di che si tratta di aprire una "nuova fase": non "abbandonare la nave", dice il Sindaco, ma trovare una nuova rotta. Ora, che genere di nave sia quella che il Sindaco non vuole abbandonare lo si può capire bene ricordando un vecchio dilemma, quello dell'eroe ateniese Teseo, costretto in mare aperto a cambiare poco a poco tutti i pezzi della sua nave: le vele, la chiglia, il timone, le tavole e le travi. Al porto la nave tornava senza più alcun pezzo componente lo scafo originario, sicché la domanda era: la nave che così raggiunge il porto, è ancora la stessa di quando è partita, oppure è un'altra? Forse, per marcare una qualche discontinuità, al Sindaco piacerebbe dire che non è più la stessa, e che al termine del suo mandato avrà condotto in porto una squadra nuova di zecca. Ma il fatto è che la nave di Teseo, come la giunta della Iervolino, è un oggetto sociale: deve cioè la sua identità non semplicemente ai pezzi "materiali" che la compongono, ma alla funzione che assolve, alla capacità di interpretare i bisogni della città e alla possibilità di costruire per essa un futuro migliore del presente. Sotto questo profilo, spiace dirlo, ma siamo alle solite. Né basterà inchiodare o schiodare assessori come le assi della nave di Teseo perché il risultato non resti nel suo complesso deludente.
    C'è poi un ultimo particolare, non insignificante: non si vede proprio in quale porto il Sindaco immagini ora di condurre la nave che non vuole abbandonare. E il porto, cioè la mèta, dovrebbe essere indicata insieme ai partiti della sua maggioranza, se ancora si vuole riconoscere ad essi una qualche ragione di esistere. I quali partiti, per parte loro, non sembrano più disposti a seguirla. L'autonomia rivendicata da ultimo dagli amministratori locali (e questo, va detto, non solo a Napoli) sembra così andare molto oltre le normali previsioni di legge: somiglia invece sempre più al rifiuto di attraccare da qualunque parte: di rispondere cioè del proprio operato ad altri che non siano i gruppi imbarcati sulla nave, finché le risorse pubbliche non si esauriranno, e l'imbarcazione non colerà lentamente a picco. Col comandante che, più ostinato che eroico, potrà rivendicare, sempre più mestamente, di non averla abbandonata.
    (Il Mattino)

    Postato da Azioneparallela | 14:26 | commenti (2)

    Impossibile ma

    Questo articolo del Corriere della Sera sulle "proposte impossibili ma chiare della Lega" con le quali la Lega miete consensi, indipendentemente dalla realizzabilità delle proposte stesse, è molto interessante. (Naturalmente, non si tratta di proposte del tipo: "una Ferrari in ogni garage", che sono anch'esse impossibili e chiare, ma non credibili).
    Per questo genere di proposte, chiare, credibili e impossibili (o perlomeno di assai difficile irrealizzabilità) io avrei un unico aggettivo, che uso in un senso nient'affatto spregiativo: ideologiche. Sono proposte ideologiche. Come dice il sociologo intervistato, "sono messaggi che funzionano al di là della loro reale applicabilità: perché cambiano il modo di pensare" (una caratteristica misconosciuta di un'ideologia è per l'appunto questa: è una cosa che funziona, altrimenti non la si adotterebbe. E funziona dove deve funzionare: a livello delle idee e dei modi di pensare della gente comune).

    Ora viene la domanda: diamo al centrosinistra la possibilità di formulare cinque, dieci proposte impossibli ma chiare e credibili. Concediamo pure l'impossibilità, e cerchiamo di capire il modo di pensare.

    Postato da Azioneparallela | 11:30 | commenti (1)

    Segnalazione

    The Gaza War and Proportionality: Michael Walzer su Dissent

    Postato da Azioneparallela | 09:10 | commenti (1)

    09/01/2009
    Il Sessantotto come antefatto del nichilismo postmoderno

    E' il titolo, veramente mirabile, di un saggio di un giovane pensatore contenuto in questo volume (il saggio, non il pensatore). Ha il pregio, in verità non raro, di scoraggiarmi da qualunque acquisto. Peccato, perché  scrive cose interessanti - o perlomeno titoli, come questo: "gli atei, invece di prendersela con se stessi per la crisi, attaccano la Chiesa".

    P.S. Di Iannuzzi, testa pensante del sito Ragione politica, mi ero già occupato, mi accorgo ora.

    Postato da Azioneparallela | 23:43 | commenti

    La coscienza di Azioneparallela

    (Sto scivolando per una china pericolosissima: prendo almeno una decisione definitiva al giorno, condendola con varie superstizioni numeriche)

    Postato da Azioneparallela | 23:29 | commenti (2)

    Atheismusstreit

    Com'è accettabile un'idea di redenzione che non riguardi anche il gattino malconcio, che stanotte mi guardava impaurito, nascosto dietro una ruota dell'auto?
    E com'è possibile la redenzione, se deve riguardare anche quel gattino?

