Babele
Babele
 
31/01/2007
Finzioni

E' morto, all'età di 66 anni, Philippe Lacoue-Labarthe.Questo il necrologio apparso su Le Monde. Dove tra l'altro si ricorda che da piccolo fu 'soggiogato' dal pensiero di Heidegger, e da grande scrisse La Fiction du politique, in cui mise in discussione l'archi-fascismo del filosofo tedesco, l'inverecondo "nazional-estetismo" della sua piccola baita sotto la neve (vedi sotto).

Aggiornamento Per molte più informazioni e molto più materiale, compresi alcuni testi reperibili in rete e un ricordo di Jean-Luc Nancy, vedi: http://www.millepiani.net

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Zappare la terra

"Quando in una profonda notte d’inverno una furiosa tempesta di neve si scatena con i suoi colpi attorno alla baita e tutto co­pre e nasconde, è allora il grande momento della filosofia. Il suo domandare deve allora farsi semplice ed essenziale. L’elaborazione di ogni pensiero diviene forzatamente dura e incisiva. La fatica del coniare il linguaggio è simile alla resi­stenza degli svettanti abeti contro la tempesta. E il lavoro fi­losofico non si svolge come occupazione solitaria di un eccentrico. Esso appartiene integralmente al lavoro dei contadini". (M. Heidegger).

Ci pensavo ieri, con l'effetto serra e l'innalzamento della temperatura. Ieri la neve ha imbiancato le cime dei monti, e io a lezione producevo esempi di gente che se ne sta al mare. (Ma Socrate non ha mai preso una zappa in mano).

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29/01/2007
LW

Negazionismo e opinioni salutari, e John Stuart Mill, La certezza di avere ragione.

(Con una copertina strepitosa)

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28/01/2007
L'epoca attuale

"Definire certa qualsiasi proposizione quando vi è chi ne negherebbe la certezza se ciò non gli fosse vietato significa presumere che noi, e chi è d'accordo con noi, siamo i giudici della certezza – e giudici che ignorano gli oppositori. Nell'epoca attuale – che è stata descritta come "priva di fede, ma terrorizzata dallo scetticismo" –, in cui gli uomini si sentono sicuri non tanto della verità delle loro opinioni quanto del fatto che non saprebbero che fare senza di esse, le pretese di un'opinione a essere protetta da attacchi pubblici si fondano non tanto sulla sua verità quanto sulla sua importanza per la società".
L'epoca attuale priva di fede, terrorizzata dallo scetticismo: correva l'anno 1859. A scrivere queste parole era John Stuart Mill, On liberty, e noi non avevamo fatto neanche l'unità d'Italia.
(Questa è un'anticipazione del numero di Left Wing di domani, che avrà una goccia milliana. Il passo citato prosegue invece così:)
"Si sostiene che certe convinzioni sono così utili, per non dire indispensabili, al bene comune che i governi hanno il dovere di proteggerle quanto qualsiasi altro interesse della società. Si afferma che in un caso di tale necessità, che fa parte così integrante del loro dovere, qualcosa di meno dell'infallibilità può giustificare, e persino obbligare, i governi ad agire in base alla propria opinione, confermata da quella dell'umanità in generale. Viene inoltre spesso sostenuto, e ancora più spesso pensato, che solo i malvagi desidererebbero minare queste salutari convinzioni; e non è sbagliato, si pensa, coartare dei malvagi e vietare ciò che solo loro vorrebbero compiere. Questo modo di pensare rende la giustificazione delle restrizioni imposte alla discussione non una questione di verità delle varie dottrine ma della loro utilità, e così si illude di sfuggire alla responsabilità di dichiararsi giudice infallibile delle opinioni. Ma chi si acquieta la coscienza in questo modo non comprende che così facendo la presupposizione di infallibilità viene semplicemente spostata. L'utilità di una opinione è essa stessa una questione di opinione – altrettanto controversa, aperta al dibattito, e da discutere, che l'opinione stessa".

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27/01/2007
Heideggerismi

L'ultima volta avevo cincischiato. Il libro dei difensori di Heidegger, Heidegger à plus forte raison, a difesa dell'onore del filosofo dopo l'uscita del libro di Emmanuel Faye, Heidegger, l'introduction du nazisme dans la philosophie, è infine stato pubblicato - benché non da Gallimard, che aveva tra mille polemiche rinunciato. Vi segnalo, er farvi un'idea, il testo del curatore Fédier, e il difensore più deciso di Faye.

