Babele
Babele
 
31/10/2006
effe effe esse esse: genti del sud

Mi trovo (mio malgrado) in una stazione intermedia, avendo perso la coincidenza per Napoli. L'ho persa perché il mio treno ha  fatto tre minuti di ritardo, "grazie" a una fermata non prevista. Il motivo? La fermata era stata gentilmente richiesta da una signora e il macchinista l'ha accontentata. Come si fa a dire no a una signora, oltretutto gentile? Come si fa a preferire una regola astratta, formale, impersonale, kantiana, protestante e vagamente giustizialista, senza capelli, a un volto vivo e ansioso, coi pomelli arrossati e coi capelli? Il macchinista ha detto sì alla vita, con la magnifica "umanità" che contraddistingue le genti del meridione d'Italia.
Lucio Sessa

Postato da Azioneparallela | 17:31 | commenti

All'anima!

Si parla fitto dell'anima. Io ho dedicato ieri un breve post. Malvino uno meno breve. Ffdes li riporta e ci mette del suo. Io intervengo nei commenti di Ffdes, e Malvino segnala e ripende e discute. A causa dei minuti contati, mi limito a due minime osservazioni, e mi scuso.

A Ffdes, che dice che è tutta colpa di Descartes, ho chiesto: quando inviti a pensare un'anima "sprofondata nel biologico" (neanche fosse fango), cosa intendi, fuor di metafora? (Qui aggiungo: la metafora sembra suggerire subdolamente che prima o poi bisogna trarre l'anima da; però no: lui voleva solo distinguere l'antropologia cristiana da angelismi e platonismi vari). Ffdes ha risposto: macché metafora. Toglimi i lobi frontali e addio anima. Allora devo pregarlo di spiegare per bene a Malvino dove mai stia la differenza, oppure, visto che gli concede (concede a Malvino e alla neurobiologia, poniamo) di poter trovare il bandolo della matassa, cosa mai sarebbe la matassa che Malvino non avrebbe a quel punto trovato.

A Malvino, che traduce la proposizione che ho rubata a Carlo Sini (non l'anima è nel corpo, ma il corpo è nell'anima) come una tesi (magari riveduta e corretta ma sempre una tesi) sull'immortalità dell'anima (di qualcosa che non è corpo), dico che nient'affatto: da nessuna parte ho detto e in nessun modo intendo con quel che ho detto che l'anima è immortale.

Postato da Azioneparallela | 09:43 | commenti (13)

30/10/2006
Politische Justiz

Vent'anni fa, Rberto Racinaro era il mio professore di filosofia teoretica. "Qualche anno fa, ha curato la pubblicazione di un piccolo ma impegnativo saggio..." - continua su Left Wing. (La goccia è in tema, e trattasi nientepopodimenoché di Don Benedetto

Postato da Azioneparallela | 17:53 | commenti

Come mettere alla porta david fox

BUZZ! La messaggeria manda un trillo:

I am David Fox from London I am 46 the Deputy Personnal Manager of Rose House Hold  Company in Accrington,UK. I Am appointed to recruit an employee from your state to work for us and be earning $500 on every transaction.
Firstly,i will like to know your ASL....(Age,Sex and location) and what you do for a living presently

Massimo Adinolfi: I am a philosopher.

(Lo spammer, dall'altra parte, cade in un costernato silenzio)

Postato da Azioneparallela | 11:21 | commenti (2)

E poi dice che uno si butta a sinistra

Oggi vi propongo una comparazione. Questo articolo apparso sul Foglio di sabato (titolo inequivocabile: morte di un'anima, spalla sinistra della pagina), e questo articolo di Giovanni Jervis apparso su L'Unità del 26 ottobre (scorrere un po' la pagina; titolo: Umano, poco umano. E' la natura a vincere). Il tema è lo stesso: quel che ti combina la scienza con l'uomo. Il tema è lo stesso, il tono (e la fifa) no.

Postato da Azioneparallela | 07:58 | commenti

29/10/2006
Senza braccia

"Berlino: al centro del Breitscheidplatz - ove il Kurfürstdamm incrocia la Budapester-, la Kant- e la Tauentzienstrasse - s'erge il rudere della Kaiser Wilhelm-Gedächtnis-Kirche, crollata sotto i bombardamenti del novembre 1943; accanto una chiesa moderna, a pianta ottogonale, privo di colonne ed archi, blu le vetrate ad obrare la luce del gorno. Dall'alto, sull'altare, pende un Cristo crocifisso, le braccia aperte ad accogliere-comprendere tuti - noi barbari del non breve '900, anzitutto.

Trar: Liebfrauenkirche, anche questa semidistrutta in un bombardamento di quegli anni feroci: accanto ad un piccolo altare laterale, dedicato a Edith Stein, un Cristo senza braccia. La spada dell'uomo - l'odio - ha sottratto persino al Figlio di Dio la posibilità, il potere di amare? La spada dell'uomo, s'è detto, indicando l'odio. Ma è spada anche quella dell'amore che si leva contro la spada dell'odio. L'amore - anche l'amore divino - non unisce senza dividere, non sa amare senza odiare. La spada dell'amore s'è rivolta contro Cristo? Mai Matteo 5, 43-45 e Matteo 10, 34-39 sono apparsi tanto prossimi nella loro radicale opposizione. Icona del nichilismo contemporaneo, il Cristo senza braccia è l'espressione più pura della nostra finitezza" (V. Vitiello, Cristianesimo e nichilismo. Dostoevskij e Heidegger, Morcelliana 2005, pp.37-8).

Porphirios mette la foto dell'opera che campeggiava alle spalle del Cardinale Ruini, al Convegno Ecclesiale di Verona. realizzata da Claudio Parmiggiani, raffigura il Risorto. Senza braccia.

Postato da Azioneparallela | 12:25 | commenti (1)

28/10/2006
Non pensare all'Altro!

"A me pare che questa faccenda dell'Altro dal (del?) pensiero sia uno pseudo problema. Detto un po' bruscamente: in primo luogo, (1) l'Altro esiste (è per questo che costituirebbe un limite al pensiero); in secondo luogo, (2) è un oggetto - molto grossolanamente: è qualcosa a cui possiamo riferirci come a un'unità, che è soggetto di predicazioni, che gode di proprietà".

Il carattere brusco con cui queste parole volevano sbarazzarsi di una certa ermeneutica della finitezza, è stato appena compensato dal rigore formale dell'esposizione. Che però una volta concludeva così: "Cercando di non esprimere l'inesprimibile, lo abbiamo espresso", un'altra così: "Cercando di non pensare l'impensabile, ci abbiamo pensato", e un'altra ancora così: "Cercando di evitare di pensare alla Totalità Trascendentale come a un oggetto, naturalmente, l'abbiamo trattata proprio come un oggetto". La conclusione finale e generale? "E' proprio così: l'Altro è ciò a cui non si può pensare; ma, naturalmente, a questo abbiamo già pensato".

Non sto qui a dire come io, in quanto ultimo rappresentante della tradizione ermeneutica, cercherei di svicolare, poiché ad occhio e croce, non cercherei di svicolare affatto. Francesco Berto (suo il titolo della relazione che è il titolo del post) non può accontentarsi delle 'strategie limitative' in stile kantiano, e nemmeno io. Il punto è sempre che se cerco kantianamente di evitare di pensare la totalità come un oggetto, ciò che non penso come una totalità mi si muta, anche solo per questo, in un oggetto. Io insinuo tuttavia il dubbio che l'impossibilità di pensare l'Altro se non come un oggetto equivalga ad affermare che l'Altro è un oggetto. Io insinuo il dubbio sulla natura di questa equivalenza.

(Ma del seminario di Sora ecco qua un resoconto equivalente)

Postato da Azioneparallela | 10:33 | commenti (3)

27/10/2006
Siamo tutti potenzialmente controllabili

I solutori più che abili dei paradossi logici si cimentino con questa affermazione.

Postato da Azioneparallela | 12:52 | commenti (17)

Angeli custodi

Dlin dlon.

I signori controllori che si preoccupano di controllare me sono pregati di farsi vivi: vorrei risparmiare loro del lavoro e assicurarli che dispongo di un invidiabile self-control.

(oppure nessuno mi controlla? Possibile che io sia fuori controllo?)

Postato da Azioneparallela | 12:51 | commenti (1)

Countdown

Fra meno di un mese uscirà il nuovo libro di Tomas Pynchon, Against the Day. Non segnalerei la cosa, se The modern world non avesse cominciato uno scrupoloso conto alla rovescia con un mese di aggiornamenti piccoli e grandi.

Postato da Azioneparallela | 12:20 | commenti

Fondi e mannaie

Qual è l'utilità pratica? La domanda cala come una mannaia sulle ricerche storico-filologiche di Cesare Segre, e i fondi non arrivano. Figuratevi quando la stessa domanda viene rivolta alla filosofia teoretica, che del fatto di non servire a nulla sa farsi persino un vanto!

Però Segre non si accorge di argomentare a favore della ricerca pura e non applicata, e così riproduce l'antico conflitto fra le due culture. Ma io sono abbastanza convinto che nei dipartimenti di matematica o di fisica teorica se la passino decisamente peggio rispetto ai dipartimenti di ingegneria.

(Sul resto tuttavia, sulla corsa alla novità, sull'istituzione di nuovi insegnamenti, nuove cattedre, nuovi corsi, nuove facoltà, nonché sul 'principio del rinvio', per cui visto che c'è l'educazione permanente la formazione eccellente la si fa sempre un passo più in là, son d'accordo. Quanto invece al fatto che si impara sempre meno e peggio, mi pare che valga abbastanza per quel che accade nelle aule universitarie, nei primi anni di corso, per la ragione che un mucchio di cose oggi sono, o potrebbero o dovrebbero essere apprese altrove).

Postato da Azioneparallela | 10:00 | commenti (1)

25/10/2006
Convegno con frattaglie

Alla Scuola internazionale di studi filosofici, il cui programma originario è qui, sono venuti a mancare domenica Carlo Sini, a causa dell'influenza, e lunedì mattina Caterina Resta, a causa dell'influenza (Felix Duque c'era, nonostante l'influenza). Una cartolina precetto ha raggiunto Romano Gasparotti e Francesco Berto, che sono giunti al volo per rimettere in sesto il programma della settimana. Un primo resoconto veridico con frattaglie si trova qui.

E a proposito di frattaglie, io ne ho infilate due: ieri pomeriggio, alla Fondazione Italianieuropei, si discuteva in forza di una singolare capacità divinatoria di questo passo dell'articolo di Edmondo Berselli apparso oggi su Repoubblica: "Allorché Mario Monti propose almeno due volte [...] un 'governo dei volenterosi', esente da fisime ideologiche, che provvedesse a riformare l'Italia dal centro, l'ipotesi aveva tutte le caratteristiche del buon senso e dell'irrealtà". (Se ne discuteva, perché sospetto che nessuno dei partecipanti, me compreso, abbia mai considerato di buon senso quella proposta). Nel mio appassionato intervento ai limiti del dialettale, io ho cercato di dire che politica e cultura non sono oggi la stessa cosa di ieri, e dunque le mere lamentele sull'incapacità della classe politica di, o sull'incapacità del mondo della cultura di, dovrebbero essere precedute da qualche analisi di come cambiano le rispettive funzioni e sistemi e campi di discorso (cose che ho appreso qui).

L'altra frattaglia, stamane. Nei dialoghi di etica. L'etica e il naturalismo, organizzato a Cassino dai colleghi di filosofia morale, ho appreso che "esistono quarantuno definizioni scientifiche, intendo dire neurobiologiche, del concetto di coscienza". Il relatore (un naturalista duro e puro) aggiungeva: "il che significa che non ne sappiamo nulla". Io pensavo: c'è qualche speranza.

Postato da Azioneparallela | 14:24 | commenti (4)

23/10/2006
LW

La razionalità del male; il principio della libertà morale.

Postato da Azioneparallela | 19:21 | commenti

Ciuffi

Sul Domenicale del Sole 24 ore di ieri, nella rubrica “Vespe” (una delle più “fisse” che ci sia) ennesimo attacco a Baricco. Lo si attacca per partito preso, e fuori da ogni contesto in cui sarebbe legittimo attaccarlo. Un critico, per esempio, parlando d’altro, può scrivere (è successo) che questo qualcosa di cui sta parlando è “più noioso di una pagina di Baricco”.
Ora, perché tale accanimento degno di miglior causa? Aggiungo che a me lo scrittore Baricco non piace (e chi se frega!), ma non vedo perché attaccarlo anche parlando di tutt’altro, quando invece lui mi pare tenda a farsi i fatti propri e a non attaccare nessuno. Perché allora? Perché ha successo? Perché ha l’aria da fighetto? Il ciuffo? Vuoi vedere che è quello, il ciuffo? Come accade all’allenatore dell’Inter. Tutti (colleghi compresi, il che non è affatto usuale) si sentono in diritto di attaccarlo; e perché? Perché è un cattivo allenatore? No, perché – dicono – non ha fatto la “gavetta” in squadre minori. Poco conta che non l’abbiano fatta neppure Capello, Trapattoni, Ancelotti, perché loro, non avendo il ciuffo, non se l’aggiustano nelle interviste. Io credo sia tutto lì. Tagliatevi i capelli. Ora mi viene un dubbio atroce: ma Baricco ce l’ha davvero il ciuffo? Ce l’ha ancora? Perché se non ce l’ha più, se non l’ha mai avuto, il motivo dev’essere un altro. Quale?
 
P. S. Invio questo post di lunedì, mio giorno libero.
 
Lucio Sessa       

Postato da Azioneparallela | 15:22 | commenti (10)

