Tra Forrest Gump e Pinocchio
Postato da Azioneparallela | 17:52 | commenti (3)
Girolamo De Michele getta via Heidegger più di un mese fa e io pazientemente lo raccolgo
"Ogni volta che il suo pensiero tocca qualche punto essenziale, Heidegger se ne esce ingarbugliando il linguaggio", così dice Girolamo De Michele (Liberazione 14 agosto). Io mi sono sempre chiesto se vi siano e quali siano le condizioni per la chiarezza, in filosofia, e cosa dovrebbe fare un filosofo quando venissero meno tali condizioni (oppure non possono e non debbono venire mai meno? e perché?). Non vorrei però ingarbugliarmi: si può essere banalmente d'accordo che la chiarezza suppone che ciò che è detto e il modo in cui lo si dice si possono ben tenere distinti, in modo che, quando non fosse chiaro come si son dette le cose, si possano dirle altrimenti e più chiaramente. Ma se un filosofo pensa che ciò che è detto e il modo in cui lo si dice non si possono tenere ben distinti?
De Michele scrive che Heidegger fa strame della sintassi e della filologia. Ma non mi sembra che ben filosofare debba supporre a priori il rispetto della sintassi e della filologia. Può magari essere auspicabile, si può adottare il prudente precetto di non fare strame sine necessitate, ma non si può dire che si comincia a filosofare solo dopo che sintassi e filologia (o qualunque altra cosa) abbiano ben stabilito le regole da rispettare.
De Michele porta un solo esempio di questo uso irresponsabile del linguaggio: "il niente nientifica". Si domanda cosa mai vorrà dire. Sostiene che Heidegger parlava dinanzi ad interlocutori a cui un'espressione del genere non poteva voler dir nulla. Può darsi. Io però ben conosco persone per cui quell'asserzione significa di sicuro qualcosa: sono persone mediamente intelligenti, non naziste, e prive di ammirazione acritica verso Heidegger (tra queste, peraltro, mi ci metto anch'io).
Non è poi vero che Heidegger liquidi il linguaggio quotidiano come chiacchiera insignificante. O meglio: non è vero del linguaggio quotidiano in quanto quotidiano (e in quanto linguaggio). Una buona parte del lavoro filosofico di Heidegger sull'eredità greca è consistita nel riattivare i significati ordinari delle parole di contro al loro uso metafisico platonizzante. Lo faceva facendo strame della filologia, probabilmente, ma in ogni caso questo comporta che il giudizio di de Michele sia perlomeno da circoscrivere.
De Michele dice però che Essere e Tempo è un gran libro. Meno male. Chi scrive un gran libro di filosofia per me è un gran filosofo, ma forse mi sbaglio. Però, dopo il riconoscimento di De Michele, segue la critica: Heidegger non ha portato a termine il libro per la mancanza di un linguaggio adeguato all'Essere. A parte il fatto che non si tratta di adeguatezza, ma pretendere di ridolizzare Heidegger per una simile affermazione è imbarazzante, se almeno Essere e Tempo deve rimanere un gran libro.
Salto un po' di ironie facili che De Michele spande a piene mani, e vengo alla citazione del verso del poeta. Il poeta è Hölderlin, ma per De Michele si tratta di Rilke: non faccio delle facili ironie.
Poi De Michele cita la nota frase di Heidegger, "ormai solo un dio ci può salvare", e fa dell'ironia sul singolare: un dio? Perché: ce ne sono molti? E poi domanda: "Ma un filosofo che si affida a un dio non sta tradendo dal proprio sapere?". Ora, non so bene cosa significhi 'tradire dal proprio sapere', ma so che tra le domande poste da Heidegger v'è anche quella in cui si chiede 'come dio entra in filosofia?' Se De Michele se la fa presente, comprende da solo che non ha senso parlare di tradimento (sia detto senza addurre la testimonianza di tutti i filosofi che a un dio han fatto giocare ruoli ben più ingombranti di quanto non abbia fatto Heidegger).
