Babele
Babele
 
29/12/2008
Imprimere al divenire il carattere dell'essere

Io: - Mauro, tu vuoi diventare grande? -.
Mauro: - Dopo -.
Io: - Dopo vuoi diventare grande? -.
Mauro: - No, piccolo -.
Io: - Ma tu sei già piccolo. Cosa vuoi diventare? -
Mauro:  - Piccolo piccolo -.

(Mauro, credo al suo esordio sul blog)

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Sguardo al futuro - Buon anno 2009

sguardo al futuro

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25/12/2008
Il completto pluto-ecc

"Di fatto sono quasi tutti ebrei gli operatori della finanza, compreso il Madoff e i capitalisti di cui sopra, e come è noto lo sono sempre stati anche quando le Borse e le Banche non esistevano, ed erano loro che prestavano soldi ad alto interesse ai poveri, piazzandosi con piccoli “banchetti” vicino ai mercati, mentre ai Re e Papi fornivano il denaro per le guerre e le conquiste in cambio di ipoteche su intere città. Gli Ebrei non amano  ricordarlo, ma uno dei motivi che ha contribuito alla formazione dell’immagine negativa che li ha accompagnati lungo lo scorrere della storia è stato proprio il loro arricchirsi attraverso il commercio di denaro. [...]

Perché ci si trova oggi a dover precisare l’identità ebraica dei manipolatori della finanza mondiale? Perché esiste appunto una “visione del mondo” che li guida, un progetto di vita sul quale si fondano i dogmi che tutti noi, non ebrei, siamo stati obbligati a condividere dalla fine della seconda guerra mondiale"

Dalla allucinante penna di Ida magli, quel punto di vista pluto-giudeo-ecc. sulla crisi, che ci mancava.

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Striscia positiva

E anche quest'anno, per il settimo anno consecutivo, a casa Adinolfi Babbo Natale ha superato la prova di realtà.

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23/12/2008
Buon Natale, buon Natale, e che sia quello buono

Posso chiedere una moratoria universale per gli auguri via mail? Non che io non mi appresti a farli, ma quelli che non sopporto sono quelli stereotipati. Chi li manda, chi li manda all'undisclosed recipient, è consapevole che non sono in nulla diversi dai bigliettini da visita che il medico di famiglia (o più probabilmente la sua segretaria) usa,  per ringraziare del panettone e delle bottiglie di spumante?

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22/12/2008
Tot capites, tot partiti

Lo so che ci sono cose molto più importanti di cui se avessi tempo mi piacerebbe parlare, ma per non lasciarvi senza un post anche oggi, perlomeno vi dò una notizia. Sappiatelo: Francesco Pionati, ex portavoce UDC, ha fondato l'Alleanza di Centro, di cui è il segretario nazionale.

(La notizia è vecchia di un mese, ma solo oggi Pionati mi è venuto sugli scudi, a Salerno. E poi, non voglio che di questi tempi passi inosservato un chiaro segnale di rinnovamento della politica)

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20/12/2008
L'abisso della decisione

Ho deciso di ascoltarmi tutti gli interventi alla direzione Nazionale del PD (non la relazione del Segretario: quella, semmai, dopo). Prima di farlo, scorro i nomi e penso: può darsi che ascoltando mi convinca che questa classe politica sia del tutto inadeguata. Ma se lo è, non mi pare proprio che lo sia per motivi generazionali o morali.

Scopro oggi che Marco Follini ha detto in Direzione che la questione generazionale non è il surrogato della questione morale, e soprattutto che la questione morale non è il surrogato della questione politica. E giuro che non avevo letto Cundari.

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17/12/2008
E più non dimandare

Enrico - Papà? -
Io: - Che c'è? -
Enrico - Lo sai che io da grande lavorerò in Calabria? -
Io - In Calabria? -
Enrico - Sì. Io e Umberto costruiremo palazzi vicino alla Calabria. Però Vincenzo no -
Io - Ma perché la Calabria? -
Enrico - Perché l'abbiamo deciso noi. A un certo punto noi abbiamo deciso di costruire una Calabria. Nessuno sa dove abbiamo nascosto la Calabria -.
Io - Ma chi ti ha detto che esiste la Calabria? -:
Enrico - I segreti tra amici non si dicono -.
Io (un po' spazientito) - Ma perché proprio la Calabria? Si può sapere chi te l'ha nominata? -:
Enrico (dopo una pausa in ogni senso decisiva): - Dio -.

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16/12/2008
Contrordine compagni

Per motivi tecnici indipendenti dalla mia volontà (e suppongo da tutte le volontà coinvolte nella faccenda) la puntata di Europa Occidente prevista per stasera è stata rinviata. Ci scusiamo con gli spettatori, con l'Europa e con l'Occidente.