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26/01/2007
Fare senza

Spiego,dopo la replica di Malvino, il senso della mia contestazione, che non m’importa molto di dettagliare qui storiograficamente (per quello, basti qui precisare che è Aristotele, per certe sue ragioni, che chiama i primi sapienti theologoi, non io). Quando tu dici teologia, ti riferisci per lo più alla teologia cristiana, e te la prendi, mi pare, con la riserva di filosofemi alla quale la teologia ha attinto per costituirsi così come si è costituita. A me preme invece che si veda che quei filosofemi non sono nati per servire la teologia, che prima della filosofia c’era la te(i)ologia, c’erano gli dei e i semidei, i miti e gli eroi, e che i cosiddetti teologoi non erano precisamente dei filosofi (e ovviamente nemmeno degli scienziati). Aggiungici pure che i filosofi per certe loro impertinenze han pure rischiato brutto, inseguiti dal sospetto di empietà (ancor prima di Socrate, il che lascia pensare che essa sia costituzionalmente sospetta, e ambigua, e inaffidabile), e converrai che per me la contestazione era dovuta.
Poi, certo, la filosofia è considerazione pensante dell’origine, dell’arché. Tu insisti nel ritenere che così lascia un atout in mano alla teologia. Può darsi. Forse questo dipende dal fatto che la teologia quell’atout se la prende comunque (fa il suo mestiere) – se la prende anche dalle mani degli scienziati, se è per questo; ma il filosofo, lui, pensa comunque che dare l’atout alla teologia (trovar lì la risposta) è ostruire il pensiero, anziché dargli buon corso.
La storia dell’analista. Certo che l'ho tirato in ballo io, so bene che non c’era nel tuo post. Ma mi serviva come esempio (e l’esempio doveva essere prelevato da un campo che tu non disdegni) di una pratica (terapeutica) che non lascia (i pazienti) con delle risposte – senza che per questo si possa dire – per come almeno la vedo io – che per questo li lascia senza nulla fra le mani. Tu per esempio stai lì a chiederti perché, vuoi una risposta che sia una risposta, e quelli invece tacciono, e alla fine riesci solo a capire che di quella risposta non c’era affatto bisogno. Che si può fare senza. (Che c’è un’arte del fare senza). Allora vedi pure perché mi sono chiesto se la non risposta filosofica (la non risposta, certo: o preferivi che dicessi apertamente il falso, e ti vendessi risposte filosofiche che, come tali, sono solo chiacchiere o addirittura scemenze, e tu hai ragione a trovare che siano solo chiacchiere e scemenze e modi per menare il can per l’aia) – mi sono chiesto se la non risposta filosofica non sia dalla risposta teologica più lontana ancora della risposta scientifica (ovviamente, è un po' retorica dire ‘più lontana’: mi basta che si veda la lontananza).
La filosofia pensa l’origine, ma questo non significa che pensa l’origine per determinarla come tale (per dargli un nome, per fargli fare un po’ di cose che non sappiamo fare o non sappiamo come si siano fatte o per fargli fare cose che vorremmo che qualcuno avesse fatto o facesse per noi). La filosofia è una faccenda più seria. Per me, pensa l’origine proprio per cancellare tutta questa roba che ho messo tra parentesi – che son tutte risposte che la filosofia non dà, che non deve dare, che deve non voler dare.
Poi, ci si può stracciare le vesti e gridare che pure questa è teologia, anche se negativa. Raffinatissima (o dozzinale) teologia negativa.
Al che non ho da rispondere altro se non questo: guardate, se vi piace chiamatela teologia, fatela alleata di chi volete, non è che io ci perda il sonno. Ma una cosa so: è una roba assolutamente, infinitamente positiva. (E di nuovo: proprio per questo 'infinito positivo' certe alleanze riescono in linea di principio – storicamente è un’altra roba – complicate assai).
(Un’ultima cosa, che altrove abbiamo già sfiorata: tu chiami invincibile un esercizio su cui non ha presa la logica da mercatino dell’usato. Me la tengo, questa cosa, con tutta la tua ironia. A patto però che s’intenda che invicibile è qui non chi vince sempre, ma solo chi non è vinto – e non è vinto proprio perché nemmeno intende vincere).
A ffdes: in tutta questa discussione, in cui cerco di complicare le cose con la filosofia, mi perdonerai se me le semplifico (e molto) con la teologia.

Postato da Azioneparallela | 23:37 | commenti (1)

Domande e risposte

Malvino è convinto che la filosofia abbia le sue responsabilità. È da lì che è nata la teologia. Sicché ogni tanto torna alla carica. Devo però dargli torto. La teologia non è nata dalla filosofia, ma al contrario la filosofia è nata, “figlia malformata”, non c'è dubbio, dalla teologia. Talete e gli altri non erano filosofi, ma (almeno agli occhi dei filosofi) theologoi. La filosofia, dunque, è venuta dopo.
 
Però la filosofia non riesce mai a dire che non sa rispondere. O meglio, quando lo dice, dice che non sa perché non può. Invece la scienza risponde quando può, e quando non può dice più onestamente che non sa (la teologia dà invece sempre la stessa risposta: Dio).
Ora c’è mia figlia che mi domanda cosa c’è sotto il mondo. Dio, risponderebbe il teologo, Dio che così lo sostiene. Lo scienziato risponde invece che non lo sa, fino a quando non scopre come stanno le cose, disambigua la domanda e risponde per quel che può. E il filosofo? E io, a mia figlia che dico? E soprattutto: cosa davvero vuole sapere mia figlia? E cosa vuole, quando vuole sapere? (Ma son poi domande, queste?).
(È convinto Malvino che l’uomo non abbia domande come questa? È sicuro che si domandi soltanto per sapere (come stanno le cose)? E chi ha detto che la non risposta filosofica è imparentata con la risposta teologica più della risposta scientifica?).
Io sarei persino più polemico di lui: non conosco una risposta filosofica che è una. Wittgenstein diceva: non esistono proposizioni filosofiche: E allora come fa a rispondere, la filosofia? (e come fa a non rispondere?). Di qui però anche l’indecenza, ammettiamolo, di rispedire al mittente le domande (D’altra parte, il filosofo non è il solo: anche l’analista fa una roba del genere: inviterei Malvino a rifletterci su).
Ma non è neppure che la filosofia ‘aiuti a porre le domande giuste’, e stia sempre sul filo della domanda. Eh no: vi e mi risparmio anche questa retorica. La filosofia vuole sapere, come no. Ma cosa (oggetto) vuole, quando vuole sapere? E cosa (soggetto) vuole, in questo voler sapere?
(Se però già sapete tutto quanto al gioco di domande e risposte, e come si sta al gioco, e come si risponde alle domande, e a quali domande si risponde e in che modo, e quando si risponde e quando ci si dà l'aria e perché ce la sia dia e come, e quando si lasciano inevase e come, allora questo post non fa per voi).

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25/01/2007
Bandinelleide - verso il terzo millennio

Nominalismo per nominalismo, farei presente al Bandinelli in cerca del lessico filosofico per il terzo millennio, che non ne vuol sapere di individuo, che purtroppo il termine soggetto di cui sugerisce di trovare riscontro in Agostino, in Agostino ahimè non c'è. E gli suggerirei che per lo scavarsi dentro, il torturarsi e l'autocompiacersi che molto gli stanno pensosamente a cuore, il termine 'uomo' non è ancora da buttar via. Certo è sospetto pure quello (come tutti), e non dà la patente di ingegno filosofico bensì quella di scopritore di acqua calda, però almeno evita puerili anacronismi. E pure la provocazione (si fa per dire) finale riuscirebbe meglio: sai che gusto a dire che è più moderno 'uomo' che individuo!. D'accordo, l'articolo sarebbe da buttare lo stesso, ma non si può avere tutto.

(Mi sa che nascerà una Bandinelleide, se qualcuno non tira fuori Bandinelli dalla confusa biblioteca dei suoi ricordi)

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L'essere, comodamente a casa vostra

L'articolo a firma di Andrea Vaccaro è apparso su Avvenire il 5 gennaio, nel periodo di pieno sonno di questo blog. Lo ritrovo oggi, via wXre. Il tema è (contro) il riduzionismo. Si citano Rorty, Searle, Nagel, Kripke: tutti contro. Non sospettavo che le fila fossero così grosse. Si denuncia una

"grave infrazione, il passaggio dal legittimo criterio di ricerca: «le esperienze soggettive non fanno parte della scienza» all'indebita conseguenza ontologica: «quindi, le esperienze soggettive non esistono".

Ovviamente, respinta l'infrazione, non si concluderà per ciò stesso che esistono (o che Dio, o che qualunque cosa mi passi per la testa esiste). Soprattutto: non nello stesso senso in cui esistono le cose che risultano esistere ad una considerazione scientifica. D'altra parte, che esistono le esperienze soggettive così come risultano alla mia considerazione personale di esse, non vedo neppure - sin qui - perché affannarmi a negarlo. E mi spingo a dire: che Dio esista, in un senso di esistere che non è lo stesso riservato alle entità che risultano alla considerazione scientifica, anche questo io non nego affatto, finché non so in qual senso di esistere si afferma che Dio esista. Ma questo, appunto, come lo so?

Quale sia questo senso di esistere non è infatti che Vaccaro e i filosofi da lui citati aiutino molto a capire. E come l'esistere (e l'essere in generale) sopporti questi molteplici sensi è un problema mica ovvio solo perché se ne discute dai tempi di Platone ed Aristotele. Per giunta Vaccaro scrive cose del tutto gratuite come ad es.: "Quando però si incontrano i fenomeni propri del mondo umano, ovvero le esperienze dell'interiorità...": è molto molto opinabile, infatti, per non dire chiaramente falso, che i fenomeni propri del mondo umano siano le esperienze dell'interiorità. Vaccaro spende e spande nel suo articolo termini come coscienza, anima, spirito, mentale, come se fosse ovvio che tutte queste cose hanno un'esistenza interiore, e come se mettendo 'interiore' a fianco di 'esistere' noi avessimo risolto il problema di capire come esistono le cose che non risultano ad una considerazione scientifica. (Che poi quelle cose che risultano si potrebbero pure scocciare e dire: ma neanche noi esistiamo solo così come la scienza vuole che esistiamo!).

Insomma, limitiamo pure il discorso della scienza. Ma non crediamo che con ciò stesso ci sia data una nuova 'regione dell'essere' in interiore homine. Comodamente, a casa nostra

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23/01/2007
Relata refero

Heidegger e l'oblò dell'esere

(esame di Filosofia Teoretica - Università di Salerno)

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Numero nuovo

Ancora a scartamento ridotto, segnalo il nuovo numero di Left Wing, su cui c'è una goccia spinoziana sul diritto d'espressione a commento di Una legge contro il negazionismo?

(Di nuovo c'è anche un Manifesto Democratico schietto e franco, che se lo si adottasse non sarebbe male, e la firma musicale, che esordisce esercitandosi sui limiti della democrazia elettronica. Notevole)

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20/01/2007
Tour

Chi vuol vedere il professor Adinolfi concionare in val Tidone, per giunta nell'assai inusitata uniforme accademica, può farsi gli occhi qui. Cosa però abbia detto, non sono sicuro di saperlo - e per ragioni essenziali. Sicché confesso di avere qualche timore nel caso la documentazione dovesse ingrossarsi, come mi pare ffdes minacci.

P.S. L'uniforme è dovuto alla partecipazione (in qualità di uditore attento) ad un convegno in quel di Modena in cui fior di costituzionalisti hanno detto - ehm - fior di castronerie.

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15/01/2007

Nuovo numero di Left Wing, primo dell'anno nuovo. Il sottoscritto: La strage del pensiero quotidiano. (E la goccia e' puro Wittgenstein).

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14/01/2007
Le due sinistre (con agudeza)

A tutela della onorabilità di Giannini, e a proposito del suo editoriale di ieri, mi corre l'obbligo di riportare la risposta del Segretario al Venerabile (limitatamente al punto):

"Caro Venerabile [...],

la frase che ti ha fatto andare su tutte le furie è: "Riformismo è anche prepensionare qualche decina di migliaia di nullafacenti nella scuola, nei ministeri e negli uffici pubblici, e non continuare a blindargli il posto a vita con stipendi che crescono più dell'inflazione". A me proprio non sembra che questa frase si possa interpretare come un attacco indirizzato tout court agli insegnanti, tale da giustificare la tua reazione. Mi pare che Giannini metta insieme, forse troppo "genericamente" e certamente dimenticando le università, le categorie più importanti del pubblico impiego per sollevare il problema dei nullafacenti che certamente prosperano numerosi. E poi, anche se volessimo parlare della scuola, io è da sempre che sento dire, ad esempio dagli insegnanti miei familiari, che molti bidelli non fanno niente e si incazzano se chiedi loro qualcosa, che gli amministrativi nelle segreterie sono spesso una piaga, e anche tra gli insegnanti ci sono alcuni, soprattutto tra quelli delle materie cosiddette minori (educazione fisica o musica o applicazioni tecniche, se questi sono ancora i nomi corretti), che di certo non si ammazzano di fatica (te lo ricordi il nostro caro Prof. A.?). Che poi, come si diceva ieri, sia difficilissimo intervenire per evitare che ciò accada, beh, quello è indubbio: ma è anche un altro problema. Quindi, caro V., davvero non vedo il motivo per imbufalirsi tanto come tu hai fatto, a maggior ragione se tieni conto del tono generale dell'articolo, che mi pare certamente improntato alla pacatezza".

P.S. Ora che ho letto l'articolo, devo segnalare anch'io questa straordinaria riflessione del pacato editorialista: "Il riformismo non è una categoria dello spirito. Semmai, ha qualcosa a che vedere con il materialismo". Che agudeza! E anche l'invenzione linguistica, l'aggettivo "ossimora", dimostra quanto talentuoso sia il giornalista.

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Un contributo rasserenante al dibattito sul riformismo

(non avendo la connessione, mi limito a postare un prezioso contributo altrui al dibattito sul riformismo. Poicé è vero, indipendentemente dall'opinione del sottoscritto, che se ne dicono di fesserie. L'opinione non è a mia firma, né va considerata l'ultima parola sull'argomento, tuttavia mi piace il finale, e così mi assumo la responsabilità di pubblicarla)

"Caro segretario [non Fassino, ma l'ex segretario di una locale sezione dei DS, e da allora segretario per antonomasia], non per polemica, ma per capirci di più, vogliamo fare un riepilogo sul peso frenante della sinistra estrema all'interno della coalizione? Cioè a cosa si oppongono esattamente?
Perché, leggo sull'editoriale di Repubblica di sabato: "Ma della "lenzuolata" di liberalizzazioni annunciate da Bersani, dalla Reggia del Vanvitelli non è uscito neanche un "fazzoletto". Non un provvedimento per fermare l'odioso balzello ai clienti sulla ricarica dei telefonini. Non un decreto sull'estensione delle licenze per l'erogazione di carburante alla grande distribuzione. La chiave interpretativa di quello che è accaduto è affidata a due battute uguali e contrarie. "Li abbiamo fermati", commenta soddisfatto il leader di Rifondazione".
Dunque Rifondazione difende la Tim e le compagnie petrolifere? Naturalmente no, diciamo che l'editorialista non sa scrivere, o ha preferito appoggiarsi al luogo comune, che è sempre una gran comodità. E già che si trova, a fine articolo dice: "Riformismo è anche pre-pensionare qualche decina di migliaia di nullafacenti nella scuola, nei ministeri e negli uffici pubblici". Caro editorialista, mi hai rotto le palle: nullafacente sarai tu, forse. Nella scuola NON CI SONO decina di migliaia di nullafacenti; cosa ne pensate dei maestri delle elementari e delle materne? Gli diamo dei piccoli barbari viziati e ci restituiscono delle persone. Avete mai provato a insegnare alle medie? e anche alle superiori, gli insegnanti la pagnotta se la guadagnano, in percentuale molto ma molto superiore che nelle università, dove i prof. sono impiegati pubblici ma nessuno gliel'ha ancora spiegato. Non sono corporativo, e non sono risentito. Peggio: SONO AVVELENATO.
Un giorno, quando si sfasceranno le scuole in Italia capiremo quanto erano importanti e quale funzione sociale fondamentale assolvevano. Mi chiedo quale funzione sociale assolva oggi l'Università. E quando parlo delle Università, mi riferisco alla fauna che circola nelle facoltà cosiddette "umanistiche". Massimo Giannini: VAFFANCULO.
[Il Venerabile - anche lui per antonomasia]

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09/01/2007
Filosofia e Teoria dei Linguaggi

 
Anno di corso: 2006/2007
Quadrimestre: II
Tipologia dell’attività formativa di riferimento: caratterizzante
Settore scientifico - disciplinare di riferimento: M-FIL/05
Crediti formativi universitari: 6
Carico di lavoro globale: 150 ore
Numero di ore attribuite a: lezioni frontali - verifiche - studio individuale : 36 ore di lezione frontale; 4 ore di verifiche 108 ore di studio individuale
 
Obiettivi formativi: Il corso si propone di mettere lo studente in condizione di leggere uno dei classici della filosofia del linguaggio del Novecento, di comprenderne l’importanza storica e di cominciare a saggiarne l’en jeu filosofico
 
Prerequisiti: nessuno
 
Contenuto del corso: Wittgenstein e l’essenza del linguaggio
 
Testi di riferimento: :L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-16, Einaudi, Torino 1964 (o successive edizioni)
 
Modalità di esame: Il corso prevede una verifica scritta in itinere, condotta in particolare su una delle lezioni svolte, e una verifica orale finale
 
Orario ricevimento studenti: Lunedì ore 15-16 e Martedì 12-13 nei periodi di corso
 
Altre informazioni: Esistono numerosi testi che aiutano a leggere il Tractatus e ad orientarsi sull’opera del filosofo austriaco. Qui si indicano solo un paio di studi particolarmente apprezzabili: M. De Carolis, Una lettura del Tractatus di Wittgenstein, Cronopio, Napoli 1999; C. Sini, Scrivere il silenzio: Wittgenstein e il problema del linguaggio, EGEA, Milano 1994. S’intende che nessuno dei due testi è richiesto ai fini dell’esame, ma entrambi possono aiutare lo studente ad accostarsi al contenuto del corso.
 
 
Inizio lezioni 15 gennaio 2007
 
Orario Lezioni
Lunedì 12-15 aula 3B
Martedì 13-16 aula 7

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Ermeneutica filosofica

Anno di corso: 2006/2007
Quadrimestre: II
Tipologia dell’attività formativa di riferimento: di base
Settore scientifico - disciplinare di riferimento: M-FIL/01
Crediti formativi universitari: 6
Carico di lavoro globale: 150 ore
Numero di ore attribuite a: lezioni frontali - verifiche - studio individuale : 36 ore di lezione frontale; 4 ore di verifiche 108 ore di studio individuale
 
Obiettivi formativi: Il corso si propone di mettere lo studente in condizione di leggere uno dei classici della filosofia del ‘900, Essere e Tempo di Martin Heidegger, prendendo al contempo una prima dimestichezza con l’orizzonte di problemi che esso dischiude alla ricerca filosofica contemporanea
 
Prerequisiti: nessuno
 
Contenuto del corso: Introduzione a Essere e tempo
 
Testi di riferimento: M. Heidegger, Essere e Tempo, nuova edizione italiana a cura di Franco Volpi sulla versione di Pietro Chiodi, Longanesi & C., Milano 2005
 
Modalità di esame: Il corso prevede una verifica scritta in itinere, condotta in particolare su una delle lezioni svolte, e una verifica orale finale
 
Orario ricevimento studenti: Lunedì ore 15-16 e Martedì 12-13 nei periodi di corso
 
Altre informazioni: Esistono numerosi volumi che aiutano a leggere Essere e Tempo. Qui si indica solo un libro che si propone di fornire un’introduzione essenziale al testo, e che può essere utile per cimentarsi con le asperità linguistiche e concettuali dell’opera di Heidegger: A.Fabris, Essere e tempo di Heidegger. Introduzione alla lettura, Carocci, Roma 2004. S’intende che il testo consigliato non è richiesto ai fini dell’esame, ma può aiutare lo studente nell’affrontare i contenuti del corso.
 
Inizio lezioni 15 gennaio 2007
 
Orario Lezioni
Lunedì 9-12 aula 3B
Martedì 16-19 aula 3B

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06/01/2007
Il rasoio di Adinolfi

(Gli enti cosa vuoi che sia, ma le metafore...)

Verba translata non sunt multiplicanda

(Le festività son finite, la recita e i canti dell'Epifania anche, e la vice catechista ha prestamente annunziato che ci si può iscrivere da subito al corso di preparazione al carnevale).

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05/01/2007
A che titolo

Caro Direttore,
è per me motivo di non poco imbarazzo leggere gli ultimi articoli di Emanuele Severino sul suo giornale. Sono tra quelli che riconosce a Severino il merito di avere scritto libri fondamentali per la comprensione dei problemi della filosofia; tanto più mi rammarico oggi perché uno dei maggiori filosofi teoretici viventi scrive articoli così superficiali e inutili. In quello apparso venerdì 5 gennaio (non online), egli si propone di mostrare la debolezza degli argomenti contro la pena di morte. Severino comincia col richiamare, su base storica, il fatto che “la comprensione giuridica della pena capitale è determinata dal contesto politico”. Ora, Severino sa che sulla base storica che utilizza non può dimostrare nulla di incontrovertibile circa la natura di queste determinazione, e nulla di incontrovertibile lui stesso può suggerire circa l’attuale contesto politico e la conseguente comprensione giuridica della pena. Sin qui, il suo articolo è dunque, rispetto alle tesi che sostiene, semplicemente inutile.
L’articolo prosegue. Severino ricorda un venerando principio; che il tutto è prima delle parti; ricorda come in politicis questo abbia significato che lo Stato viene prima degli individui; ricorda infine come questo abbia comportato che si considerasse giusto e legittimo mettere a morte un individuo quando fosse in pericolo lo Stato. Di queste posizioni che “sin dall’inizio” (ma non è affatto inizio, quello che Severino così chiama) appartengono alla nostra civiltà, Severino non offre la minima discussione, mentre il principio in questione non va affatto da sé, non va da sé l’idea che lo Stato costituisca una totalità, e neppure va da sé che per questo sia necessaria o comunque ben fondata la pena capitale. Però Severino discute la posizione abolizionista di Cesare Beccarla. Richiamata brevemente la costellazione illuminismo-contrattualismo alla quale Beccarla apparterebbe non senza ambiguità, Severino osserva che è errata l’idea di Beccarla, secondo la quale la pena di morte è in contrasto con il patto sociale che sarebbe secondo lui all’origine dello Stato: “Rousseau aveva già mostrato che tale contrasto non sussiste”. Può darsi, come può darsi di no. Di certo, non è una citazione del nome di Rousseau a risolvere la faccenda, e sotto questo aspetto l’articolo di Severino è decisamente sbrigativo e superficiale.
Ma Beccarla propone, a rincalzo, l’argomento secondo il quale non è vero che la pena di morte avrebbe un effetto deterrente massimo. Ancora oggi, ricorda Severino, Amnesty International si appella all’opinione maggioritaria secondo la quale la pena di morte non ha affatto questo effetto di deterrenza. Cosa ha da dire al riguardo Severino? Che “se la morte non è la pena più temuta da chi compie il massimo dei delitti, cioè l’omicidio, ne viene che la morte è una delle pene che sono più adatte a punire i delitti minori”. E, poi, che se c’è un’opinione maggioritaria ce n’è anche una minoritaria, e dunque perché non erogare la pena di morte, sia pure in un numero minore di casi, tenendo proporzionalmente conto anche di questa opinione?
Si può considerare nel merito l’opinione di Severino. Ma prima sarebbe opportuno segnalare che siamo giunti alla fine dell’articolo, e Severino ha ormai concluso che ci vogliono argomenti più forti di quelli discussi (s’è visto quanto approfonditamente) senza nulla aver detto circa l’essenza della pena, circa l’idea del diritto e della giustizia, circa tutto quello da cui si può far discendere o non discendere la legittimità e la liceità della pena capitale. Esclusa l’ignoranza, io mi chiedo come sia possibile che Severino non trovi tra gli argomenti degli abolizionisti e nel dibattito filosofico-politico contemporaneo nulla che discenda da una certa idea del diritto, della giustizia, della morale o della politica, nulla non dico che dimostri alcunché ma che perlomeno meriti la confutazione da parte di Severino. E se è probabile che nessun abolizionista crederà di portare argomenti così forti da essere logicamente incontrovertibili, è altrettanto probabile che i fautori della pena di morte non dispongano a loro volta di argomenti di una simile forza. Severino potrebbe considerare che sul piano dell’incontrovertibilità logica i due partiti dunque si equivalgono, ma questo non significa che si equivalgano sotto tutti i punti di vista. E in ogni caso, sarebbe materia di un articolo che Severino non solo non ha scritto ma a cui non ha nemmeno alluso. Eppure Kant, eppure Hegel – per dirne due con cui Severino non si dispiacerà di essere messo a pari – di simili cose hanno discusso, senza limitarsi alle superficiali considerazioni di Severino. (Se poi si obiettasse che Severino ha scritto su un quotidiano, osserverei, in primo luogo, che non si sta facendo un complimento al quotidiano e ai suoi lettori; in secondo luogo, che quando si propongono argomenti alla maniera di Severino, dovrebbe contar poco la sede in cui si espongono; e in terzo luogo che Severino stesso in altre circostanze non ha disdegnato di affrontare su questo giornale questioni di stretta attualità con un armamentario concettuale affilato, ove necessario rinviando ai suoi scritti maggiori. Questa volta non ha fatto nulla del genere, e si è dunque accontentato di essere superficiale).
Rimane il merito. Lascio perdere Beccarla e la coerenza del suo testo, e domando se sia vero quanto Severino scrive, che cioè, non essendosi dimostrato incontrovertibilmente che la pena di morte non ha una capacità di deterrenza superiore ad altre pene, non c’è motivo di escludere assolutamente la pena capitale dall’ambito del sistema penale. Severino ragiona come se l’erogazione di una pena, la sua entità, dipendesse solo dalla sua capacità di deterrenza: così, posto per ipotesi che la capacità di deterrenza della pena di morte è minima, perché non applicarla a reati minimi? Poiché non solo Severino, ma anche Beccarla e il sottoscritto sono in grado di vedere che in questa conclusione qualcosa non va – come non va qualcosa nella conclusione che si potrebbe trarre qualora si dimostrasse che nessuna pena ha capacità di deterrenza: ne verrebbe forse che il sistema penale andrebbe abolito? – è ben chiaro che, se non si discute della concezione filosofica e giuridica della pena soggiacente, tutte queste sono parole inutili. E’ quello che imputo a Severino: avere discusso in maniera del tutto sbrigativa e superficiale, avere finto di non vedere che l’argomento di Amnesty prende in considerazione l’opinione di chi fonda la legittimità della pena di morte sulla deterrenza, solo per mostrare che il nesso in questione è tutt’altro che dimostrato. Ma Amnesty, e gli abolizionisti in genere non sostengono che, qualora fosse dimostrato che la pena di morte ha l’efficacia deterrente maggiore di tutte le altre pene, allora andrebbe applicata.
Severino mette in premessa al suo articolo che mostrare le debolezze degli argomenti degli abolizionisti non significa essere favorevoli alla pena di morte. Allo stesso modo, mostrare la sostanziale inutilità della discussione di Severino non significa essere abolizionisti (e neppure disprezzare il Severino filosofo: tutt’altro). Non significa neppure considerare meglio fondata quella tal concezione della vita giuridica e politica di un paese, quella tal idea di morale, di diritto e di giustizia da cui discenderebbe una parola contro la pena di morte. Il fatto è che nulla di tutto ciò è entrato nell’articolo di Severino, e la presente lettera intende solo esprimerLe, caro Direttore, il rammarico per il fatto che Severino metta il suo nome e sprechi la sua intelligenza per discutere in questa maniera di ciò che meno rileva nell’ambito di una questione così urgente ed attuale. Se dunque c’è motivo per titolare l’articolo di Severino: Le tesi deboli contro il patibolo, come ha fatto il Suo giornale, Le assicuro che ce n'è almeno altrettanto per titolare: Di come si discuta inutilmente del patibolo.
Con stima,

Postato da Azioneparallela | 17:25 | commenti (8)





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