    Postato da Azioneparallela | 00:37 | commenti (8)

    07/01/2009
    Sul far della sera

    Enrico: - Papàà! -.
    Io: - Che c'è? -.
    Enrico: - Papà, mi porti a Betlemme? -
    Io: - Figlio mio, ormai sei un tag -.

    Postato da Azioneparallela | 19:25 | commenti (3)

    05/01/2009
    La giustizia italiana e i latrati di Trasimaco

    Il 2008 si è chiuso là dove la vicenda politica era cominciata: al primo libro della Repubblica di Platone. Più precisamente: siamo al punto in cui Socrate, disceso al Pireo e ospite del ricco Cefalo, ha finito di chiacchierare con Polemarco, e Trasimaco, il lupo Trasimaco, non vede l’ora di dire la sua sull’argomento in discussione: cosa sia mai la giustizia. E dopo qualche breve schermaglia la dice, senza alcun infingimento: la giustizia è l’interesse del più forte. Ma siccome Socrate fa mostra di non capire, aggiunge: in tutti gli Stati la giustizia è sempre l’interesse del potere costituito, il quale è forte abbastanza perché sia detta giusta sempre la stessa cosa. L’interesse del più forte, per l’appunto.
    (continua su Left Wing)

    Postato da Azioneparallela | 13:49 | commenti (2)

    04/01/2009
    Sparizioni

    Enrico: Papà! se uno che ha paura di niente, come fa a essere spaventato? Però uno ha l'idea di sparire per un giorno, così quello si spaventa, perché un giorno è un poco troppo. Però come fanno a sparire, papà?
    Io: - Non lo so -.
    Enrico: - Se Dio ce lo potesse dire, io lo ascolterei. Però è vero che non c'è nessuno che ha paura di niente. Ognuno ha paura di qualcosa. Come quello della Tv, che diceva di non avere paura di niente ma poi aveva paura di qualcosa, che gli Ozzy Bus* sparivano per un giorno -.
    Enrico (dopo una lunga pausa): - Papà, ma Dio è sparito? -.

    *[La grafia è una mia pura invenzione. Enrico mi dice che sono dei pinguini]

    Postato da Azioneparallela | 15:39 | commenti (9)