Postato da Azioneparallela | 21:28 | commenti (6)

Blocchiamo i circuiti della paura

Sedetevi. Passatevi le mani sulla fronte e controllare la temperatura del vostro viso. Verificate che il respiro sia regolare, e che regolare sia anche il ritmo cardiaco. Appurate poi che i muscoli non siano troppo tesi. Se avete a disposizione (ma ne dubito) uno scanner cerebrale, potreste anche accertare come stiano le cose dalle parti dell'amigdala, la regione del cervello che si occupa per voi delle emozioni. E già che ci siete, misurate pure quanta dopamina sta rilasciando il vostro cervello. Mettete insieme tutte queste informazioni, e stabilite così se avete davvero paura oppure no.
In realtà ci sarebbe da capire anche se la vostra paura è un semplice spavento, o sta crescendo in vero e proprio terrore. Se si tratta di panico incontrollato, o invece di timore passeggero. Se vi afferra un'indistinta e sorda angoscia o se siete individui fobici, o addirittura paranoici.
Se però non avete un amico psicologo, se non conoscete nessun neurofisiologo e se lo psicanalista costa troppo, allora disponete di un sistema meno complicato per compiere tutti questi accertamenti: riflettete sul modo in cui i vostri comportamenti sono modificati dalle seguenti notizie:
la crisi finanziaria e i suoi pesanti riflessi sull'economia reale; la crisi del mercato dell'auto e in generale il calo della domanda; la piena del Tevere e il fatto che non la finisce più di piovere, gli scandali a go-go, i falsi e le contraffazioni in aumento sotto Natale, la Cina e gli stranieri che sono sempre troppi, l'emergenza ambientale, la pillola abortiva e gli incidenti stradali e la corruzione e la violenza e qualche profezia di Nostradamus (strano che nessuno lo abbia ancora rispolverato, a pensarci).
Si potrebbe continuare. Ma è meglio riconoscere subito che mettere insieme tutte queste cose è un facile espediente retorico. E che, d'altro canto, fare come se la crisi non ci fosse sarebbe quasi da irresponsabili. Solo lo stupido, infine, non ha mai paura, Concesso però tutto quel che è da concedere alla serietà del momento, alle difficoltà del Paese e magari anche al destino cinico e baro, bisognerà pur riflettere sul sempre più largo spazio che viene concesso alle emozioni nella vita pubblica del paese. È una riflessione che per la verità è già stata fatta, e riguarda il peso crescente che le cosiddette emozioni d'attesa (paura e speranza, soprattutto) hanno nelle società contemporanee. Le quali emozioni (o passioni) funzionano spesso come quegli specchi deformanti che si vedevano un tempo nelle fiere di paese: ingrandiscono ciò che è piccolo, e rimpiccioliscono quel che è grande. Forse, chi si affaccia in questi giorni sul Tevere e lo vede effettivamente ingrossarsi non sarà d'accordo: in ogni caso, bene fa la protezione civile a tenere il livello delle acque sotto controllo. Se però oltre a prendere tutte le opportune misure di precauzione, si dà ad esempio un'occhiata anche ai giornali degli anni scorsi, non si potrà non constatare, con grande sollievo, che dei temuti inverni troppo temperati e senza pioggia non c'è traccia, e che la siccità, prima in cima alle nostre paure metereologiche, è oggi l'ultima delle possibili preoccupazioni.
Il fatto è che anche la paura ha un contenuto sociale e, inevitabilmente, un uso politico. Da Darwin in poi, sappiamo in realtà che sulle nostre facce non si dipingono i colori della paura a piacer nostro. Il grande naturalista sosteneva che la paura, come le altre emozioni, non fosse che una sorta di azione istintiva tenuta a freno e riversata quindi nei segni del corpo (e anzitutto del volto), fattisi così espressivi. In esse sarebbe perciò contenuta una forma primitiva, naturale e universale di linguaggio, precedente le convenzioni e gli usi delle lingue storiche. Possiamo dire paura o "fear" a seconda della lingua che parliamo, ma non possiamo non spalancare la bocca e atterrire quando qualcosa di spaventevole ci si para innanzi. Il fatto è che però sono molto poche le cose spaventevoli di per se stesse, e molte invece le cose che impariamo a considerare spaventevoli – o a non considerare tali. Sono cioè molte le cose che si colorano di qualità positive o negative, così da apparirci paurose o attraenti, a seconda di come ce le rappresentiamo. E se non possiamo governare la paura, possiamo governare però le rappresentazioni di ciò che è pauroso.
Ma chi o cosa governa oggi le emozioni? Chi preme sul pedale della paura? Difficile dirlo. Perché è difficile dare una risposta univoca. Se uno degli effetti della paura è quello di impedire di pensare, per riportare le cose al loro posto sarebbe bene prendersi comunque la briga di distinguere. Ed esercitare l'arte del discernimento, che significa: mostrarsi pazienti nell'analisi e rigorosi in ogni osservazione. Rinunciare perciò anche ai facili espedienti retorici, d'accordo, ma non rassegnarsi a un generico e indeterminato clima di paura. Sarebbe sciocco ovviamente dire che non c'è nulla da temere. Ma sciocco è anche cedere alla retorica catastrofista che – c'è da giurarlo – si sta preparando per la fine d'anno. E se a causa della crisi spenderemo meno, evitiamo almeno che a causa della paura quel poco finiremo col mandarcelo pure di traverso.
 (Il Mattino)