Ma il capo d'accusa riguarda la responsabilità nell'uso delle parole, il rendere conto delle proprie asserzioni. De Michele non è il solo a trovare irresponsabile chiunque si sottragga a questo esercizio del logon didonai. Eppure dovrebbe essere chiaro che il filosofo il quale ritenesse che il 'render conto' è forse solo un certo regime di discorso, ed un certo modo di essere fedele alla cosa del pensiero (a quel che si tratta di pensare); il filosofo che volesse dare conto dei limiti del dare conto, il filosofo che volesse fare la genealogia del dare conto, il filosofo che volesse mostrare come questo esercizio del dare conto non basti a se stesso, e abbia bisogno per esempio, sin dal tempo in cui Platone l'ha inventato, del soccorso di un'intuizione la quale, De Michele ne converrà, è sempre una gran comodità, beh: questo potrebbe pure grandemente errare, ma non è necessariamente un imbecille o un nazista o un ciarlatano. D'altronde, De Michele è un ottimo studioso di Benjamin, e mi domando quante affermazioni di Benjamin stiano dentro al modo di render conto delle proprie asserzioni che costituisce oggi lo standard scientifico comunemente accettato. (Un'opera che consista solo di citazioni, il sogno di Benjamin, come diavolo fa a dar conto delle citazioni medesime?).
(E sia chiaro: io non sono un heideggeriano).
Postato da Azioneparallela | 23:11 | commenti (1)
Politicamente scorrettissimo
Sul multiculturalismo: "Quando capisco se ho buone relazioni con un membro di un altro gruppo etnico? Quando si rompono le barriere. Certo non quando tratto l'altro con rispetto, ma quando iniziamo a raccontarci storielle sporche" (S. Zizek).
Postato da Azioneparallela | 16:34 | commenti (3)
Contro la differenziazione estetica
Io non la penso esattamente come Davide Rondoni, per il quale un film può fare male. Io penso che un film, come un libro o un quadro, deve far male (e anche bene, però). Far male (o bene) significa: se è un buon film, non se ne sta quieto nel recinto delle cose carine. Il che non significa che, siccome il recinto estetico non funziona, bisogna metter su un qualche altro genere di recinto, per esempio giuridico. E vietare.
(Ciò detto, né il film né il libro di Dan Brown sono un buon film o un buon libro, almeno a parer mio)
(Ciò detto due, non sto incitando alla violenza, non sto approvando tentativi di assassinio e non sto nemmeno augurandomi la caccia addosso a qualcuno, sia chiaro)
Postato da Azioneparallela | 11:11 | commenti (5)
Kulturkampf
Il fatto che "postmoderno" venga nella pubblicistica corrente fatto significare qualcosa come "relativismo soggettivista" è, per il postmoderno, una ben triste sconfitta.
Postato da Azioneparallela | 11:02 | commenti (1)
Dubbi e slogan
Ma se sulla vita non si vota, come diavolo si potrà fare una legge sul fine vita?
Postato da Azioneparallela | 10:34 | commenti (2)
Belle le categorie. (Tutte, fino all'ultima?)