    03/01/2009
    La mutazione umana

    Si può fare un'ontologia del presente? L'espressione, che è di Michel Foucault, ha un carattere paradossale: indica un oggetto di studio – le forme di vita contemporanee, quel che sta capitando proprio 'adesso' – storico quant'altri mai; ma scomoda l'ontologia, cioè un sapere che si propone di delineare le strutture necessarie proprie di ogni ente in quanto tale: ieri come oggi, oggi come domani. Perché dunque il proposito di costruire un'ontologia del presente non sia solo un equivoco, occorre avanzare l'ipotesi che quel che accade oggi è l'annuncio di qualche profonda modificazione in corso, che tocca se non la natura in generale almeno la natura umana.
    Alla natura umana, infatti, è dedicato l'ultimo libro di Massimo De Carolis, che aveva già condotto un'affascinante esplorazione del nostro tempo storico ne La vita nell'epoca della sua riproducibilità tecnica (Bollati Boringhieri, 2004). Nel solco di quella ricerca si colloca ora Il paradosso antropologico (Quodlibet, 2008) [recensito anche su Il manifesto]. E se in quel volume era a tema il fatto, di per sé inquietante, che l'uomo è ormai l'oggetto di una potentissima ingegneria scientifica e tecnica, sul piano biologico (si pensi all'ingegneria genetica) come su quello cognitivo (si pensi agli studi sull'intelligenza artificiale), il nuovo libro verte sulle trasformazioni non meno preoccupanti che interessano sia la psiche individuale che i sistemi sociali.
    L'approccio 'ingegneristico' delle moderne scienze dell'uomo risponde ad un'esigenza precisa: riprodurre tecnicamente quanto l'uomo compie naturalmente. Ora però, quel che appare specifico dell'uomo, quel che rappresenta un autentico paradosso, è la capacità di inventare, di interpretare, di non attenersi a schemi ripetitivi e fissi: tutto quello che insomma sembra sottrarsi in linea di principio alla possibilità di una mera codifica tecnica.
    Orbene, per l'antropologia filosofica, il cui arco si distende da Aristotele ad Heidegger, questa capacità può essere rappresentata nei termini della facoltà di formare un mondo, che sarebbe propria dell'uomo e non dell'animale. Il termine 'mondo' va qui contrapposto ad 'ambiente'. L'animale ha infatti un ambiente, cioè uno spazio nel quale si muove secondo schemi di azione e risposta fissati dal corredo di istinti proprio della sua specie; l'uomo invece è correlato a un mondo, cioè ad un ambito non già assegnato dalla natura alla specie umana, ma da essa ritagliato (inventato, appunto) secondo operazioni 'culturali' – la prima delle quali, ecco il paradosso, consiste proprio nell'invenzione della cultura.
    Il cuore della ricerca di De Carolis consiste ora nel mostrare che la capacità specificamente umana di formare un mondo si è ridotta ormai alla più modesta capacità di formare nicchie, cioè mondi dentro mondi. Non solo mondi più piccoli, in verità, ma mondi in certa misura illusori, in cui ci si illude di poter 'fabbricare' la realtà, come prima accadeva solo nella dimensione del gioco o dell'arte (oppure, nei casi patologici, nei fenomeni di dissociazione psichica).
    L'ipotesi di De Carolis è che la formazione di nicchie comporti un profondo riassestamento tanto dei sistemi sociali quanto dei sistemi psichici individuali. I quali erano prima organizzati secondo una linea di divisione 'orizzontale' che separava il sopra e il sotto, il piano simbolico e quello pulsionale, l'imperium rationis e l'imperium passionis. Al piano di sopra stavano la legge, la cultura, al piano di sotto stavano le etnie, gli interessi, gli egoismi sociali. Analogamente, sul piano individuale, di sopra stava il soggetto, la sua autonomia e la sua libertà; nel sottosuolo le pulsioni e gli istinti.
    Questa 'topica' oggi non funziona più: la formazione di nicchie è frutto di una scissione non più orizzontale ma verticale, con la quale l'identità individuale si dissocia in una molteplicità di ruoli, mentre il mondo si suddivide in una molteplicità di spazi fra di loro isolati e protetti, la cui stabilità dipende dalla possibilità di tenere fuori da essi tutto il resto della realtà (o più radicalmente dalla possibilità di inventare una realtà ad hoc).
    Il fascino di questa ricostruzione delle forme di vita contemporanee è indubbio: essa coglie infatti fenomeni molto diversi tra di loro, che interessano volta a volta l'etnologia critica di Ernesto De Martino e la psicanalisi di Freud e Winnicott, l'antropologia filosofica di Gehlen e Schmitt e le analisi linguistiche di Austin e Wittgenstein, riuscendo a ricondurre tutto questo materiale su un piano di comune intellegibilità.
    Ma il terreno ultimo e decisivo su cui De Carolis si misura è quello politico: qui l'indagine intende mostrare l'obsolescenza di gran parte del lessico politico moderno, fondata su concetti (popolo, Stato, sovranità) per i quali si dovrebbe dire che, letteralmente, non c'è più spazio, nel senso che appunto lo spazio psichico e quello sociale si prospettano oggi secondo linee molto diverse da quelle moderne. Le nicchie tagliano trasversalmente le comunità di appartenenza tradizionali e non si lasciano ricondurre a denominatori comuni. La scommessa è così se prevarrà in esse solo il tratto della chiusura autoreferenziale, fino all'atrofizzazione dell'inventività propria della natura umana, o se invece non si possa formare, a partire da esse, "una nuova sfera pubblica".
    È una scommessa difficile, come ogni tentativo radicale di sporgersi oltre la cornice statuale moderna. Che per un verso appare logora, per l'altro rimane quella che ha meglio saputo assicurare, finora, una misura di uguaglianza giuridica tra gli uomini. Ma la consapevolezza che la posta in palio tocca la sfera politica perché tocca la radice antropologica dell'umano, quella, almeno, dovrebbe accompagnare ogni seria riflessione sul proprio tempo, che non rinunci a comprenderlo in pensieri.
    (Il Mattino, però questa volta nella pagina 19 della cultura)

    Postato da Azioneparallela | 16:14 | commenti

    02/01/2009
    La cosa più buffa

    Io: - Enrico, perché mi hai chiesto da quanto tempo stanno in cielo nonno e nonna? -.
    Enrico: - Perché mi preoccupo che quando muoro starò sempre lì. Sempre! -.
    Io: - Ah! -.
    Enrico: - Però primo starò vicino a Gesù. Secondo starò vicino ai miei nonni. Terzo starò vicino a papà. E quarto sarò adulto e quindi non piangerò come un bambino -.
    Io: - Giusto! -:
    Enrico: - Questa è veramente la cosa più buffa, che non piangerò più! -:

     

    Postato da Azioneparallela | 16:23 | commenti (2)