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Charles Larmore

Charles Larmore a Europa, Occidente, questa sera alle 21.30. Di Larmore, celebre per essere stato tra quelli che han costretto Rawls a tornare sopra la propria teoria della giustizia, vi segnalo codesta conferenza sulle basi morali del liberalismo, che però è in inglese, e una lunga recensione al suo libro più importante tradotto in italiano, Pratiche dell'io

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11/12/2008
Risposte

Provo a rispondere alle domande rivoltemi non più tardi del maggio scorso (sono celere con le risposte, come vedete) in questa 'lettera aperta' che seguiva le giornate della Scuola di Camerota, e un breve contributo apparso su 2/2008 di Italianieuropei.
Cerco di farlo il più brevemente possibile (tanto se ne riparlerà).
1. "Non condivido la liquidazione della razionalità liberaldemocratica a metafisica fra le tante". Neanch'io la condivido: e infatti non la sostengo. Dire che ci vuole una bella metafisica alle spalle della razionalità liberaldemocratica perché questa funzioni (una metafisica alla quale han lavorato in tanti, da Descartes in poi), non vuol dire che è una fra le tante possibile, e che tutte per me pari sono.
Ho poi molti dubbi sull'idea che il relativismo falsificazionista (che dopo tutto si riduce esso pure a un insieme di regole) non abbia bisogno per funzionare di qualcosa che non sta dentro quelle regole, e non mi riesce quindi di capire quale autonomia dal campo della metafisica possa vantare. Naturalmente bisogna intendersi sulle parole, per esempio sulla parola metafisica. Se è metafisica solo una roba che fa affermazioni su Dio, allora d'accordo: il falsificazionismo non ce l'ha. Ma se le distinzioni ricordate nella 'lettera aperta' (formale/materiale; essere/dover essere, ecc.) sono, come credo, distinzioni metafisiche, distinzioni in cui ne va cioè, come direbbe taluno, del senso d'essere dell'ente, allora non sono affatto d'accordo sull'autonomia di alcunché.
2. Se così stanno le cose, cade anche questa seconda obiezione: che io e Mario e voi tutti siamo infatti d'accordo su cosa sia e su come funzioni la razionalità procedurale rende sicuramente plausibile che sia questa proceduralità la migliore (non direi l'unica)  fonte di legittimazione delle regole. Ma appunto plausibile, in un determinato contesto in cui io e Mario condividiamo un sacco di cose, prima di convenire su ciò che è plausibile e ciò che non lo è. (E la cosa peraltro finirebbe là, e finisce effettivamente molto spesso, se non ci fossero però casi in cui questo convenire non basta più, o si restringe).
3. Qui chiedo: a quale senso di giustizia ti appelli, per porre la domanda che poni? La giustizia di Rawls, peraltro, non mi entusiasma affatto, e visto che scrivo dopo la giornata De Martino, domando banalmente: credi tu che sarebbe bastata ai contadini meridionali che De Martino incontrava "oltre Eboli"?

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10/12/2008
L'impegno di De Martino tra politica e cultura

(Se volete una prima informazione sull'argomento, leggetevi questa pagina di Massimo De Carolis)


La Fondazione Italianieuropei e la Fondazione MezzogiornoEuropa organizzano, con il Patrocinio dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e dell'Associazione Internazionale Ernesto De Martino, il convegno "L’impegno di De Martino tra politica e cultura". Il convegno si terrà a Napoli, Mercoledi 10 dicembre, presso l'Istituto Studi Filosofici (Via Monte di Dio 14, Palazzo Serra di Cassano).

on il Patrocinio dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
e dell'Associazione Internazionale Ernesto De Martino

L’impegno di De Martino tra politica e cultura

Napoli, Mercoledi 10 dicembre

Istituto Studi Filosofici
Via Monte di Dio 14, Palazzo Serra di Cassano

 

Ore 15,30 Il Mondo di Ernesto De Martino

Presentazione dell’iniziativa
Massimo Adinolfi

Relazioni
Massimo De Carolis, Che cos’è il mondo e perché può finire

Marcello Massenzio, Cristianesimo e identità culturale dell’Occidente. La visione di Ernesto De Martino

 

Ore 16,30 Il Mezzogiorno di Ernesto De Martino

Tavola Rotonda

Modera
Ivano Russo

Interventi
Marino Niola

Francesco Paolo Casavola

Beppe Vacca

Massimo D’Alema


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09/12/2008
Il partito vero che il Pd ancora non è

C’è un ovvio elemento di garantismo dal quale sarebbe bene che muovesse ogni discussione intorno alla cosiddetta questione morale. Ma è vero che, rispetto alla velocità e all’imponenza con cui l’opinione pubblica, attraverso i media, viene raggiunta dalle notizie relative a indagini in corso, appellarsi al principio per cui nessuno è colpevole sino a sentenza definitiva, e a qualunque altro principio debba attendere la finale sanzione di qualche tribunale, suona vagamente derisorio. Poiché però la democrazia non ci guadagnerebbe se i giornali, per risolvere il problema (e risparmiare sui costi), licenziassero tutti i cronisti di nera, sembra che ci sia poco da fare, salvo incatenarsi dinanzi alla sede di un giornale, per far sentire la propria voce sui giornali.
In realtà, qualcos’altro da fare deve pur esserci, perché di sindaci incatenati in giro per l’Europa non ce n’è – e di procure che si sequestrano a vicenda le carte neppure –, il che lascia pensare che nei rapporti fra politica, magistratura e giustizia le cose qui da noi non stanno proprio come negli altri paesi, e che dunque non c’è da prendersela solo con lo spirito dei tempi e la caduta tendenziale del saggio di democrazia (o di moralità, o di tutte e due le cose). Proprio la clamorosa protesta del sindaco Domenici consente di mettere a fuoco almeno uno dei problemi che abbiamo. E di mettere sotto accusa la politica – attività che assicura sempre a chi la propugna un certo vento a favore – per ragioni però squisitamente politiche. Per ragioni che attengono cioè alla credibilità della politica e, poiché in politica le due cose non possono andar scisse, anche alla sua forza e al suo peso. Il sindaco Domenici è infatti anzitutto un sindaco, cioè uno dei protagonisti di quel nuovo assetto istituzionale che nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica avrebbe dovuto comportare un netto miglioramento dell’offerta politica del Paese, in ragione di un maggiore potere in capo alla figura del primo cittadino, che fece addirittura sognare a Mario Segni, per una breve stagione, l’avvento palingenetico del Sindaco d’Italia. Va da sé che un tale maggior potere doveva comportare la correlativa diminuzione di peso di tutte le altre istanze: dal Consiglio comunale alla Giunta ai partiti. I deprecabili partiti. Eccoci quindi al punto. Intervistato da Lucia Annunziata insieme al sindaco Iervolino, Domenici non ha auspicato che, come già accaduto sotto il fascismo, la stampa non diffondesse più notizie di nera; non ha chiesto di portare l’azione della cattiva magistratura sotto il controllo della politica e, nonostante l’incalzare dell’intervistatrice, non ha neppure inteso attribuire al gruppo editoriale contro cui protestava di prestarsi a qualche manovra occulta e inconfessabile. Ha espresso, molto più semplicemente, il suo voto: “Vorrei che il Pd diventasse finalmente un partito vero!”.
Un partito vero. Come dire: abbiamo provato i sindaci veri, liberi dall’impaccio di rispondere alle segreterie dei partiti, e li abbiamo lasciati alla mercé delle loro segreterie telefoniche, e di tutti quelli che possono farle squillare con qualche energia. Ovviamente, la colpa originale (colpa politica, beninteso) non sta nel fatto che il telefono squilli, e che qualcuno risponda, ma nell’aver allontanato troppo la voce di chi risponde dalla vera platea innanzi a cui si risponde, che in democrazia è formata dai cittadini. I partiti servono a questo. Le grandi organizzazioni collettive servono a questo. A non lasciare i sindaci nella posizione di utenti telefonici, e tutti i cittadini in quella di spettatori, poiché in tal caso è fatale che i giornali cerchino lo spettacolo, e quale spettacolo migliore di un’inchiesta giudiziaria condita da indiscrezioni, intercettazioni, e vociferazioni varie? E come meravigliarsi se anche un sindaco sia costretto a dare spettacolo, perché la sua voce faccia sufficiente clamore e non sia alla mercé di chi lo spettacolo lo organizza?
Tutto il resto ci vuole. Ci vuole la riforma della giustizia perché è evidente che qualcosa non funziona. E ci vogliono i codici etici e i codici deontologici e ogni altro codice piaccia all’umana fantasia di inventare. Ma senza una qualche idea del senso storico e politico della funzione dei partiti, l’interpretazione in chiave para-giudiziaria delle vicende del paese apparirà l’unica maniera di dare un senso alla lettura quotidiana dei giornali, e le questioni morali e le grane giudiziarie e persino le umane bassezze continueranno a tenere banco.

(Il Mattino)

Postato da Azioneparallela | 14:02 | commenti (2)

De Monticelli

Quinta puntata di Europa Occidente, alle 21.30 su Red TV. Ospite Roberta De Monticelli  (che parla tra l'altro di Oxford e Michael Dummett, di arte e disciplina della percezione, e della linea politica della Chiesa)

Postato da Azioneparallela | 10:07 | commenti

Omnia munda mundis

"Like people squeezing between others in the subway": dsi cosa sta parlando, l'autore delle parole citate?

a - di aspiranti attrici in attesa per un provino;
b - di cacicchi e altri potentati;
c - delle bottiglie nei quadri di Morandi;
d - di animali visti su Discovery Channel.

(Chi vuole la soluzione legga qui, e inorgoglisca anche un po').

Postato da Azioneparallela | 09:47 | commenti

07/12/2008
Demografia

Il Corriere dice, in base a uno studio inglese: Maschi intelligenti hanno sperma migliore. Sia pure: ma come si deve prendere il fatto che questa è la notizia più letta di oggi? Come la dimostrazione lampante dei seri problemi demografici del Paese?

Postato da Azioneparallela | 19:59 | commenti (4)

Risposta al Papa (via Pera)

"Benedetto XVI non si è rivolto a noi tutti con la domanda: - Lei crede in Dio? - [...] Benedetto XVI ha fatto una domanda in particolare a me, laico, cresciuto con un'educazione filosofica che faceva riferimento al liberalismo [...], e la domanda che mi son sentito rivolgere è questa: ma come giustifichi tu laico, tu liberale, tu europeo, tu occidentale, come giustifichi tu i principi e i valori che consideri così fondamentali al punto di esserne orgoglioso? Qual è il terreno su cui tu laico e io credente ci possiamo incontrare per salvaguardare questi prinicipi e valori senza i quali tu e io riconosciamo che non ci potrebbe essere civiltà?" (Marcello Pera, dalla presentazione del suo ultimo libro, che si può ascoltare qui)

Ovviamente, Pera non è minimamente toccato dalla domanda: ma cos'è una giustificazione? Quand'è che tu ritieni giustificato un principio? com'è fatta la giustificazione di un principio? Sospetto perciò che, non ponendosi domande del genere, presti il fianco a chi consideri che sia giustificato solo quel che è assolutamente giustificato, e che è assolutamente giustificato solo ciò che è teologicamente giustificato. Che se invece il battesimo cristiano dell'Europa gli interessa solo in quanto giustificazione storico-culturale, io gli direi ben bene: hai idea di cosa sia la storia? Lui dice: "Togliete questo fondamento [il concetto di persona, che non c'è in altre culture, e che c'è nella tradizione ebraico-cristiana solo perché l'uomo è pensato a immagine e somiglianza di Dio, e perciò ha dignità ecc. ecc.] togliete questo nutrimento tipicamente cristiano a questi concetti e principi fondamentali, avremo anche tolto fondamento alle nostre carte costituzionali. Saremo allora in preda alle altrui civiltà, ecc. ecc.". C'è bisogno di mostrare esplicitamente il non sequitur? Siamo ancora a Socrate ed Eutifrone: posto pure che di un simile concetto di persona, bello e buono, non si può fare a meno senza far saltare tutta la civiltà europea, non se ne può fare a meno perché l'ha insegnato il cristianesimo (e magari il Papa, non il pastore valdese), o perché è bello e buono? Nel primo caso, non credo che a tal concetto gli si renda un bel servizio. (Come si vede, non sto discutendo qui quanto sia vero che senza il concetto di persona, che senza l'immagine e somiglianza, ecc. ecc.,, per quanto anche di questo ci sarebbe da discutere).

(Io poi al Papa, ove mai avesse rivolto a me la domanda, mi sarei contentato di rispondere, con tutto il rispetto: "se tu mi chiedi come io giustifico quei valori e principi senza i quali tu religioso ed io laico riconosciamo che non c'è civiltà (e posto che così sia), io rispondo semplicemente così, che se riconosciamo che senza quei valori e principi non c'è civiltà, la giustificazione è già bell'e trovata, e recita proprio così: che senza quei valori e principi non c'è civiltà. Che altra salvaguardia vuoi?".

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06/12/2008
Gratitudine eterna

Le Monde e la Tate Modern sul "dono indesiderabile" di cui mi ero occupato su Left Wing. (Se qualcuno mi finanzia una trasferta londinese, vado vedo e vi dico, oltre a esser grato eternamente)

Postato da Azioneparallela | 19:21 | commenti (3)

Il mondo magico

Enrico: - Papà, mi metti tu il pigiama? -.
Io: - E a me chi lo mette? -.
Enrico: - Papà, ma tu sei adulto!
Io: - E chi te l'ha detto che sono adulto? -.
Enrico: - Papà, ma tu sei un papà, quindi sei adulto -.
Io: - E chi te l'ha detto? Non posso essere un papà bambino? -.
Enrico, dopo avere lungamente pensato: - Ma a me lo ha detto Dio! -.
Io: - Dio? E come ha fatto a dirtelo? -.
Enrico - Scusa, papà. Io comunico con la natura, e quindi comunico con Dio. Oppure correndo quando mi vengono le idee -:
Io: - Ah -.
Enrico: . Sono magico, no? -.

* * *

Renata: - Papà, mi senti la storia? -.
Io: - D'accordo -:
Renata - Allora: 15 miliardi di anni fa c'era un enorme massa di gas e polveri che a un certo punto esplose. Fece il Big Bang, che in italiano significa Il Grande Scoppio. Poi...uffà, qua mi imbroglio sempre -.
Io: - E com'è che ti imbrogli? -
Renata: - Perché ce l'ha raccontata pure la maestra di religione -.
Io: - Ah. E com'era, la storia che vi ha raccontato la maestra di religione -.
Renata: - Più veloce -.

Postato da Azioneparallela | 15:30 | commenti (3)

05/12/2008
Caput mundi

Il libro che si presenta stasera nel centro del mondo, cioè a Baronissi:

stasera

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03/12/2008
In regime di regime

Su Giornalettismo, Luigi Castaldi (Malvino) discute e critica l'articolo da me pubblicato su Il Mattino (Chi grida al regime che non c'è). Nell'articolo, io distinguo per semplicità due casi, quando il regime prende la strada maestra della soppressione delle libertà civili, e fa tutto quello che bisogna fare per sbarazzarsi anche solo di una parvenza di democrazia. Che non sia questo il caso, mi pare che dopo tutto lo pensi anche Malvino. Lui fa in verità l'esempio di una legge liberticida (il lodo Alfano), e immagino ritenga possa farne anche altri: io non entro nel merito, dico solo che vedo la differenza fra una legge liberticida del genere e le leggi liberticide del 1925. Il che non significa che la nostra democrazia goda di ottima salute (potrei aggiungere qualche argomento di rincalzo, ma per il momento evito: per brevità, e per venire al caso più interessante).
Che è il secondo, quello in cui il regime consente senza imbarazzi all'opposizione di opporsi più o meno verbalmente, essendo divenuta irrilevante ogni manifestazione di dissenso (e in particolare: essendo divenuto irrilevante lanciare il grido d'allarme). Curiosamente, Malvino argomenta per tre quarti del suo articolo come se io non avessi distinto il caso, per poi farla abbastanza facile quando arriva a quel che infine, secondo lui, io al riguardo "concederei". No, io non mi limito a concedere: distinguo espressamente questo caso dall'altro, e aggiungo pure che questo caso è ben più "raffinato" (intellettualmente parlando) dell'altro, perché tira in ballo lo svuotamento sostanziale degli istituti democratici, i quali rimangono formalmente in piedi, privi però di qualunque significato effettivo. A questo riguardo, Malvino manca tuttavia di citare il mio argomento principale (potrei quasi dire l'unico): che una roba del genere non si fa dalla sera alla mattina, non si fa in pochi mesi, non si fa dalle ultime elezioni ad oggi. Il riferimento alle ultime elezioni serve per prendere posizione sulla fase politica attuale, e per dire (implicitamente ma non troppo) che solo se si contesta almeno il carattere democratico delle ultime elezioni politiche generali si ha titolo per parlare di regime (e in tal caso per affermare che del regime è parte pure l'opposizione, che quella denuncia non ha elevato durante la campagna), non se ci si limita alla cronaca degli ultimi mesi. Che era precisamente il problema che io ponevo: se uno pensa che c'è il regime (in senso liberticida e antidemocratico), deve fare un'opposizione politica conseguente, e di sicuro non limitarsi a dire che c'è il regime. Altrimenti, è lecito pensare che gridare al regime è il modo per coprire l'insufficienza della propria azione politica (ma su questo punto, che era poi il mio punto, Malvino non mi pare si soffermi abbastanza).
C'è infine la questione del consenso. Io ho scritto, in buona sostanza, che se si afferma che il consenso è drogato, poi come si fa? Si sarebbe conseguenti, di nuovo, non partecipando alle elezioni. Si noti: io non ho detto che in democrazia non sia un problema capitale come si formi il consenso, e non capisco quindi perché Malvino consideri che per me la questione del conflitto di interessi sarebbe irrilevante (al massimo, aggiungerei – senza peraltro pretendere con ciò di sminuire il problema – che sulla formazione del consenso incidono anche altre cose, mica solo la tv). Ho detto solo che se l'espressione del consenso è drogata e inattendibile, allora si sia conseguenti, si denunci il carattere fittizio e ideologico degli istituti della democrazia formale, e si prendano altre vie. Quel che io penso è che per fortuna non siamo a questo punto (e non, per esempio, che il sistema radiotelevisivo non debba essere normato). Quel che più in generale io mi aspetto, è che se, pur lamentando tutte le insufficienze del caso, accetti il gioco democratico e competi elettoralmente, allora non sei molto credibile nel parlare – anzi: nel caratterizzare politicamente la tua opposizione come quella che denuncia il carattere antidemocratico del regime (e fittizio e illusorio delle elezioni). Ci vuole dell'altro, e troppo spesso si ha l'impressione che dell'altro non ci sia.

Postato da Azioneparallela | 09:09 | commenti (9)

02/12/2008
Ballerò

So che non vedete l'ora, ma l'ora è cambiata. Europa, Occidente va in onda su Red TV stasera alle 21.30. Ospite Vincenzo Vitiello. E ora non dite che non siete in casa, che l'orario è scomodo, che vi guastà il thè pomeridiano. Io, poi, domani controllo gli ascolti di Ballarò, e se non trovo traccia di un calo significativo, ve ne addosserò la responsabilità.

Postato da Azioneparallela | 14:31 | commenti (6)

01/12/2008
Aderisco perché

Temo di condividere anche le virgole.  L'appello per il diritto alla libertà di cura, e i primi firmatari, si trovano qui

Postato da Azioneparallela | 12:07 | commenti (1)

Altezze, titoli

In effetti, il passaggio che aveva colpito i più attenti osservatori politici era il seguente:

"Bene, non pretendo di spiegare a persone molto più esperte e competenti di me quali contenuti dare al presente e al futuro del Partito Democratico. Non sto parlando di contenuti, come vedete, e non sarei all’altezza di discussioni molto approfondite ed elaborate che avvengono dentro questo partito".

Sto parlando dell'intervento di Luca Sofri nella Direzione nazionale, in ottobre, così come l'ha riportato lui medesimo, di suo proprio pugno. Se si fosse compreso subito che si trattava di puro understatement, perché in realtà Luca Sofri è all'altezza delle discussioni molto approfondite ed elaborate che avvengono dentro il PD, il passaggio in questione non avrebbe avuto il clamore che ha avuto (tra coloro, almeno, che non essendo nella Direzione si sono chiesti come si faccia a stare nella Direzione non essendo all'altezza delle discussioni che si tengono colà). E l'attenzione sarebbe andata subito a quest'altro passaggio, che immediatamente precede:

"Trovo pazzesco che sia data cittadinanza a contestazioni che non rappresentano nessuno. Nessuno. Veltroni è diventato leader del PD per fare il leader del PD, non per vincere le elezioni pochi mesi dopo. Sfido chiunque contesti l’attuale segreteria a dire a nome di chi parla. Dei voti ottenuti con un sistema elettorale senza preferenze? Gli unici qui dentro che parlano a nome di qualcuno sono coloro che hanno preso voti alle primarie dell’anno scorso".

Che questo fosse il punto vero, e non a quale altezza discutesse Luca Sofri, è finalmente chiaro a tutti, dal momento che ieri Sofri ha ripetuto la stessa tesi. Tesi che non mi pare però che discenda impeccabilmente dallo statuto del partito democratico, dal quale si evince invece che nel partito esistono anche altri organi elettivi, oltre al Segretario nazionale, concorrenti alla formazione dell'indirizzo politico, i cui componenti qualche diritto di prender parola e interloquire dovrebbero quindi poterlo avere. Né poi mi pare che la tesi discenda da una considerazione minimamente aderente alla realtà delle cose. Sofri si chiede tuttavia perché, se mai ci fosse alcunché da mediare con D'Alema, non ci sarebbe da mediare anche con lui o con chiunque altro: e forse il fatto stesso che si ponga la domanda può valere abbondantemente come risposta, per lo meno in termini di sano buon senso (Sofri dice che nei partiti normali questo non accadrebbe, e mi piacerebbe che facesse il suo esempio di partito normale). Ma anche a voler rinunciare agli esempi e al buon senso, non è chiaro perché un qualunque segretario di circolo del PD, tanto per stare bassi, non potrebbe contestare la linea politica del segretario, pur non essendosi candidato alle primarie. O perché, poniamo, Morassut, il giorno che lo volesse, non potrebbe dire che, per esempio, per lui le cose non vanno per il verso giusto: anche lui infatti non è passato per le primarie e dunque non avrebbe - iuxta Sophri principia - titolo. In questo modo, un bel mucchio di iscritti dovrebbe fare amabilmente la cortesia di non contestare, o anche semplicemente di non interloquire. Ma Sofri potrebbe dire, magnanimo: contestino pure, ci mancherebbe, sia chiaro però che lo faranno solo e soltanto a loro proprio nome. Il che, a ben vedere, è giusto.