ANALITICI E PRAGMATISTI Michele Di Francesco Aldo Giorgio Gargani Pier Aldo Rovatti
Carlo Sini SEMIOLOGI E SEMIOTICI Umberto Eco Diego Marconi Mario Perniola Silvano Petrosino ESISTENZIALISTI CRISTIANI E POST Giovanni Ferretti Salvatore Natoli Pietro Prini Gianni Vattimo EPISTEMOLOGI E METODOLOGI Evandro Agazzi Dario Antiseri Giulio Giorello Paolo Rossi METAFISICI E TEORETICI Carlo Arata Massimo Donà Michele Lenoci Emanuele Severino STORICI, ETERNISTI E ASTORICI Enrico Berti Alessandro Ghisalberti Giulio d’Onofrio Giovanni Reale PERSONALISTI E ALTEROLOGI Luigi Alici Vittorio Possenti Paola Ricci Sindoni Armando Rigobello TECNOLOGI ED ETICOPOLITICI Roberto Esposito Adriano Fabris Salvatore Veca Carmelo Vigna ETICOGIURIDICI E TRASCENDENTALI Francesco Botturi Francesco D’Agostino Vittorio Mathieu Virgilio Melchiorre TRAGICISTI ED ESTETOLOGI Remo Bodei Sergio Givone Giuseppe Riconda Stefano Zecchi ESCATOLOGISTI E TEOLOGI Massimo Cacciari Piero Coda Bruno Forte Vincenzo Vitiello APOCALITTICI E APOFATICI Giorgio Agamben Vito Mancuso Giacomo Marramao Manlio Sgalambro SENTIMENTALISTI E FENOMENOLOGI Angela Ales Bello Laura Boella Roberta De Monticelli Roberto Mancini COPISTI E TUTTOLOGI Ermanno Bencivenga Luciano De Crescenzo Maurizio Ferraris Umberto Galimberti
(su Avvenire di domenica 21 settembre. C'è qualche errore redazionale qua e là, però è divertente)
Postato da Azioneparallela | 07:44 | commenti (3)
Pulci
C'è sempre una prima volta. Prima volta al Festivalfilosofia. Io sono qui in una veste alquanto insolita (e non parlo della cravatta). Ho sentito solo Roberta De Monticelli e Isabelle Stengers, stamane Didi-Huberman e al pomeriggio si vedrà. Ho mangiato ottimamente da Oreste, che a Modena ci sono ormai solo la famiglia Fini e la Famiglia Cantoni, ristoratori autoctoni. I Cantoni stanno dal '32, si chiamava Impero; poi è caduto il fascismo, è caduta una bomba e nel '44 si sono spostati e han cambiato nome. Modena è tranquilla e lenta. La cosa più bella è la gente che passeggia con il programma sotto braccio. La Sala dei Cardinali del Collegio San Carlo è tanto severa quanto chiusa, e si capisce come la filosofia non si possa farsi dentro, ma soltanto fuori. Però le domande del pubblico finora cadono tutte sul versante edificante-consolatorio, oppure pare a me così, e si tratta semplicemente del fatto, socialmente indispensabile, che bisogna pur parlare non essendo esperti di nulla, ché altrimenti il linguaggio stesso deperisce un po'. Ci si fa le pulci, insomma.
Post scritto solo per non rassegnarsi alla definitiva consunzione di questo blog.
Postato da Azioneparallela | 11:17 | commenti (4)
Epitaffio
Nature and Nature's laws lay hid in night:
God said, let Newton be! and all was light
(A. Pope)
Postato da Azioneparallela | 11:04 | commenti (2)
Uccellacci ed uccellini
Enrico: - Papà, come si muore? -. (senza nulla sapere di uccellacci)
Postato da Azioneparallela | 00:10 | commenti (1)
Comuicazione di servizio
Il cellulare ha deciso di prendersi almeno un paio di giorni di vacanza, lontano da me. Sicché, se mi chiamate, almeno fino a venerdì non mi trovate (trovate il cellulare, oppure qualcun altro lo trova). In ogni caso, il compter resta con me e quindi via mail non ci sono problemi
Postato da Azioneparallela | 18:13 | commenti (1)
La lezione della storia
Nel discorso che Giorgio Napolitano ha pronunciato ieri, in occasione del 65esimo anniversario della difesa di Roma e dell’armistizio, spiccava una formula, la stessa che il Presidente aveva impiegato già in gennaio, parlando dinanzi al Parlamento riunito in seduta comune per il sessantesimo della Costituzione italiana: quella di patriottismo costituzionale. «Non c’è terreno comune migliore - aveva detto allora - di quello di un autentico, profondo, operante patriottismo costituzionale. È, questa, la nuova, moderna forma di patriottismo nella quale far vivere il patto che ci lega: il nostro patto di unità nazionale nella libertà e nella democrazia». I toni e gli accenti di ieri sono dunque gli stessi che il Presidente impiega da tempo: dall’inizio del suo settennato. In perfetta continuità, peraltro, con quello del suo predecessore Ciampi, nei cui discorsi il tema della patria e della nazione si è saldato per la prima volta con grande vigore a quello della Costituzione e della Repubblica.