22/10/2006
Sconfinamenti - il jazz

Posso dirlo? Il jazz spesso mi annoia. E non perché ho la sensazione di non riuscire a "capirlo". Ho invece un'idea chiara, discutibile quanto si vuole, ma del tutto chiara su ciò che nel jazz genera in me noia. Dal basso delle mie scarse competenze in materia, mi pare di poter dire che una buona parte dei pezzi jazz abbia la struttura tema-improvvisazione-tema. Ebbene, da quello che vedo (e sento), ciò che fa assurgere un pezzo jazz alla nobiltà dello standard è la bellezza del tema, che a sua volta è (si può dire?) nient'altro che melodia. Poi, lo sappiamo, sull'armonia sottostante il tema, si può improvvisare più o meno bene (o, oserei direi, in maniera più o meno noiosa), ma sul giudizio che si dà del pezzo ho la sensazione che resti fondamentale la qualità del tema. Di classici immortali come "My funny valentine" o "Summertime" o "My favourite things" esistono forse tante versioni quanti sono i musicisti jazz nel mondo, ognuno che ne dà la sua brava rilettura, più o meno veloce, più o meno lontana dall'originale, con un'improvvisazione più o meno libera. D'accordo. Ma perché in tanti si cimentano con pezzi tipo quelli che citavo? Semplicemente perché questi pezzi hanno dei temi di una bellezza straordinaria. E l'improvvisazione? Per lo più, e qui veniamo al punto, ad ascoltarla io mi annoio abbastanza presto sicché quasi sempre non vedo l'ora che si ritorni, nella parte finale, all'esposizione del tema. Sempre dal basso delle mie scarse competenze in materia, ho come la sensazione che la parte di improvvisazione (ahimè, sempre la più lunga nella struttura di un pezzo) sia troppo spesso accademica, un esercizio nel quale la componente creativa gioca la sua parte, non lo nego, ma pur sempre un esercizio da parte di musicisti, di solito preparatissimi, che giocano con le scale, le alterazioni, gli intervalli e tutto il resto, a partire dalla struttura armonica del tema. Naturalmente anche questo è qualcosa che si può fare a livelli di eccellenza così come si può farla decisamente male, e chi lo mette in discussione. Ma resta in me la sensazione che sia terribilmente più difficilmente creare una bella melodia (naturalmente non parlo della canzonetta), che saperci improvvisare sopra. Come forse si sarà capito, io non sono un musicista, per cui a questo punto mi piacerebbe che qualcuno, possibilmente un musicista, mi facesse capire cosa c'è che non va in quello dico. Perché se nessuno osa mai dirsi annoiato dell'improvvisazione nel jazz, ho il sospetto che io qualcosa mi stia perdendo. O semplicemente non mi piace il jazz.
Il segretario
(Il segretario non sono io. E non è nemmeno Adorno, che non amava perdutamente il jazz. Io sospetto di non essere affatto d'accordo, ma ho ancora meno competenze del segretario. Però ho un amico che suona la tromba, Massimo Donà, il cui nome metto qui nella speranza che ogni tanto monitori la rete, guardi un po' quel che si dice di lui, e voglia rispondere).

Postato da Azioneparallela | 12:16 | commenti (19)

21/10/2006
Nomen omina

Certo che è una bella soddisfazione avere un presidente del consiglio il cui nome consente tanti giochini. Oggi Il Foglio ha uno splendido prodi et amo. Sui muri della mia città c'era nei giorni scorsi un brillante manifesto di AN contro l'immigrazione clandestina che urlava: Basta aPprodi! E ho sentito per radio un senatore dilungarsi su una fantatastica etimologia del nome per poi chiedersi: cui prodest?

Tutti attacchi proditori, beninteso.

Postato da Azioneparallela | 17:51 | commenti (3)

Immersioni

Sono stati giorni di celebrazione del centenario della nascita di Hannah Arendt. Non ho segnalato nemmeno un articolo (non sono un suo grande conoscitore, né un suo grande ammiratore). Lo faccio adesso, perché anche Toni Negri ha detto la sua, con Judith Revel, e in che maniera: il pensiero della Arendt pare ai due:

"completamente immerso nel clima della guerra fredda e decisamente caricaturale nelle sue espressioni scientifiche. Ancor più insufficiente quando si tenga conto della sua relativa ignoranza (se non di una volonterosa mistificazione) dell’analisi dei processi di trasformazione rivoluzionaria e del suo spregio per la critica dell’economia politica. Non è un caso che queste posizioni abbiano finito per nutrire le peggiori operazioni "revisioniste" nel periodo successivo alla caduta del muro di Berlino".

Il giudizio è riferito in particolare a due punti del pensiero arendtiano che hanno avuto notevole successo:  il concetto di 'totalitarismo'; la distinzione fra specie di rivoluzioni (politica quella americana, sociale quella francese e russa). Poi c'è la Arendt che Negri/Revel mostrano di apprezzare, e che a loro giudizio sarebbe stata obliata, la Arendt del processo ad Eichmann, della banalità del male, per impedire la quale ci vuole - concludono i due piuttosto sbrigativamente - "l'esperienza politica della moltitudine".

A me non pare che la Arendt del processo ad Eichmann sia stata dimenticata, mi pare anzi che stiano tutti lì a citarla. (Mi pare molto più dimenticata l'incompiuta opera La vita della mente, se è per questo). Però mi pare straordinario che l'essere immerso del pensiero della Arendt, ovunque sia immerso, paia a Toni Negri un così serio problema. Mi domando se il suo pensiero non sia pur'esso immerso da qualche parte.

Postato da Azioneparallela | 09:46 | commenti

20/10/2006
Contro il relativismo

Domando per sapere: ma chi critica il relativismo, chi dà del relativista a questo o a quello, accetterebbe di buon grado di dirsi assolutista, o almeno tendente all'assolutismo, favorevole all'assolutismo, con propensioni assolutiste? Di solito, questi che criticano il relativismo (nel modo rozzo in cui criticano un mucchio di cose che mettono sotto un'etichetta assai discutibile), sono pure poco inclini al 'politicamente corretto'. Bene: dov'è il problema, allora? Perché non dirla così: salve, sono un teorico dell'assolutismo, sono un fautore duro e puro dell'assolutismo.

(E come si ignorano le cose, peraltro. Perché l'assolutismo laico è quella cosa che in età moderna si tentò di costruire attorno alle monarchie nazionali per tirarsi fuori una buona volta dalle guerre di religione. Nemici del relativismo: vi va bene  questo assolutismo? No, dite: è appunto questo la dittatura del relativismo. Eh già. Ma allora, siccome relativisti proprio non vi va di essere, non è che puntate diritti all'assolutismo religioso?).

Postato da Azioneparallela | 13:17 | commenti (18)

La Rosa nel Pugno

Sul fallimento della Rosa nel Pugno c'è oggi un bell'articolo di Biagio De Giovanni sul Riformista. Poiché qualche attenzione a quell'esperimento l'ho prestata, lo segnalo. La tesi di De Giovanni, ridotta ai minimi termini, è la seguente. Il problema non sono i socialisti, il problema non sono i radicali, il problema non è che non si mescolano bene gli uni con gli altri, il problema è che elementi di cultura liberale non riescono a penetrare nella cultura politica italiana, non sopravvivono nei principali schieramenti (sono sempre 'brevi stagioni', oppur 'conati'), e soprattutto non vengono premiati alle elezioni. Una vecchia storia, insomma.

C'è però un passaggio dell'articolo di De Giovanni che mette conto di riportare. Eccolo:

"E' dunque la società italiana nel suo insieme che rigetta, starei per dire per sua costituzione storica, che idee liberali, da istanza di liberazione di alcune forme di vita, si facciano per davvero politica, e si diano una forma".

Leggendo l'articolo, si capisce cosa De Giovanni abbia in mente: le grandi vittorie radicali in tema di diritti civili, e il loro magro bottino elettorale. Ora però io credo che per porre adeguatamente questo tema non bisogna domandarsi come mai, ma che cosa significa che la liberazione di una forma di vita si faccia politica. Se mi domanderò come mai, dirò che  colpa delle Chiese catto-comuniste, dei sindacati e di tutto il resto. Se invece io chiedo cosa mai significhi, e pongo la domanda a un socialista o a un radicale, sono sicuro che otterrò risposte differenti, e questo non risolve il problema, ovviamente, ma spiega a sufficienza perché l'esperimento Rosa nel Pugno sia fallito.

Postato da Azioneparallela | 12:57 | commenti (2)

DIO E' DI SINISTRA

Il Corriere ieri sparava a caratteri cubitali questo titolo (articolo di Ennio Caretto). Tutto quello che ho potuto fare io, è metterlo maiuscolo. Però non capisco dov'è la notizia: se Gesù è risorto, asceso al cielo, e siede alla destra del Padre, mi pare evidente che Dio stia a sinistra

Postato da Azioneparallela | 09:07 | commenti (3)

Un'idea per Veltroni (e peri sindaci di buona volontà)

Eccola qua

Postato da Azioneparallela | 06:43 | commenti

19/10/2006
Buona volontà

Habermas su Repubblica di ieri. L'uomo è minacciato dai processi di auto-oggettivazione ispirati a un naturalimo scientista, e dalla politicizzazione delle scelte religiose che rompe con le premesse illuministiche della modernità. C'è una segreta complicità tra le due minacce: da una parte e dall'altra "manca la buona volontà di riflettere su di sé".

Poi l'articolo prosegue sviluppando molto densamente stili di argomentazione propri della Diskursethik habermasiana: andiamo a guardare cosa implica lo stare insieme sotto lo stesso tetto, entro la stessa comunità politica, compiamo l'accertamento riflessivo', e vi faccio vedere che ci troviamo lo Stato costituzionale laico, e una storia che è approdata ad esso (una storia che quell'approdo non è in grado d determinare ma da cui dipende).

trovo che sia un articolo filosoficamente molto istruttivo (è raro che capiti, sulle pagine dei giornali). L'approdo ideale dipende da condizioni che non governa affatto. Detto fuori dai denti: è impotente. Haberas dice: a rifletterci su, vedrete che sviluppiamo le premesse per stare insieme. Ma occorre che si voglia un po' tutti rifletterci su. E questa buona volontà di riflettere non è un precipitato della stessa riflessione. E da dove e da come venga, beh, è un problema che esula dai limiti della riflessione. Ma questo significa pure che se manca la buona volontà di riflettere, addio filosofia della riflessione di Habermas (e addio patriottismo costituzionale).

(Habermas non è pronto per questo passo d'addio. E nemmeno io. Ma vedere quei limiti significa per me guardare alla menzogna necessaria della riflessione, per Habermas no: sarebbe una palinodia completa. Ancora un passo, infatti, e Habermas avrebbe scoperto che 'l'uomo che riflette su' non ha più molte ragioni per essere l'ideale comunicativo; ancora un passo e l'avrebbe definitivamente smascherato, ficcandolo nel circolo storico-ermeneutico da capo a piedi; ancora un passo, e Habermas avrebbe scoperto che la sua impotenza dipende dall'essere stato posto/presupposto fuori dalla storia quel poco che gli serve per mantenere un minimo di argomento trascendentale, riconoscibile alla fine dell'articolo dalla cluasola che contiene il 'dover poter soddisfare i presupposti, salvo poi scoprire che, per l'appunto, stando fuori dalla storia non si riesce a determinarla granché)

Postato da Azioneparallela | 06:35 | commenti (1)

18/10/2006
S'i fossi il mondo li denuncerei

Oggi sul Corriere del Mezzogiorno è apparsa un’intervista a Don Carlo Aversano, parroco di Casal di Principe, in cui dice alcune cose intelligenti e sensate riguardo al territorio in cui vive ed esercita la sua funzione pastorale. Ma dice anche che Gomorra non gli è piaciuto, perché racconta solo il male del paese e non anche il bene. “Mi dà l’impressione di essere un libro senza equilibrio”, dice. Più o meno le stesse cose aveva detto il sindaco di Napoli dopo una trasmissione di Santoro sulla città da lei amministrata, criticandolo per aver mostrato solo il male di Napoli e non anche il bene. Vecchia storia, la mancanza di equilibrio di giornalisti, scrittori, storici.
Io per esempio non sopporterei se, accoltellando il mio vicino di casa, vedessi riportata (in un giornale locale, naturalmente) la notizia senza equilibrio, in un articolo che tacesse cioè di tutte le volte (proprio tutte, meno una) in cui io col vicino di casa ci ho conversato amabilmente. Quanti caffè ho preso a casa sua! Perché l’articolista non lo racconta? E perché parlare dei treni delle metropolitane solo quando si scontrano e non quando arrivano regolarmente a destinazione, cioè tutte le volte meno una? Invece proprio “quella” volta fa notizia. Come mai? I giornalisti dànno una cattiva immagine del mondo, falsa e fuorviante. Se fossi il mondo li denuncerei per diffamazione.
E i letterati, poi: ma ci pensate alla cattiva immagine della Grecia lasciataci da quegli squilibrati di Eschilo e di Sofocle? Mai una volta che parlassero della democrazia ateniese, non c’è verso. E Dante, possibile che a Firenze non ci trovasse niente di buono? Per non parlare di Pisa, vituperio de le genti. E l’importanza della civiltà comunale?
E che dire degli storici, che si limitano a raccontare l’attentato di Sarajevo, ignorando tutto quello che avvenne in città il 28 giugno del 1914? Ma credete davvero che in Irak, negli ultimi anni, la gente non festeggia più i compleanni, più non fornica, né prende il caffè chiacchierando del più e del meno? E perché i telegiornali non ce lo raccontano? Scommetto che neppure gli storici lo faranno, squilibrati come sono anche loro.
Lucio Sessa
(Attenzione: questo blog minaccia di diventare un blog multiautore)

Postato da Azioneparallela | 15:41 | commenti (3)

I commentatori mi hanno convinto che l'argomento contenuto in questo post non funziona

Sembra incredibile, ma può capitare. E' capitato qua, ed effettivamente la discussione nei commenti procede che è una bellezza. Si tratta di quel che ci vuole per negare l'esistenza di Dio: non molto, si conclude, nonostante il post pretendesse di più.

(Commento dell'autore: "il mio argomento ha la più eccellente delle virtù anticontinentali: è chiaro abbastanza per essere confutato". Ben detto, ma all'interno di una continentalissima - benché vecchia -  discussione)

Postato da Azioneparallela | 06:51 | commenti (4)

La libertà di parola

"In Svezia, si assegna il Nobel al grande scrittore turco Orhan Pamuk per la sua opera letteraria e per la sua denuncia del genocidio degli armeni. In Francia, si dichiara reato penale il negazionismo riguardo a quello stesso genocidio. In Italia, il giovane scrittore Roberto Saviano è sotto minaccia per aver denunciato in un suo libro il sistema di potere della camorra. Cos’hanno in comune queste tre situazioni? Lo scontro di civilizzazione. Un conflitto che si combatte dentro i confini di una medesima società planetaria, non tra due emisferi contrapposti in cui sarebbe diviso il globo terrestre. Il caso Saviano ci ricorda che, nel nostro Paese come in altre democrazie liberali, la libertà di parola e d’espressione non esiste in quanto tale. Non esiste «pacificamente». Bisogna lottare per averla, si è spesso costretti a sanguinare per conservarla" (Antonio Scurati, scrittore, su La stampa)

Postato da Azioneparallela | 06:33 | commenti

17/10/2006
Le parole dell'altro

C'è qualche piccola imprecisione, in particolare l'assenza del prof. Vitiello, ma il programma della Scuola di Studi Filosofici dell'Università di Cassino, che prevede la partecipazione di Carlo SIni, Felix Duque, Luigi Vero Tarca, Enrica Lisciani Petrini, Caterina Resta è pronto, e lo si può leggere qua.

Postato da Azioneparallela | 11:58 | commenti (4)

16/10/2006
Leftwing è uscito

L'elzeviro (il post scriptum al quale leggete nel post precedente) è qua. La goccia è un passo dell'Etica nicomachea, su coraggiosi e temerari.

Postato da Azioneparallela | 20:35 | commenti

P.S.

Prima che esca il pezzo, metto qui il lungo post scriptum che lo accompagna. Si tratta ancora di Roberto Saviano, e dell'intervento nel quale il più famoso scrittore italiano vivente, Umberto Eco, ha spiegato che la cosa non lo riguarda, che la cosa riguarda la pubblica sicurezza, e solo quella.
P.S. Al Tg1 di ieri sera, Umberto Eco ha spiegato pensoso che non c'è ragione perché si mobilitino gli scrittori nel caso di Saviano. Diversamente dal caso Rushdie, che ha preso ad esempio di un attentato globale alla libertà di pensiero e di espressione, nel caso di Saviano si conoscono i nomi e i cognomi. Basta solo che lo Stato faccia il suo dovere. Gli si vorrebbe però far osservare che, esprimendosi in questo modo, a torto o a ragione ha dato l'impressione di fregarsene, avendo rinunciato a dedicare a Roberto Saviano almeno un secondo del suo tempo per una minima manifestazione di solidarietà, come si potrebbe fare anche solo dicendo, all'interno del più ampio dei ragionamenti, di voler cogliere l'occasione per. Eco ha detto che il caso Saviano è come quello di Falcone o Borsellino. Falcone o Borsellino davano fastidio alla mafia che li ha tolti di mezzo. Saviano dà fastidio: dunque è lo stesso. Che Saviano dia fastidio per l'uso che fa della scrittura, pare allo scrittore Eco irrilevante. Oppure gli pare irrilevante l'uso che Saviano fa della scrittura: il che la direbbe lunga sull'uso che ne fa lui. In realtà, Saviano non dà fastidio solo perché fa rumore, e la camorra preferisce il silenzio, ma perché fa opera di verità. Non la fa processualmente o giudiziariamente o investigativamente, ma letterariamente. Il suo libro finisce in libreria, non in un fascicolo processuale o negli atti di una commissione. Eco fa mostra di non vedere la differenza. Eco ha ragione di distinguere casi così diversi come quello di Saviano e quello di Rushdie: si tratta di minacce provenienti da mondi diversi, con finalità diverse. Ma ha torto, torto marcio, nel ritenere che solo nel secondo caso sarebbero in gioco le idee e il diritto di esprimerle. L'intimidazione nei confronti di Saviano non è la minaccia a un funzionario di polizia perché non investighi, ma è la minaccia a un uomo perché non scriva (o perché ha sbagliato, scrivendo). La minaccia esercita dunque il suo potere intimidatorio verso chiunque intenda scrivere con verità: la cosa riguarda Eco?
Ma immaginiamo che gli scrittori invece si mobilitino: bisogna convenire che sarebbe un po' ridicolo. Immaginate che Eco si mobiliti: che farà? Firmerà un appello? Chiederà un minuto di silenzio prima di dare l'ennesima conferenza? Listerà la bustina a lutto? Quello che non va e che effettivamente suona ridicolo, non è la mobilitazione: a ben vedere, sono questa specie di scrittori. Ai quali pare fuori luogo mobilitarsi in un caso come questo, e va bene, ma non pare fuori luogo dare un intervista per spiegare perché non è il caso di mobilitarsi. Come quel mio amico che telefonava a parenti e conoscenti per spiegare loro perché non li invitava al suo compleanno. Chissà perché, la spiegazione non è mai riuscita a nessuno non dirò convincente, ma nemmeno sincera.

Postato da Azioneparallela | 07:14 | commenti (25)

15/10/2006
Piccolo resoconto veridico

 
La due giorni sorana è andata bene. Tenuto conto del budget e del tempo a disposizione, più che bene. Alcuni dialoghi sono riusciti di più, altri di meno. A me sono piaciuti in particolare Cavazzoni, Ronchi e De Carolis (mi scusino gli altri). La partecipazione è stata buona la prima mattinata, in calando al pomeriggio, discreta il secondo giorno. Più significativo l’apporto degli studenti di Cassino, che di quelli di Sora, il che lascia qualche dubbio sull’opportunità di ripetere la cosa proprio a Sora.. Si può ovviamente fare molto di più, non solo avendo più soldi e più tempo, ma anche uscendo dalle aule universitarie. Invece di uscire, questa volta ci sono finiti dentro animali non accademici, e la cosa non mi è spiaciuta. Nella serata del 10 c’è stata anche la visita alla cattedrale di Anagni, che è una meraviglia. Tra le cose che metterei l’anno prossimo in programma: una serata ad Anagni (con un programma molto cool), e l’invito al filosofo di scegliersi lui lo scrittore, invece di assegnarglielo io.
In generale, pare a me che tra i filosofi c’era chi sapeva cosa chiedere a un simile incontro, e chi invece non lo sapeva granché o non lo voleva sapere affatto. Gli scrittori erano probabilmente più curiosi di vedere come sarebbe andata a finire.
Nel mio intervento a braccio, ho detto che mi proponevo non di spiegare il Suicidio, ma di far vedere di quanto mi sopravanzasse: poiché credo che o faccio così, o non è indispensabile che mi cimenti con un romanzo. Preso dalle complicazioni della forma, dai conti con l’autore che il romanzo non riesce a fare (di qui la sua grandezza), sono appena arrivato – senza spiegarmi - al punto che a me preme teoreticamente di più: l’essere indisponibile. Come parlare di ciò che (dell’essere che) si tiene nell’indisponibilità? Può essere che la filosofia, che s’è inventata la prima globalizzazione, quella del logos, non ci possa riuscire per costituzione e che la letteratura ci riesca un pochino di più? (Detto altrimenti: quale parola fa più male?)
(E il 23 si ricomincia)

Postato da Azioneparallela | 17:12 | commenti (2)

Letteratura e realtà

Da Lipperatura ho appreso come si stia rendendo la vita impossibile a Roberto Saviano, per via del suo Gomorra. Roberto Saviano ha tutta la mia solidarietà, e quella dell'autore di questa piccola rassegna napoletana, che per l'occasione riprendiamo dalla carta e postiamo in rete:

                                                             Letteratura e realtà
 
 
Se si guarda l’intera storia della letteratura italiana, fin dalle sue origini, non sono moltissimi i narratori campani di spessore; ce ne sono, ovviamente, da Sannazzaro a Masuccio Salernitano, da Basile alla Serao, tanto per fare alcuni nomi tra i molti che si potrebbero fare, ma niente a che vedere, per esempio, con la Toscana o la Sicilia. Negli ultimi quindici-venti anni, invece, la Campania (e Napoli in particolare) sembra conoscere un’esplosione di talenti narrativi. Quanti di questi rimarranno nella storia della letteratura è sentenza da posteri, ma, quanto all’oggi, essi occupano un posto di rilievo sulla scena letteraria italiana contemporanea. Alcuni nomi: Arpaia, Cilento, De Luca, De Santis, De Silva, Ferrandino, La Capria, Montesano, Parrella, Pascale, Piccolo, E. Rea, Starnone. Il rigore dell’elenco si esaurisce nell’ordine alfabetico; per il resto, è confuso: è decisamente poco filologico mettere nello stesso sacco Raffaele La Capria, che scrive dagli anni ’50, e Antonella Cilento, nata nel 1970. Tutti questi autori hanno in comune il fatto di essere viventi (e non è poco!) e il fatto che (quasi) tutti fanno di Napoli il centro della loro narrativa. Cos’altro hanno in comune? Uno sguardo iper-realista, potremmo dire espressionista, con cui raccontano una metropoli purulenta, con linguaggio ora ironico, ora crudo, ma sempre tagliente; nessuno di essi si sottrae al dovere di mettere il dito sulla piaga, ma senza sconfinamenti sociologistici. In comune hanno il rovesciamento della Napoli solare, ché Napoli appare spesso buia e piovosa, e non solo metaforicamente; hanno in comune il rifiuto di ogni consolazione, di ogni oleografia. Uno sguardo spietato su una realtà spietata. Se ci mettiamo anche il teatro e il cinema, con Ruccello, Moscato, Martone, Corsicato, Capuano, il quadro espressionistico si delinea più vivamente. Nipotini di Viviani, della sua lettura cruda della realtà, del suo dialetto che non privilegia accenti soavi, ma raccoglie un’intrinseca durezza. Non esiste “a tazzulella e café” - scriveva La Capria molti anni or sono - quella è un’invenzione formato export; esiste invece “o ccafè”. Sempre La Capria distingueva tra napoletanità e napoletaneria, con la seconda a fare da versione edulcorata e frivola (ma soprattutto inautentica) della prima. Niente di ciò si riscontra negli autori citati; chissà se è vero che la buona letteratura nasce laddove più acute sono le contraddizioni, più truci le difficoltà del vivere. Forse, come ogni generalizzazione, il suo contenuto di verità è minimo, o forse no. “Gli dèi intessono sventure affinché gli uomini abbiano di che cantare”, diceva Omero (o chi per lui), e di sventure gli dèi (ma sono stati loro?) ne hanno intessute a profusione nella martoriata realtà campana dagli anni Ottanta in poi, col terremoto e quel che ne è seguito a fare da tragico spartiacque.
Un’annotazione finale per uno scrittore che in realtà è un giornalista, o viceversa: è giovanissimo, è nato nel ’79, si chiama Saviano, ha il fuoco al culo, ha scritto Gomorra, ed. Mondadori. Ora che avete finito di leggere queste righe, correte a comprarlo, se volete sapere in che regione viviamo. Se vi sembrerà una lettura inutile, vi rimborserò personalmente.
 (Lucio Sessa)
P.S. Sviluppi, sempre su Lipperatura, qui. Il sito per sostenere Roberto Saviano, qui.

Postato da Azioneparallela | 00:32 | commenti (6)





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