Solo che non significa niente. Lui, per esempio, propone il suo bel ragionamento a nome di chi?  A suo nome soltanto, evidentemente (non essendosi purtroppo candidato alle primarie), il che non toglie che le sue ragioni potrebbero essere valide, validissime, e che dunque Veltroni potrebbe in qualche modo decidere di tenerne debitamente conto. Se dunque Marini D'Alema Rutelli Fassino (o Morassut o il mio segretario di circolo) hanno perlomeno la stessa legittimità di Luca Sofri a parlare a loro proprio nome, il problema di mediare con le loro ragioni si porrà se sono buone e valide le ragioni medesime, e se sono rappresentative al modo in cui si rappresentano in un partito le idee e le ragioni. Se no, no.

Ma di certo, messa così, c'è in ultimo da ricredersi sull'understatement, cioè sull'altezza delle discussioni di Sofri o per lo meno sul modo in cui si discute in un partito normale, secondo lui.

Aggiornamento

Luca Sofri oggi si è spiegato anche meglio. Il problema, per lui, è che formalmente Massimo D'Alema (o qualunque altro membro della Direzione Nazionale) non ha più titolo di Irene Tinagli. a cui nessuno si è preso la briga di inviare Fassino per una mediazione. Sicché giustamente Luca Sofri si domanda: "Ma perché le diffidenze di Massimo D’Alema – con tutto il rispetto e l’ammirazione eccetera – dovrebbero [sott. mia] incatenare e bloccare il dibattito nel PD più di quelle di un qualunque membro della Direzione Nazionale quale lui è insieme ad altri duecento e passa?".

Si apprende poi dal blog di Squonk che "dovrebbero" significa: "formalmente dovrebbero".  L'avverbio è importante, spiega Sofri al cugino scemo di Squonk. Sicché anche Luca Sofri capirà che se lui pone un problema formale la risposta è scema abbastanza perché si sia tutti d'accordo: formalmente non dovrebbero. Il che però - di nuovo - non significa un beneamato nulla. Fassino non è formalmente tenuto a mediare (né Sofri è tenuto formalmente a scrivere questi commenti sul suo blog). E infatti nessuno glielo ha chiesto formalmente, ed è molto dubbio che la mediazione di Fassino (ammesso che esista: non ne so nulla) abbia questo carattere formale che Luca Sofri dice che non ha ragione di avere. Se Fassino va da D'alema e non da Tinagli la ragione non è formale: e quindi? Ha presente Sofri la forza argomentativa di un: embé? Chissà poi perché Luca Sofri usa un argomento formale (Io, Irene e Massimo siamo tutti allo stesso titolo membri della Direzione) per dire cose per nulla formali. Chissà perché usa un argomento formale per dire che c'è "condiscendenza generale verso atteggiamenti complottardi e golpistici" (addirittura!). Se qualcuno gli dicesse che non c'è traccia formale di atteggiamenti complottardi e golpistici lui cosa replicherebbe?
La cosa più preoccupante è però che quella che i giornali chiamano la mediazione di Fassino (o qualunque altra cosa sia) diventa nel giro di un post per Luca Sofri - che evidentemente ha davvero il problema dell'altezza delle discussioni all'interno di un partito - una forma di condiscendenza verso atteggiamenti complottardi e golpistici (addirittura!). Lui evidentemente immagina che sul futuro del PD i titolati a parlare con Veltroni sono Adinolfi, Letta, Bindi, e non mi ricordo chi altri, altrimenti son complotti, o condiscendenza a complotti. Immagini pure. Formalmente lui, come chiunque, può immaginare quel che vuole. Non gli obietterò mai che formalmente non può farlo. Ma che è in realtà una scemenza, questo sì.

Postato da Azioneparallela | 09:44 | commenti (4)





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