Non vi poteva dunque essere nel linguaggio presidenziale alcuno spirito polemico, nessuna replica diretta o risentita alle parole con cui il ministro La Russa aveva ricordato gli «altri», quelli che combatterono nelle fila della Repubblica di Salò, «credendo nella difesa della patria». Nessuna polemica, ma un diverso significato del concetto di patria: quello sì. Quello è bene non dimenticarlo. Basta, d’altronde, tornare ancora a quel terribile 1943, quando, in uno dei momenti più tristi della storia nazionale, il filosofo Benedetto Croce veniva spiegando a un’Italia in ginocchio la differenza fra il sano patriottismo e il torbido nazionalismo, e scriveva: è la stessa differenza che corre fra «la gentilezza dell’amore umano per un’umana creatura» e «la bestiale libidine o la morbosa lussuria o l’egoistico capriccio». Parole desuete, forse ingenue, ma chiare: non si tratta della stessa cosa. Proprio no. E non può bastare al ministro infilare nel proprio discorso un relativistico avverbio, «soggettivamente», per scusare gli «altri militari in divisa» e tributare stesso ed eguale rispetto ai due eserciti. Come si dice? Di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno, e se il giudizio storico e politico si dovesse regolare solo su di esse, allora il problema non sarebbe più quello, oggi tanto di moda, di riscrivere i manuali di storia, per la buona ragione che semplicemente non si potrebbe più scrivere una storia che è una (e in ogni caso: riscrivere la storia non è detto serva a ben governare). Forse è colpa dell’onnipresente linguaggio dei valori, per il quale pare debba passare oggi qualunque considerazione di ciò che è bene e di ciò che è giusto: poiché l’amor di patria è un valore, conta l’essere stati «soggettivamente» animati da quel valore, non che per esso si sia indossata la camicia nera di Salò o si sia stati al contrario deportati in Germania per avere rifiutato di indossarla, come ha ricordato Napolitano. Se l’esempio non basta si considerino queste parole: «Da lungo tempo ho adottato l’imperativo di Kant come norma. Ho vissuto la mia vita in conformità con questo imperativo». Sono belle parole, e l’imperativo di Kant è un bell’imperativo (un gran bel valore, direbbe qualcuno): è la versione laicizzata della massima evangelica che chiede di non fare ad altri quel che non si vuole che sia fatto a noi. Quelle parole sono però del criminale nazista Adolf Eichmann. Il quale poteva pensare «soggettivamente» quel che voleva, e ritenere di agire in conformità a qualunque valore gli paresse: non resta meno un criminale nazista. E dunque: il ministro pensi pure che «dal loro punto di vista» anche i repubblichini difesero l’onore nazionale; di fatto essi, senza essere affatto degli Eichmann, fraintesero tuttavia gravemente l’onore nazionale, e forse anche il loro stesso onore, a differenza di quelli che finirono in Germania. Non è un fatto trascurabile. Né lo è il fatto che il loro punto di vista non è il punto di vista da cui è nata la Repubblica italiana. Mettere in valore il punto di vista costituzionale e repubblicano nelle commemorazioni della storia patria significa appunto depurare il concetto di patria da quel che ha di torbido: di morboso o di egoistico, per dirla con Croce. Il patriottismo costituzionale, così come in Europa è stato pensato dopo Auschwitz, serve a questo. A filtrare l’amor di patria attraverso i principi della libertà e della democrazia affermati nella Costituzione. La critica che di solito viene mossa a questa concezione è che l’amore per principi astratti e universali fissati in un testo giuridico scalda i cuori molto meno dell’amore per il proprio Paese, le proprie tradizioni linguistiche e culturali, i propri tratti nazionali. È una critica sensata e fondata: lo dimostra la difficoltà che incontrano i tentativi di incoraggiare un patriottismo costituzionale di stampo europeo. Le parole del ministro La Russa, tuttavia, stanno lì a ricordarci, per un non troppo singolare contrappasso, che la Costituzione non è solo un astratto catalogo di valori o un vuoto pezzo di carta, ma un pezzo carico di storia. Storia patria.