    Cristiano e la Bibbia

    Sembra una scena biblica. O forse la sua caricatura. Sta scritto infatti: "Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra". Agli uomini che volevano costruire la città e farsi un nome non andò bene, tuttavia. Il Signore scese a vedere la città e la torre di Babele (che come opera pubblica non doveva essere trascurabile), e per ostacolare il progetto confuse le lingue. Niente nome, niente città. Il nome e la città, cioè la politica, andavano dunque di pari passo tra gli uomini, prima che il Signore, il quale non doveva avere particolari difficoltà ad intercettarli, mescolasse le carte in tavola. E così, confuse le lingue, inflazionato il linguaggio, pluralizzate le idee, invece di raccogliersi sotto un unico nome gli uomini si promisero di trovare il modo di comporre i loro conflitti di opinioni nella democrazia che verrà.
    Tra le molte chiavi di interpretazioni della vicenda di Cristiano Di Pietro, beccato al telefono mentre chiedeva qualche favore al provveditore alle opere pubbliche Mauro Mautone, non era stata ancora suggerita in termini espliciti quella teologica (o para-teologica). Eppure è chiaro, e non solo per il nome di battesimo del suo involontario protagonista, che è in una logica sacrificale che si muove ormai l'intera faccenda. Con gli uni pronti a dire che non è abbastanza (non è mai abbastanza), che non bastano le dimissioni per salvare casa e bottega, cioè il cognome che porta e il partito in cui milita (la stessa cosa o quasi), e gli altri che invece elogiano Cristiano, pronto ad immolarsi ben al di là delle proprie colpe, per esaltare in realtà la figura specchiata del padre-segretario di partito, al cui impietoso giudizio reso in pubblico e alla cui immagine di campione della moralità Cristiano non ha potuto non sacrificarsi.
    Ma è la faccenda del nome (e del cognome) quella che si rivela più istruttiva, almeno secondo la Bibbia. Farsi un nome è infatti la più grande impresa umana. Farsi un nome significa sfidare il tempo, diventare immortali, costruire un edificio che si veda da ogni angolo della terra e che rimanga per sempre. Ma la complicazione introdotta da Dio è tale per cui, nella babele delle lingue, l'impresa non può essere compiuta nel nome di uno solo (il solo che sia l'Unico è appunto il Signore Dio, che proprio perciò pensò bene di gettare gli uomini in confusione). Dopo la torre, gli uomini non hanno smesso di costruire città, ma non è mai riuscito loro, neppure edificando Imperi millenari, di ridurre l'infinità complessità delle vicende umane, i sogni e i bisogni di ciascuno al desiderio di immortalità di uno solo. Fare politica è perciò, da Babele in poi, ordinare la pluralità e la diversità senza ridurle ad unum.
    Perciò colpisce, dopo questo ingombrante prologo in cielo, imbattersi negli stessi cognomi quando si tratta della cosa pubblica: è un tradimento della politica. Partiti personali, e personale politico che milita sotto le stesse insegne portando lo stesso cognome: non è il massimo della maturità politica. Soprattutto in democrazia, cioè in quella straordinaria creazione politica resa possibile solo ed esclusivamente dal rifiuto di qualunque subordinazione naturale tra gli uomini, e quindi anche dalla rigorosa separazione dell'autorità familiare da quella politica. C'è politica e c'è democrazia perché gli uomini non sono affatto un'unica grande famiglia: altrimenti, non avremmo che da trovare il buon padre di tutti noi.
    Come si vede, nella disavventura del giovane Di Pietro la morale personale non c'entra nulla, così come nulla c'entra l'inesistente rilevanza giudiziaria degli episodi riportati dalle cronache (il che, sia detto tra parentesi, costringe però a chiedersi come funziona la lotteria delle intercettazioni, e soprattutto quali siano ogni volta le ragioni per cui divengono pubbliche).
    Se non c'entra la morale, c'entra però l'etica nel senso antico della parola: c'entra cioè il carattere. E qual è il carattere di questi figli, che si mettono a far politica sotto l'egida paterna? Un tempo le generazioni dei figli si facevano le ossa contestando quelle dei padri. Avevano il loro parricidio da compiere, e non prendevano certo per oro colato tutto quello che il padre dicesse loro (o peggio dicesse di loro). Oggi è il contrario: si seguono le orme paterne anche quando si è ben dentro l'età adulta, e si rinuncia a diventare adulti pur di non dispiacere a papà.
    Non è questione solo di Cristiano, ovviamente: i giornali sono pieni di rampolli che, sventolando il rinnovamento generazionale, cercano di farsi largo, ben scortati dal nome che portano. Non se ne trova uno che militi dall'altra parte della barricata: eppure un tempo i figli le alzavano, le barricate. Ma se è vero, come diceva Kelsen, che almeno in linea di principio democrazia significa assenza di capi, come non pensare che non può proprio voler dire presenza di padri?
    (Il Mattino, iL'etica dei padri)

    Postato da Azioneparallela | 15:32 | commenti





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