Babele
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30/07/2006
Compiti per le vacanze

Spengo il computer fra un'ora, e nel passo d'addio trovo questo bellissimo post di malvino, su vera e falsa filosofia, fisica e metafisica, per rispondere degnamente al quale dovrei rinviare la partenza. Mia moglie non è d'accordo. E nemmeno i miei figli (papà, ma stai ancora al ocmputer!).

Facciamo così . Ve lo assegno e me lo assegno come compito per le vacanze. (Il bello è che io sono ben d'accordo con Malvino: "filosofo è quello che dichiara artefatta ogni distinzione fra fisica e metafisica - negando con ciò ogni metafisica". Secondo me (ma, ripeto, è il mio compito per le vacanze, e calza a pennello con il libro su Spinoza che vorrei una buona volta cominciare a scrivere) questa negazione si può fare solo in filosofia (d'altronde malvino scrive: filosofo è...), e non nelle scienze empiriche.

(Voi, mi raccomando: buttate giù trenta righe e speditemele al mio indirizzo di posta elettronica).

Postato da Azioneparallela | 19:49 | commenti (10)

Un due tre

Il titolare del blog domani se ne va in vacanza per l'intero mese di agosto, a Palinuro, con la famiglia. Se riuscirà a connettersi tre volte nel mese sarà tanto. Ha con sé tanti libri e tanti film: chissà. (Chi passa di lì è benvenuto: basta recarsi nella località Saline, scendere a mare e gridare Azioneparallela! Azioneparallela! Non posso essere che io: lascio i bimbi e vi vengo a salutare)

Domani esce Leftwing, e compare l'ultimo elezviro e l'ultima goccia prima della pausa estiva. Non so dirvi i titoli, ma il primo è sul valore del valore, e la seconda è di Nietzsche.

(Il precedente post conteneva e ultime parole, non famose, del saggio Una passione senza misura che apparirà su Il pensiero prima o poi. E' colpa loro se l'attività del blog è diminuita in queste ultime giornate).

Postato da Azioneparallela | 17:22 | commenti (1)

29/07/2006
Le ultime parole famose

"Davvero sentiamo e sperimentiamo di essere eterni, perché, benché la nostra vita patisca il tempo e non riesca ad essere un tutto, tuttavia dalla morte nulla potrà esserle strappato".

Chi l'ha detto?

Postato da Azioneparallela | 08:16 | commenti (13)

27/07/2006
Il punto sulla campagna obbligatoria di vaccinazione antiheideggeriana

La si può leggere qui. È lunga 32 pagine, si scaglia contro il maccartismo antiheideggeriano sui giornali francesi e tedeschi (in specie Le point), sui quali lo specchietto ‘Affaire Heidegger’ attira parecchie allodole, e poi si incazza anche e perfino con E. Faye che parla di inediti corsi hitleriani, e manipola e falsifica, e con un certo professore Gourinat, autore di un manuale, che sè scandalizzato per la "consacrazione ministeriale" della filosofia heideggeriana, come se la comparsa di testi di Heideger nell’esame di Agrégation equivalesse a una consacrazione e Heidegger ne avesse un assoluto bisogno.
Questo Gourinat citerebbe poi lo stesso Heidegger che dice nel ’55 una filosofia heideggeriana non mi interessa per nulla, per concludere che dunque Heidegger lo sapeva lui stesso anzicchenò di non essere un filosofo! Di qui ad affermare che dunque Heidegger rigetta quasi ogni principio e addirittura ogni rigore, non dice mai che roba è il pensiero di cui si parla, perché è tutta una maschera per passare all’hitlerismo, il passo di Gourinat sarebbe breve (e se è così, se a questo siamo, il manuale di Gourinat non lo leggerò mai).
Poi c’è la frase sul Fuhrer (p. 11), e qui l’autore di questa requisitoria mi sembra un po’ troppo assolutorio e vago al tempo stesso. Heidegger si appella al Fuhrer contro i barbari ideologi del nazionalsocialismo.
Ma, di qui in avanti, è tutto molto/troppo assolutorio e vago. Va bene che l’interpretazione di Gourinat è decisamente rozza, ma riesce difficile dare alle parole più compromettenti di Heidegger il senso che secondo l’autore avrebbero: il nazionalsocialismo avrebbe agli occhi di Heidegger il carattere di una sfida al nichilismo moderno e ne sarebbe solo un’espressione.
Verso pagina 20 si torna a Gourinat, che scova l’errore filosofico fondamentale di Heidegger: aver misconosciuto la verità come conformità. Con sgomento scopro di essere sospettabile di acquiescenza al nazismo!
Al’autore non va giù nemmeno che la si metta in forma di dilemma: Heidegger tutto ‘nero’, Heideger a due facce, Heidegger tutto ‘bianco’, (credo perché, essendo palese che tutto bianco non può essere, gli si attribuisce automaticamente un lato oscuro). E soprattutto domanda che finalmente si riconosca che dal ’35 al ’45 Heidegger insegnò in uno spirito esistenziale, con il quale si opponeva al nazismo “dall’interno stesso della catastrofe” (p. 30).
Si finisce coi filosofi francesi che al giorno d’oggi si domandano se leggere i tedeschi valga un’ora di lavoro, e soprattutto lamentando che l’attacco ad Heidegger investe ormai non solo l’uomo, le sue compromissioni col nazismo, ma il suo pensiero, che nell’”incultura organizzata” del nostro tempo viene orrendamente sfigurato con la complicità dei media. Son cose volgari, ma finora non gli si è risposto col tono dovuto. Mo basta, però.

Postato da Azioneparallela | 15:52 | commenti (1)

26/07/2006
Aiuto

In questo momento è entrato nello studio un essere dotato di ali (qualcosa? qualcuno?) di oltre 4 cm di lunghezza. E' silenzioso, nero e cammina sul vetro. Non so come farlo uscire e sono solo in casa.

Postato da Azioneparallela | 18:34 | commenti (15)

E infine una domanda ineteressante

"Faccio un elenco di alcune questioni sulle quali credo che le neuroscienze non hanno proprio nulla da dirci (e quando ci provano dicono solo banalità sconsolanti): perché ci piace osservare un tramonto? perché un ateo dichiarato e convinto si interroga sul senso dell'esperienza religiosa? Sono libero? E' un buon sistema economico quello capitalistico? Cosa vedo quando osservo il volto della persona che odio? Che facciamo con le parole delle lingue che parliamo? In che senso cura la psicoanalisi? Che differenza c'è fra un errore ed un malfunzionamento? Sono tutti problemi che hanno a che fare con lo spazio interpersonale, linguistico, ovviamente sociale. Le neuroscienze si occupano di ciò che succede dentro i cervelli individuali. Non è attrezzata per comprendere quello che succede fra i cervelli; si pensi ai mirror neurons, straordinaria scoperta scientifica, ma che non hanno nulla da dirci sul perché nonostante i nostri neuroni "provano empatia" per l'altro gli possiamo egualmente sparare; qui c'è tutta l'incolmabile distanza che separa la fisiologia dall'etica. Il giorno che un fisiologo avrà qualcosa di interessante da dirci sull'etica lo staremo a sentire, ma come filosofo, non come fisiologo! Al momento, oltre che le solite banalità (siamo corpi, serve il cervello per l'etica, c'è l'istinto oltre che la ragione; banalità, appunto), non hanno aggiunto una riga interessante su questi problemi. Dopodiché: che i fisiologi vogliano fare i filosofi lo posso capire, perché non sanno cos'è la filosofia, e forse si sono accorti che tanto avanti, con la fisiologia, non possono andare. Ma che i filosofi, che non possono fare i fisiologi (non ne hanno né i mezzi né le competenze) vogliano fare i fisiologi, proprio non lo capisco. La domanda interessante, per me, è: perché questo fastidio per la filosofia?"

Felice Cimatti, su Res cogitans


Postato da Azioneparallela | 08:22 | commenti (18)

La tecnica in gioco

L'"Associazione "Basilicata 1799" organizza una ricca serie di incontri sul tema della tecnica, nelle città lucane di Potenza Matera, Maratea, Metaponto, Venosa. I primi ci sono già stati lo scorso settimana, i prossimi nel prossimo, e poi a settembre. Qui il programma, qui la presentazione. Il fine settimana che mi riguarda è a settembre, a Matera: venerdì 9 settembre Edoardo Boncinelli tiene una conferenza su L'anima della tecnica, il giorno dopo Vitiello e il sottoscritto dialogano su Arte scrittura tecnica.

Heidegger Derrida Severino sono pregati di non intervenire, ma voi sì.

Postato da Azioneparallela | 07:08 | commenti (6)

25/07/2006
Quel che si vorrebbe che

"Un tempo i filosofi erano incaricati di dimostrare prima di tutto l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima, ovvero proprio le cose di cui tutti all’epoca si dicevano convinti (ma non dovevano esserlo poi tanto, dato che avevano bisogno di ricorrere ai filosofi per certificarlo). Oggi, dai filosofi ci si aspetta che fondino la razionalità della scienza, la bontà della tecnologia e il sistema democratico liberale a cui vogliamo convertire tutto il pianeta con le buone o con le cattive. Ancora una volta, si chiede ai filosofi di rassicurarci su ciò di cui siamo già convinti (eppure qualche dubbio sottile ci rode: altrimenti perché ricorrere a filosofi?). Insegnanti, dentisti, giornalisti, bottegai, tutta la brava gente sia di sinistra che di destra è contenta se qualche professore pensa per loro, e garantisce loro che quello in cui credono ha una copertura filosofica adeguata, così come un assegno è adeguatamente coperto dalla banca".

S. Benvenuto, Derrida o dell'autodecostruzione (con una bella idea di decostruzione). 

Postato da Azioneparallela | 08:01 | commenti (7)

24/07/2006
Un cadavere è qualcosa o qualcuno?

Su Leftwing, di questa settimana. La goccia è: La natura tecnica dell'uomo.

(Letto l'articolo, potete anche leggere queste due prese di posizione sul Corsera. A me sembra purtroppo che la Bonino sia effettivamente generosa nell'interpretazione)

Postato da Azioneparallela | 16:01 | commenti (6)

22/07/2006
Sulla filosofia (nei suoi dintorni)

Porphyrios mi chiede con apprezzabile ironia: come si distingue il vero dal falso filosofo? Rispondo prendendo abbastanza sul serio la domanda, con qualche breve osservazione in ordine deliberatamente sparso:

1. Lungo tutta la storia della filosofia si fa e si disfa questa distinzione. Se ne può trarre la conclusione che quella distinzione non la si riesce a fare, ma si può anche ritenere che proprio questo farsi e disfarsi abbia a che vedere con l'essenza stessa della filosofia.

2 Se due cose sono indistinguibili, sono perciò identiche? Io credo di no. Il minimo che si possa dire, è che l'identità fondata sull'indiscernibilità è un'identità pro tempore.

3. Che io non possa indicare una volta per tutte l'aspetto sotto il quale la filosofia vera si distingue da quella falsa, significa che la distinzione non c'è, o che non si può indicare a questo modo?

4. Che io non possa indicare l'aspetto sotto il quale la filosofia vera si distingue da quella falsa, significa che non c'è, o che si cancella ogni volta che si traccia? (Faccio spuntare fuori ovunque il tempo, la vita, la prassi).

5. Qual è la natura della linea di demarcazione fra filosofia e non-filosofia? Siamo sicuri che è una linea logica? O somiglia piuttosto al punto in cui l'Achille di Zenone superare la Tartaruga. Poiché Achille supera la tartaruga, ma non in un punto. E se la filosofia si distinguesse dalla non filosofia non già in virtù di un simile punto? Se la filosofia si distinguesse dalla non filosofia, ma non in una proposizione?

6. V'è mai capitato di percepire una certa aria, un certo stile? Non è necessario pensare che siano cose fumose, o inspugnabilmente mistiche.

7. (Non è difficile peraltro indicare quando Achille sia più vicino alla Tartaruga. Non è difficile nemmeno indicare, con buona approssimazione e in termini operativi, la differenza fra la filosofia e la gastronomia. Sicché non disperiamo: certe cose si possono fare pure su un blog).

8. Possiamo anche mettere insieme le due cose: nel tracciare la differenza tra filosofia vera e falsa, quel che conta è lo stile con cui lo si fa, perché poi il tempo e porphyrios cancelleranno la differenza.

9. Ma al non-filosofo interessa tracciare quella differenza? La vera filosofia ha questo interesse, questa specie di passione inutile; la falsa filosofia se ne disinteressa (come la falsa moglie dinanzi al Re Salomone).

10. Poi qui ci posso pure mettere una definizione istituzionale di filosofia, ma sappiamo tutti che sarebbe insufficiente. L'insufficienza dei mezzi logici, l'astheneia del logos è, di nuovo, un'esperienza filosofica. Il non-filosofo terrà semplicemente quella insufficienza come dimostrazione di una insufficienza della cosa, e passerà oltre; il filosofo come l'occasione di una domanda, che lo afferrerà.

Postato da Azioneparallela | 10:36 | commenti (13)

Laicità

L'Associazione Italiana Filosofia e Teologia e la rivista Filosofia e Teologia (della quale faccio parte) organizzano, in collaborazione con il Centro Universitario di Cultura e Pratica Filosofica di Falconara, il terzo convegno su

Tramonto o trasfigurazione di cristianesimo, quest'anno dedicato alla Laicità. Il redivivo capodivisione Tuzzi, che a settembre tornerà a nuova vita, pubblica la delineazione del tema e degli intenti scritta da Giovanni Ferretti, che è un filosofo serio.

P.S. Tra i materiali che sul sito di Ferretti sono messi a disposizione degli studenti, segnalo il corposo avvio alla lettura di Dato che, di Jean Luc Marion, che è fra i più interessanti filosofi cattolici viventi (oltre che uno straordinario conoscitore di Descartes, Husserl, Heidegger)

Postato da Azioneparallela | 08:45 | commenti (2)

21/07/2006
Jahanbegloo

Ho già segnalato la sua detenzione. Oggi Giancarlo Bosetti su Repubblica dà nuova evidenza al caso del filosofo iraniano in prigione dal 27 aprile senza che nulla si sappia della sua sorte, e io torno a darvene notizia

Postato da Azioneparallela | 18:12 | commenti

Per la corporazione

"Una volta mi capitò di fare, in merito al filosofare e ai suoi linguaggi, una osservazione che mi intrigò non poco" (sott. mia).
Come se uno dicesse: una volta stetti lì così tanto a pensare al punto che la mia intelligenza mi sorprese.
(L'osservazione che in merito al filosofare Angiolo Bandinelli una volta fece per rimanerne intrigato è: non tutte le lingue hanno la possibilitò di sostantivare l'infinito del verbo essere. I lettori del Foglio, che sicuramente sarann intrigati dalla versatile e multicolore cultura di Bandinelli, devono altresì sapere, al riguardo, che Bandinelli è solo un altro nome del famoso linguista Benveniste, il quale non è morto, ma è tornato sull'argomento a distanza di diversi decenni dal suo famosissimo saggio Categorie di pensiero e categorie di lingua).
P.S. Non mi dite perché mi occupo di Bandinelli. Io mi occuperei solo di Bandinelli, di gente cioè che pensa si possa filosofeggiare, almeno sui giornali, per il solo fatto di aver letto libri, indipendentemente da come li si è letti. Insomma, la mia è una difesa corporativa: la fanno i tassisti, perché non anch'io?)

Postato da Azioneparallela | 08:33 | commenti (7)

20/07/2006
Facciamo un esempio

Per non dispiacere nessuno, prendo un esempio di ciò che intendo proprio dai giornali. L'editoriale di Ernesto Galli della Loggia apparso ieri sul Corriere. Io comincio a leggerlo con il proposito di formarmi un'opinione, ma man mano che procedo nella lettura comincio a chiedermi se, indipendentemente da torti e ragioni, è scritto in maniera che le sue asserzioni siano coerenti e giustificate. L'editoriale in questione non è affatto scritto male. Galli commenta le parole del Ministro degli Esteri D'Alema, a proposito della sproporzione fra l'attacco a Israele e la sua reazione. La sua opinione è: la reazione è sproporzionata, ma ci rendiamo conto di cosa sia e di cosa capita in Israele da qualche decennio in qua? Ora, perché, giunto alla fine, Galli aggiunge un periodo sul valore simbolico del territorio sopra il quale sorge lo Stato di Israele, periodo che con il resto dell'articolo non c'entra nulla? Io immagino che l'articolo finisca prima dell'ultimo periodo, e vedo che non perde in nulla la sua efficacia. Anzi: forse che se le terre fossero altre, la reazione sarebbe meno o più sproporzionata? (A riprova, leggete Israel, che con amara ironia mette austriaci e italiani al posto di palestinesi e israeliani, e il gioco gli riesce, secondo la sua opinione, senza ulteriori investimenti simbolici). Ovviamente, l'articolo è opinabile: qualcuno potrà dire poche storie, la reazione è sproporzionata e basta, e qualcun altro che non lo è affatto. Ma io non riesco ad 'opinarlo': prima ancora di 'opinarlo' io lo butto semplicemente via, perché è palesemente difettoso. E a che vale avere opinioni anche dotte, quando poi difetta la capacità di ragionarci su?

(Qualcuno potrebbe difenderlo così: non hai capito, Galli vuol proprio dire che solo il significato simbolico di quelle terre spiega la reazione sproporzionata. Ma, se è così, perché non porta uno straccio di argomentazione? Perché si limita a mettere in fila reazioni 'esagerate', per poi limitarsi a dire che non si comprendono se non si tiene presnte il valore simbolico? Se questo è il senso del suo articolo, dov'è non dirò la dimostrazione, ma l'argomentazione che sostiene la sua opinione? Forse l'articolo doveva cominciare là dove finisce)

Postato da Azioneparallela | 02:20 | commenti (4)

Lo vedo strano

La mia dieta mentale prevede che io mi formi il minor numero di opinioni possibili. La tenuta di un blog è una costante tentazione a trasgredire la dieta, ma io mi sforzo di portare opinioni che siano perlomeno argomentate, e così mi assolvo. Le poche volte che rilascio un'opinione senza argomentazioni a sostegno, è perché confido in cuor mio che saprei trovarne di buone.

A voler rispettare questa regola, non mi riesce di formarmi un'opinione su ogni singolo episodio dell'infinita crisi medio-orientale. Non parlo degli obiettivi di lungo periodo, del diritto dei popoli, della pace o della sicurezza. Parlo di cose come chi ha cominciato, se la reazione sia proporzionata, se c'entrano la Siria o l'Iran o tutti e due, se debba andarci l'ONU, se l'Europa debba muoversi e come, ecc. ecc. Non che non abbia opinioni in proposito, ma si tratta appunto di opinioni, fondate su dati di seconda e terza mano. Io non nutro un particolare interesse per le mie opinioni (in quanto opinioni), figuriamoci per quelle altrui. E invece vedo che molti blogger, compresi quelli che apprezzo e stimo, non hanno alcuna difficoltà a formarsene una. Beati loro. Peraltro, sono abbastanza convinto che molti non supererebbero un esame di storia contemporanea, eppure vedo che nutrono opinioni precise su faccende sulle quali io non mi raccapezzo affatto.

Ma manifestare un'opinione è anche un atto politico, e io non penso affatto che si sia titolati a compierlo solo con assoluta cognizione di causa. Mi domando tuttavia perché certi blog sentano questa urgenza politica, e se siano consapevoli che è essa, più che la conoscenza diretta della questione a spingerli a scrivere. Non vorrei essere frainteso: non sto proponendo cose alle Sartori. Sto solo dicendo che la natura del mio blog torna ad apparirmi strana, ogni qual volta vedo la blogosfera scossa e fremente, attraversata da quei temi sui quali tutti sentono il bisogno di dire la loro: che si tratti dei Mondiali di calcio o, questa volta, della crisi in medio-oriente (di nuovo, non in generale, ma nello specifico dell'attuale spirare dei venti di guerra). Proprio allora, io sento molto poco il bisogno di dire la mia, preferisco anzi non averla neppure.

(Mi si dirà: ma per i giornali è la stessa cosa. Le opinioni vi galleggiano allegramente. E' vero. Ma io non sono il titolare di un giornale).

Postato da Azioneparallela | 01:56 | commenti (6)

19/07/2006
Identità, interculturalità

Mauro, Mauretto, Maretto, Mametto, Maometto.

(un grazie a Enrico Adinolfi, detto il Titone)

Postato da Azioneparallela | 09:10 | commenti (4)

Identità, modernità

Nella sua Seymour Martin Lipset Lecture, ripresa in aprile sul Journal of Democracy, Fukuyama ha fatto sua la tesi di Olivier Roy sul radicalismo islamico, che si riassume così:

il radicalismo islamico non va inteso come una rivendicazione tradizionalistica, ma come un'esigenza di riconoscimento tipica della costituzione delle moderne identità politiche in un mondo globalizzato, in cui i musulmani vivono in una misura prima sconosciuta in un mondo non musulmano, o a contatto con un mondo non musulmano. Uno studente che scrive all'imam sul web per sapere se è permesso o meno stringere la mano a una professoressa donna pone una questione che in Arabia Saudita non si pone, perché lì di professoresse donne non ce ne possono essere. Questo studente non può non domandarsi quale sia la sua identità, e la risposta di Bin Laden è: tu sei parte di una umma globale che è definita dall'adesione a una dottrina islamica universale, non più da usi e costumi locali. La risposta di Bin Laden si trova cioè nel punto in cui si trovò il cristianesimo, quando con la Riforma si pose il problema di una salvezza individuale scissa dall'adesione a comportamenti pubblici di adesione a una fede confessionale. Prima di salire su un aereo, Mohammed Atta pensò bene di visitare uno strip club.

Ve lo dico in un altro modo: i giovani musulmani (quelli della seconda e terza generazione di emigrati, quelli che in patria sono comunque a contatto con il mondo occidentale) stano sperimentando il passaggio dalla Gemeinschaft alla Gesellshaft: dobbiamo sapere, la sociologia europea ce lo ha insegnato da un bel po', che non è una roba indolore. Questo significa, dobbiamo sapere pure questo, che nel breve periodo esportare modernità, diritti e democrazia aumenterà e non diminuirà la violenza terroristica

Anche la parte sul tema dell'integrazione è interessante, anche se un po' meno condivisibile. Mi pare che Fukuyama sostenga che il multiculturalismo va bene quando è un 'gioco alla fine della storia' quando cioè si va a mangiare nei ristoranti cinesi o si va in bagni turchi, ma non quando erompe sulla scena politica. Questo significa che bisogna fare di più nell'integrare i cittadini immigrati sulla base di un riconoscimento dei diritti individuali, e accelerare i processi di cittadinanza. In Europa è più difficile, perché la separazione fra chiesa e stato non s'è fatta bene e sino in fondo. L'America può insegnare qualcosa all'Europa su come si costruisce un'identità nazionale aperta. Iil patriottismo americano, il carattere quasi-religioso di certe sue cerimonie civile fa sorridere i cinici europei, ma offre un potente veicolo di integrazione. Anche il welfare europeo, rivolto quasi soltanto a chi un lavoro e un tetto e un set di diritti ce li ha già sarà meno brutale del mercato americano, ma è anche più rigido verso chi prova a entrare, mentre in America un immigrato uno straccio di lavoro lo troverà sempre. E poi se voi europei fate i postmoderni e i relativisti, ditemi come volete trovare qualcosa che possa valere come fattore di integrazione.

(E con i riassunti, per oggi, basta)

Postato da Azioneparallela | 08:03 | commenti (3)

18/07/2006
Non ci sono io, ma ce n'è per tutti

Il nuovo numero di Left Wing è uscito, e non ha il mio solito elzeviro né la goccia: mi sono preso una settimana di ferie. Però vi segnalo lo stesso:

La Carta dei valori tra Gedda e Bordiga, dove si spiega che costruire un partito su una carta dei valori non è precisamente la cosa più sensata da fare;

La crisi libanese non viene dall'Iran, che contiene un'analisi della crisi mediorientale più approfondita di quelle correnti sulle pagine dei maggiori quotidiani nazionali;

Il processo delle vergini suicide, dove si spiega che telefonare agli arbitri nel calcio di oggi è normale (ma a mio avviso non si spiega se sia allora normale che però le leggi sportive vigenti sanzionino simili comportamenti, e mi si lascia col dubbio che qualche ragione jimmomo ce l'abbia - ragioni che anche paolo luti considera egregiamente)

Il crepuscolo di Zidane, dove l'enorme castello delle motivazioni reali, immaginarie e simboliche del gesto di Zidane costruito dai giornali (fino all'iperbole segnalata ieri) viene saggiamente ricondotto, con l'aiuto di Nietzsche, alla cieca stanchezza dell'animale umano

Postato da Azioneparallela | 09:50 | commenti

Commissione Sartori

Le grandi costituzioni le firmano i giuristi. Così Sartori formula la sua idea meravigliosa: ci vogliono nove costituzionalisti che scrivano la Costituzione: uno nominato dai DS, uno da Forza Italia, uno dalla Margherita, uno da AN, più quattro nominati dall'associazione e uno di chiara fama scelto dal capo dello Stato.

Mi pare un'ottima proposta. Su un punto però mi permetterei di emendarla: Sartori concede (bontà sua) che le proposte della Commissione di Saggi dovrebbero comunque essere approvate dall'intero Parlamento. Non so perché faccia questa concessione, perché cioè immagini che ci sia bisogno dell'approvazione di una manica di inesperti: non basta che abbiano scelto metà degli esperti? Ma poi, a pensarci bene, è quest'ultima la concessione che ci fa solo perder tempo. In fondo, il simile conosce il simile: chi meglio di un esperto può riconoscere la perizia di un altro esperto? Io non starei perciò a pensarci su, affiderei a Sartori, anzi: fossi in Sartori mi arrogherei il diritto di nominare la Commissione dei nove costituzionalisti, pescandoli uno di qua e uno di là come lui dice, e li metterei senz'altro al lavoro. Redatta la nuova Costituzione, la spedirei a mezzo plico postale al Parlamento. La proposta non proverrebbe da una Commissione istituita dal Parlamento, ma non si vede in cosa la qualità di una proposta formulata da fior di esperti (nominati da Sartori, perdinci!) sarebbe migliore se i nove esperti fossero invece di nomina parlamentare.

Insomma, non capisco cosa Sartori stia ad aspettare, perché voglia istituire una commissione. Gli esperti non si istituiscono mica. O forse lavorano meglio se lavorano in Parlamento, invece che nella biblioteca di casa Sartori? Ci lavori dunque su, il professor Sartori: nomini, riunisca e elabori, e ci dia per la ripresa autunnale la nuova costituzione. Quale Parlamento non si inorgoglirebbe al pensiero di dare al Paese una Costituzione a firma Sartori? Quale Parlamento non accetterebbe di buon grado di ratificare il lavoro di Sartori e dei suoi esperti?

(Se poi non ratificasse, il professor Sartori potrebbe comunque scriverci sopra qualche editoriale e un altro libro sui mala tempora. E ai cittadini che quel Parlamento hanno eletto resterebbe di decidere se hanno eletto degli incompetenti, o se chi scrive editoriali a firma Sartori è meglio non annoverarlo tra gli esperti di diritto e i maestri della democrazia parlamentare) 

Postato da Azioneparallela | 00:35 | commenti

17/07/2006
Cari pacifisti basta sciocchezze

E' il titolo dell'articolo di Adriano Sofri su Repubblica di oggi. che bello poter leggere un articolo di cui si condivide praticamente tutto.

Postato da Azioneparallela | 16:40 | commenti (4)

Dio non esiste

Sulla testata di Zidane a Materazzi ne ho lette molte. Ma il commento più proporzionato all'episodio mi pare quello di Libération:

"Sa transgression suicidaire, en mettant à bas sa propre icône, proclame à sa façon que Dieu n'existe pas".

Postato da Azioneparallela | 16:28 | commenti (6)

Ricominciamo dal peggio

Saltellando di qua e di là tra blog e giornali, con lo scopo di segnalare il peggior articolo della settimana (ma potete contribuire, perché questa settimana ho letto ben poco), trovo questa riflessione di Angiolo Bandinelli, che mi sono accorto vale decisamente la pena di seguire con costante attenzione, per la non comune capacità di mostrare quanto possa essere inutilmente vuota e pretenziosa l'esibizione di cultura (o di cose che vorrebbero somigliarle). Splendido, in particolare, questo passaggio:

"Posso dirlo? Isolate o lette insieme, queste espressioni [morte di Dio, eclissi di Dio, tramonto dell'Occidente], le trovo imprecise e indefinite, pur potendo vantare natali e parenti illustri  con i quali io non mi azzardo a competere".

Cioè: queste espressioni non nascono affatto isolate, e non nascono per essere lette insieme. Non è colpa dei genitori e parenti illustri se Bandinelli le prende, le isola e le legge insieme. Ma Bandinelli questo fa, e poi dice con tono modesto che, prese come le prende lui, sono imprecise e indefinite. Splendido.

Nel resto dell'articolo, mentre mostra come non si possa parlare genericamente di Occidente, Bandinelli butta lì questa perentoria affermazione:

"Il concetto di responsabilità giuridica richiede un soggetto individuabile, e quel che vale in sede giudiziaria deve essere imposto anche in sede sociopolitica".

Cioè: in tribunale ci vanno singoli individui, e di singoli individui devono parlare anche i sociologi e i politologi e gli storici. Basta fumose astrazioni come Italia, o 'la cucina italiana'. Ma allora basta anche che qualcuno come Bandinelli, cinque righe sotto, trovi la sua collocazione ("per quel che vale", scrive, sfiorato dal sospetto che non valga nulla) "in nome della democrazia occidentale", che è ben difficile superi il terribile rasoio nominalistico di Bandinelli, quello del "soggetto individuabile" in sede giudiziaria. (Su cosa significhi filosificamente prendere la scena di un tribunale e pretendere che i giudizi storici ne rispettino l'allestimento - se non vi spiace la parola: la metafisica - non dico nulla, per carità!).

(Basta con questa serie di articoli di Bandinelli purtroppo non lo posso dire: non tocca a me. Però).

Postato da Azioneparallela | 08:37 | commenti (4)

11/07/2006
Mezz'ora, tre euro

E' il costo della connessione dal punto internet dal quale mi trovo. Voi mi scuserete se taccio. Non ho ancora messo a punto il sistema per cui voi versate tre euro sul mio conto corrente, e io, avvisato tramite sms, vengo qui, mi collego e lascio cadere con ben altra nonchalance il post.
(Però ci penso, perché a Palinuro tornerò per l'intero mese di agosto).
(Statemi bene e non vogliatemene, ma non vi leggo).

Postato da Azioneparallela | 20:25 | commenti (3)

10/07/2006
I titoli non so

Nel nuovo numero di Left Wing, che fra poco uscirà, il sottoscritto si occupa dei mondiali di calcio. Non so il titolo quale sarà. Una corda tesa tra il tifoso e il campione, forse. (E la goccia, poi? Ho scelto Musil. Io la intitolerei: Una scadente flora mentale, ma non so).

Quel che so è che parto. Voi leggete Left Wing lo stesso. Io intanto me ne vo una settimana a Palinuro con due figli su tre. A meno che non ci pensi mia moglie, che rimane a casa con il terzogenito, questo blog chiude da campione del mondo e riapre il 19 luglio, nel trentanovesimo compleanno del titolare (così avete una settimana di tempo per farmi gli auguri).

Postato da Azioneparallela | 08:05 | commenti (7)

09/07/2006
E ora ridateci la Gioconda

Lo striscione campione del mondo di Piazza Plebiscito, a Napoli (visto su Rai Uno stanotte)

Postato da Azioneparallela | 23:26 | commenti (5)

Spiccioli

Mi dirigo verso Libero, che non è una mia lettura abituale, per leggervi la lettera del prode Renato Farina al Direttore, e incappo in questa divertente presa in giro della filosofia spicciola, quella di cui Nicola Abbagnano su Gente fu indimenticato precursore, filosofia più o meno sapienziale, più o meno esistenziale, quella che ti tira su con la vita, la filosofia di Zap mangusta, di Galimberti su Io donna, del consueling, di certi libri prefati da Cacciari. Mi riesce difficile dar torto all'articolista. Quasi quasi mi metto di nuovo a ricevere al giovedì.

(A proposito di spiccioli, Battista si chiede sul Corriere perché nella sua appassionata autodifesa Farina non ne parli. Pierluigi Battista, a sua volta, è un grande giornalista. Però di sicuro non viene pagato un tanto a metafore, un tanto a simboli, un tanto a citazioni. Dunque lasci perdere la legge di Antigone. Perché non era una legge umana, come invece Battista scrive commettendo un errore marchiano, è perché, quanto al senso, in nome di quella legge Antigone non ne voleva sapere di Stati e guerre, a differenza del prode Betulla che invece è in guerra).

Postato da Azioneparallela | 15:47 | commenti (1)

@ Azioneparallela

E’ vero che non sono un esperto di diritto processuale, ma se è per questo non lo è neanche l’attuale Ministro di Giustizia, e dunque mi sarà consentito avanzare la mia personale idea di riforma della giustizia.
Che muove da questa elementare considerazione: è un principio di civiltà giuridica, a garanzia del cittadino, che sia fissato per legge il termine entro il quale debbono essere svolte le indagini. Lo stesso dicasi per la perseguibilità di un reato. Come non si può rimanere sotto indagine per una vita, così non si può essere mandati a processo a distanza di decenni dai fatti imputati (fatte tutte le eccezioni che volete). Ciò considerato, non si vede perché non debba rientrare tra i diritti elementari di un cittadino quello di conoscere anche la durata certa del processo al quale è sottoposto. È più civile un paese che tiene i suoi cittadini sotto processo per anni, o peggio per un tempo indeterminato, oppure un paese che dica prima al cittadino: ti processo in tot giorni (e che eventualmente rinunzi ad alcuni processi per l’impossibilità di rispettare tempi ragionevoli)? Questo significa che al momento del rinvio a giudizio, le parti, l’accusa e la difesa, concordano – entro termini minimi e massimi stabiliti dalla legge - quanto ritengano che debba durare il processo, carte alla mano (valutato cioè il numero di udienze di perizie di testimoni necessari per lo svolgimento del rito). Le parti concordano innanzi a un giudice, che decide qualora l’accordo non venga trovato. Ora non fatemi scendere nei particolari: è chiaro ad esempio che si potrebbe senza difficoltà tutelare il diritto delle parti di ricorrere avverso le decisioni del giudice, così come è chiaro che incidenti processuali potrebbero modificare ragionevolmente la durata (ad esempio: cause di forza maggiore, nuovi elementi di prova, nuove fattispecie di reato che dovessero emergere nel corso del procedimento). Quel che sarebbe importante stabilire, è il principio della certezza della durata del processo (magari sono solo ignorante, e il principio c’è già. Magari c’è in altri paesi, e non funziona).
Da questo principio discende una cosa della massima importanza: la procura o il singolo magistrato potrebbero non chiedere il rinvio a giudizio per mancanza di tempo (poiché è chiaro che il primo intervallo di tempo per il quale dovrebbe essere stabiliti dei limiti massimi, fatto salvo un margine di discrezionalità del giudice, è quello che trascorre da un’udienza all’altra). Ora invito tutti a ragionare con freddezza: l’obbligatorietà dell’azione penale, che vige adesso, nei fatti non c’è, per la quantità di procedimenti che gravano su ogni singolo ufficio. Il che significa che è il capo dell’ufficio a decidere quali pratiche mandare avanti. Dunque, non è quello il problema, Ma la si potrebbe persino mantenere formalmente, se proprio si vuole: l’azione penale potrebbe essere avviata, e sarebbe responsabilità di chi l’ha istruita mettere indicazione espressa del perché non la si è condotta sino al processo, quando appunto vi si rinunzi. Potrebbe dipendere da carenza di organico, o di strutture, come anche da elementi soggettivi, tipo l’inerzia del magistrato, o da scelte di politica della giustizia (anche queste, invito a pensarci: di fatto ci sono già). Non m’importa adesso stabilire pure chi dovrebbe avere la responsabilità di compiere quelle scelte (il singolo magistrato, il presidente di una corte, il capo di una procura, il CSM, il Ministro, il Parlamento): quel che mi importa, è che per questa via si potrebbe non soltanto mettere sotto controllo il fattore tempo – quello decisivo – ma si avrebbe anche un sistema di valutazione passabilmente oggettivo del lavoro dell’ufficio. Capite l'importanza?
Aggiungo ancora due cose. La prima: la mia riforma suppone, per ovvi motivi, la separazione delle carriere. Il giudice, infatti, interviene su un aspetto troppo sensibile dell’intero corso della giustizia per lasciare che sia più vicino a una delle due parti (e comunque, indipendentemente dalla mia idea di riforma, io sono per la separazione).
La seconda. Al primo che mi dice che è troppo macchinoso calcolare quanto tempo ci vuole per questo o per quello, risponderò: tu una riforma non la vuoi fare. O non sai come si fa. È una malattia formalistica tutta italiana quella di non voler mai confidare nella ragionevolezza delle persone (che siano chiamate a giudicare assumendosi la responsabilità del loro giudizio). Per come la vedo io, più è ampio il margine di decisione del giudice sui tempi, e meglio è; per come la vedo io, tutti sono in grado di vedere quale procura lavori meglio e di più e in quale direzione e quale di meno. E poi, se ad esempio devo scrivere un saggio, e mi impegno con un editore a consegnarlo, è evidente che fornisco una stima ragionevole del tempo che credo di impiegare. Potrò sbagliarmi, ma questo non impedisce che nel contratto che stipulo io accetti che siano incluse penali, se per esempio il contratto prevede anche un congruo anticipo perché io inizi subito a lavorare. Insomma, tutti noi calcoliamo il tempo delle nostre azioni a spanne, assumendoci il peso delle conseguenze nel caso di calcoli errati. Ma se, come dice Pascal, non lavorassimo per l’incerto, non lavoreremmo mai. Non vedo dunque perché non lo si possa fare per l’organizzazione dei processi.
(È inutile che vi dica che è il processo di calciopoli che mi ha fatto pensare alla cosa. Tutti a dire che i diritti della difesa in quel caso sono stati compressi dall’esigenza di far presto. Ma questo non c’entra nulla con la mia proposta, che coinvolge la difesa nello stabilire quei tempi, convinto come sono che non c’è imputato innocente (ma anche colpevole) che non abbia innanzitutto interesse a sapere quando arriverà la sentenza).
P.S. Il presente post non è tutelato da copyright, e quasi me ne spiace. Comunque, se è il caso, avvertite Clemente. O almeno Giuliano Pisapia, che mi pare persona intelligente.

Postato da Azioneparallela | 11:16 | commenti (1)

08/07/2006
Canoni e derive

Magister ci informa che non è il cardinale Trujillo a spararle grosse: è direttamente il codice canonico, o meglio la sua più accreditata interpretazione. Il codice, al canone 1398 stabilisce che incorre nella scomunica latae sententiae chi procura l'aborto. (Il canone sta sotto il titolo VI, Delitti contro la vita e la libertà dell'uomo, in compagnia del 1397, che tratta dell'omicidio). Edward N. Peters, specialista in diritto canonico, ricorda che il canone è già stato interpretato nel senso più largo possibile, così da includervi senza ulteriore specificazione ogni soppressione di vita umana prenatale. La scomunica non può dunque non valere, almeno fino a interpretazione ufficiale contraria, anche per "l'uccisione degli embrioni prodotti in vitro".

(Oggi il papa è a Valencia per il quinto incontro mondiale delle famiglie. Zapatero non assisterà alla messa. Incredibile deriva laicista!)

 

Postato da Azioneparallela | 00:25 | commenti (7)

07/07/2006
Le stelle del calcio

Nonostante le molte critiche ricevute dicano il contrario, ho già dedicato due post ai mondiali di calcio (questo e questo). Certo, non ho detto la mia sull'attacco della nazionale, su chi sia il miglior giocatore del campionato, sul comportamento del pubblico, sull'età di Zidane, sull'eliminazione del Brasile, sull'espulsione di Materazzi, sul golazo di Grosso, sulla panchina di Inzaghi, sulla sterilità del calcio portoghese, sugli allenamenti a porte chiuse o a porte aperte, sulle scelte di Lippi, su quelle di Domenech, sugli amori di Eriksson, sui guadagni dei calciatori, sul livello degli arbitraggi, su Blatter, su Bechenbauer e Platini che non mancano mai di dire la loro, su Marco Mazzochi e l'allegra compagnia che intrattiene, su Gigirriva, sui festeggiamenti per le strade, sul costo dei biglietti, sull'organizzazione, sulle precedenti partite dell'Italia, sulla cabala i numeri e tutto quanto non significa nulla però riempie i commenti. Su tutto questo non ho detto nulla, però ora con questo post ho rimediato: e si capisce cosa ne penso.

Ma siccome non vi basta mai, eccovi un contributo intelligente alla comprensione del gioco del calcio:

"Tutti i grandi giochi dell'uomo si fanno con la palla...La palla è quel che, nella vita, sfugge di più alle leggi della vita. E' la cosa più inutile di tutte e gode sulla Terra dell'extraterritorialità di un corpo celeste provvisoriamente acclimatatosi.... satellite leggero del pianeta, alle cui leggi obbedisce senza zelo e con deroghe folgoranti...Il calcio deve la sua popolarità al fatto che ha saputo dare alla palla il massimo del suo effetto...Se le mani sono state eliminate dal gioco è perché con il loro intervento la palla cesserebbe di essere palla. Le mani sono trucchi, date unicamente ad animali che ricorrono ai trucchi: gli uomini e le scimmie. La palla non ammette trucchi, ma solamente effetti stellari" Jean Girardoux (via assouline)

Postato da Azioneparallela | 15:50 | commenti (2)

Un altro mondo è possibile? Certo, c'è stato.

"Un esempio eccezionale della cooperazione religiosa fu la moschea di Cordoba, che il venerdì veniva usata dai predicatori musulmani, il sabato dalla comunità ebraica, e la domenica dai cristiani".

(Non che non si sapesse della Spagna musulmana, però è vero: non lo si sa abbastanza.  E poi sta il fatto che a ricordarlo qui è Ramin Jahanbegloo, che è per me una bella scoperta. Purtroppo tardiva: Jahanbegloo è stato arrestato dalle autorità iraniane. La sua vicenda è costantemente seguita su questo weblog. In Italia, un appello per la sua liberazione è stato lanciato dalla rivista Reset. Il testo da cui è tratta la citazione - e da cui è tratta quest'altra: "La questione rilevante non concerne cosa dovremmo credere, ma cosa dovremmo fare delle nostre fedi" - merita di essere letto per intero. Grazie a Giacomo Coccolini)

Postato da Azioneparallela | 10:16 | commenti (3)





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