Postato da Azioneparallela | 16:51 | commenti (4)
Alla lontana
La prendo alla lontana. Nel settembre del 1966, sui Quaderni piacentini, Sebastiano Timpanaro propose questo bell’esempietto: “La posizione del marxista odierno, a volte, sembra simile a quella di chi, standosene al primo piano di una casa, dicesse rivolto all’inquilino del secondo piano: «Lei crede di essere autonomo, di reggersi da solo? Si sbaglia! Il Suo si regge solo perché poggia sul mio, e se crolla il mio, crolla anche il Suo»; e viceversa, all’inquilino del pianterreno: «Cosa pretende Lei? di sorreggere, di condizionare me? Povero illuso! Il pianterreno esiste solo in quanto è il pianterreno del primo piano. Anzi, a rigore, il vero pianterreno è il primo piano, e il Suo appartamento è solo una specie di cantina, a cui non si può riconoscere vera esistenza»”.
se volete sapere come è andata a finire in quel palazzo, leggete pure L'inquilino democratico e lo sfratto dei valori, su Left Wing. (E leggete pure questo e questo, per prepararvi all'autunno)
Postato da Azioneparallela | 11:27 | commenti (4)
Con soli 7 giorni di ritardo (e poi basta)
Trono e altare su Il Mattino:
Il che non vuol dire (purtroppo) che nuove forme di autoritarismo non possano prendere forma. Per chi crede nel valore delle differenze sarebbe una iattura. Avesse però ragione Tremonti, toccherebbe rileggere Filmer invece di Locke. Poichè però nulla nella storia si ripete uguale rimane comunque il rischio che neppure Dio, Patria e Famiglia, tornati sul trono e sull'altare, somiglino ai loro primi modelli. Tradizionalisti di tutto il mondo, sappiatelo.
Postato da Azioneparallela | 00:38 | commenti (2)
Giovani razionalisti crescono
- Papà, quando dico: "sì o no", vuol dire che sono le uniche parole che puoi dire. Quando dico: "papà possiamo dormire nel lettone sì o no?", ho messo il "boh"? No. E allora non è che rispondi: "boh". Aspetto una risposta da te! -.
- Ma se non lo so? -.
- Ma tutti i genitori hanno il permesso dentro, quindi lo possono dire: "sì o no".
- Allora è no -.
...
- Papà, ho capito perché dici no. Ogni cosa ha un motivo: tu dici no non perché vuoi dire no ma perché volevi dire boh e io non te l'ho fatto dire. E' vero? Allora adesso lo puoi dire -.
- Allora posso dire: "boh"? -.
- Sì, papà -.
- Boh -.
...
- Mamma, possiamo dormire nel lettone? -.
Postato da Azioneparallela | 21:44 | commenti (4)
Con soli 15 giorni di ritardo
Il Mattino, la fatica, i fannulloni:
Postato da Azioneparallela | 06:55 | commenti (5)
Con soli 19 giorni di ritardo
Per lo stesso principio esposto nel precedente post, metto qui l'articolo sui litri di latte apparso su Il Mattino il 14 agosto scorso:
Postato da Azioneparallela | 08:17 | commenti (4)
Con soli 24 giorni di ritardo
Metto qui l'articolo sui giochi olimpici apparso su Il mattino l'8 agosto, non perché sia imprescindibile o perché non sfugga al giudizio dei posteri, ma per ricominciare blandamente con il blog, e abituarmi poco a poco all'idea di dover mettere invece cose nuove:



