Babele
Babele
 
30/06/2006
State bene

Tutta Italia aspetta la partita di stasera. Io spero di fare in tempo per il saggio perché ora vado in ospedale a fare un bell'elettrocardiogramma. Ma pensa te.

Postato da Azioneparallela | 18:45 | commenti (7)

Guerra giusta

Si discute in Parlamento di Afghanistan. Io vi segnalo un lucido articolo su Libération di Noam Chomsky, critico nei confornti della tesi di Michael Walzer secondo la quale la guerra in Afghanistan è stata "il trionfo della teoria della guerra giusta". Pongo poi una domanda:

coloro i quali criticano il concetto di 'guerra giusta' e considerano che la guerra in Afghanistan sia stata semplicemente una guerra illegittima, come pensano di criticare guerre legittime che considerino però ingiuste? Oppure ritengono molto ottimisticamente che che il diritto internazionale sia completamente eticizzato, sicché il caso non si può dare?

Postato da Azioneparallela | 17:05 | commenti (3)

Inchiostro

"Il mio pensiero si rapporta alla teologia al modo della carta assorbente rispetto all'inchiostro. Ne è completamente imbevuto. Se dipendesse però dalla carta assorbente, non resterebbe nulla di ciò che è scritto" (W. Benjamin). Malvino attira strali di ogni genere, quando mette post come questi (no: come questi). E invece, se bisogna muovergli una critica, è che, non essendo come la carta assorbente, lascia troppe tracce d'inchiostro. Parlo di ciò che mi riguarda. Per una filosofia che non è alquanto empirista e scettica, ma imbevuta di metafisica, lui ha molti sospetti, e non vede quando vuole essere come la carta assorbente.

P.S.  Avevo postato da una postazione di fortuna. Non che adesso il post sia più chiaro, perciò aggiungo dell'altro. Bisogna che il credente abbia un profilo antropologico: è pur sempre un uomo. Dopodiché? Neanche se mi dimostrassero che è un profilo psico-patologico avrei risolto granché. Dio si rivela agli umili, agli stolti, perché non ai malati? Insomma, dimmi in cosa credi e ti dirò chi sei: dopodiché?

(Per cancellare i teologumeni, la filosofia - per come la pratico io - se ne deve lasciare imbibire. Che è come dire: non ha il problema di svalutare la vita religiosa, riducendola a questo o a quello con un'operazione di cui non si vede la fine, ma quello di potenziare la vita filosofica).

Postato da Azioneparallela | 12:53 | commenti (1)

29/06/2006
Settimana santa

Nato ai bordi di periferia - come cantava, in rappresentanza della mia generazione (credo) Eros Ramazzotti - ho avuto la fortuna di non trascorrere neppure un'ora della mia vita in palestra. Negli anni in cui fioriva il body building, e a Salerno spopolava Tony Regalino, io ho continuato ostinatamente a giocare da mane a sera per strada: a t' foc e t' lisc', a pallone, in bicicletta. (Guardie e ladri in bicicletta era lo sport estremo). La mia indole filosofica, critica di ogni ideologia, si manifestava nel rifiuto pregiudiziale del tempo pieno e di qualunque attività parascolastica oltre l'orario obbligatorio di lezione. Refrattario all'idea di andare in un luogo ad un'ora determinata per rimanervi per un tempo determinato, ho resistito tra gli scout meno di tre mesi (non così due dei miei tre fratelli), e non ho fatto neanche un'ora di pianoforte (non così i miei tre fratelli). Ho rifiutato il viaggio d'istruzione in Inghilterra, preferendo l'acquisto della bici da corsa. Sono venuto su bene.

Con queste premesse, posso riaprire il sondaggio sul miglior aggettivo per la signorina istruttrice che ha fissato per domani sera alle ore 21.00 il saggio di fine anno per mia figlia (5 anni e mezzo), e nel corso di quest'ultima settimana, per le prove, ha imposto i seguenti orari: Domenica 16-18.30; Lunedì 15.30-18-30, Martedì 16-18-30, Mercoledì 16-20.30 Giovedì (oggi) 16-20.30 Venerdì mattina 10-13.30; Venerdì pomeriggio 19-21.

Costo del tutù: 76 EURO. Non so quante mamme leggano il mio blog, ma affido questo muto grido di protesta alla blogosfera, e prego per la loro redenzione.

Postato da Azioneparallela | 17:04 | commenti (7)

Ma che musica, maestro!

Che fosse un Papa conservatore si sapeva, ma lo si è capito meglio quando si è passati alla musica: stacchiamo la spina alle chitarre e torniamo al canto gregoriano, è la sua direttiva. È possibile modernizzare la musica ma sempre nell’orizzonte del canto gregoriano e della musica polifonica sacra (ho trovato sul Guardian la notizia).
Passo ad altro. In questa bella pagina della benemerita radiotelevisione svizzera di lingua italiana, c’è Davide Sparti che parla di improvvisazione jazz, Lavagetto di critica musicale, Givone di musica romantica, e Carlo Sini.
Il quale Sini, a proposito di interpretazione musicale e presunte  ricostruzioni filologiche, a proposito di quelli che vorrebbero eseguire una sonata di Beethoven come si eseguiva al suo tempo, e con gli stessi strumenti, oltre a trovare un simile proposito magari apprezzabile magari suggestivo ma comunque ingannevole, semplicemente perché impossibile - il quale Sini domanda: "ma lei è sicuro che Beethoven se avesse avuto in mano i pianoforti di oggi non avrebbe detto 'che bello che meraviglia', lasciamo perdere quelli che suonavo fino a qui? [...] Ben venga tutto il nuovo" (intorno al nono minuto e trenta).
P.S. Solo ora vedo il lungo post di Malvino sull'argomento

Postato da Azioneparallela | 11:10 | commenti (9)

28/06/2006
Tortura

Alain Dershovitz, sul Riformista di ieri, comincia così:
"In diverse risposte ai miei articoli su Guantanamo, si è affermato che io sosterrei la tortura per i sospettati di terrorismo. Si tratta di una favola messa in giro dai miei nemici".
E finisce così:
"La mia proposta di un'autorizzazione alla tortura è certamente controversa e vi sono buone argomentazioni a sostegno della tesi opposta. Il problema andrebbe discusso nel merito, ma nessuna persona onesta può accusarmi di sostenere la tortura".
Dal che si capisce che Dershowitz ritiene che sostenere la tortura non è semplicemente autorizzare l'uso della tortura, ma...ma cosa? Forse sostiene la tortura chi sostiene che bisogna torturare indipendentemente da ogni preventiva autorizzazione (e Dershovitz non sostiene questo)? In ogni caso, Dershovitz propone di autorizzare la tortura (ovvero: l'uso di mezzi straordinari ma non letali [e perché poi non letali?, perché questa limitazione?]) in modo che nessuno possa accampare scuse se tortura oltre il mandato per il quale è autorizzato.
Tuttavia anche senza l'autorizzazione a torturare il mandato c'è, ed è di non torturare. Il che significa semplicemente che chi tortura non può accampare scuse. Dershovitz si limita dunque a spostare (e di molto) i limiti. Ora, è vero che può essere una filosofia convincente legalizzare quel che la proibizione non fa che aumentare. Dershovitz però dovrebbe dimostrare che questo è il caso. Dimostrare non che autorizzando la tortura non consento che accampino più scuse quelli che torturano oltre i limiti dell'autorizzazione, ma che autorizzando la tortura essa diminuisce. Nel suo ragionamento non c'è traccia alcuna di questa dimostrazione (che si vorrebbe molto accurata, visto quel che se ne farebbe!).
Mi prendo allora la libertà di concludere così, che chi propone di legalizzare la tortura, senza addurre la richiesta dimostrazione che in questo modo la tortura diminuirebbe, è, puramente e semplicemente un sostenitore della tortura. Lotta non perché la tortura scompaia ma perché non sia più giustificata, e per far questo comincia con il giustificarla almeno un po'.
P.S. Se si dimostrasse che la tortura diminuirebbe in caso di sua autorizzazione, autorizzarla significherebbe comunque accettare che si torturino alcuni (pochi), perché molti altri non siano torturati. In poche parole: la logica del capro espiatorio. A me, tutavia, riesce difficile immaginare che uno  Stato il quale mettesse a giorno di fondarsi sul sacrificio espiatorio di qualche capretto torturato vedrebbe diminuire nel suo seno il tasso di violenza e di tortura.

Postato da Azioneparallela | 00:47 | commenti (4)

27/06/2006
Galli, Bettini, Pasolini

Ieri Galli della Loggia, sul Corriere, è tornato, via Pasolini, sul decesso del cattocomunismo. Quel che penso al riguardo l'avevo postato qui, e suona così: decidetevi, agli ex- o post-comunisti non potete rimproverare di non essere al passo coi tempi e insieme di esserlo troppo. Non potete fare loro ogni giorno l'esame di cultura liberale, e poi rimproverarli per non aver mantenuto un punto di vista radicalmente critico sulla società liberal-democratica moderna. (Quel che pensa invece ffdes, dal lato catto-, sta qui).

Ma c'è un passaggio dell'intervista a Goffredo Bettini sul Riformista di oggi che vorrei segnalare: Pasolini aveva visto giusto, perché il neo-capitalismo "non si accontenta di vendere ciò che produce, ma trasforma i consumatori, li crea a sua immagine e somiglianza". Al di là dell'iperbole teologica, domanderei: ma perché, il vetero-capitalismo si accontentava di vendere? Era così rispettoso dell'anima del consumatore come Bettini lascia intendere?

Non voglio tediarvi: quel che mi domando è perché resiste ed è così tenace quella forma di pensiero che si può schematizzare così: fino a ieri...ma ora... Ma 'ora' cosa? Da che mondo è mondo, da quando l'uomo è uomo, nessun mezzo è semplicemente un mezzo, e nessuna forma è una mera forma: non c'è bisogno di aspettare il neocapitalismo per vedere trasformazioni tanto radicali.

(E anche sulla storia dell'omologazione bisogna intendersi. Poiché nessuno protesta perché oggi tutti o quasi in Italia sanno scrivere e far di conto: è omologazione pure questa? E che io sia più uguale al mio vicino di casa, omologo del mio collega di lavoro più di quanto un impiegato lo fosse negli anni trenta con il suo vicino o con il suo collega di lavoro attende adeguata dimostrazione)

Postato da Azioneparallela | 11:20 | commenti

Il nichilismo del calcio

Più guardi, meno c'è da vedere. Il calcio potrebbe essere giocato anche senza palla: pochi noterebbero la differenza. IE' il gioco ideale in un mondo postmoderno, espressione del nichilismo ormai prevalente in molte culture. In una partita non succede quasi nulla. Una vittoria per 2-0 ha dimensioni epiche, da guerra punica. Il goal mancato (roba che si verifica ogni mezz'ora) mette i tifosi in preda ad attacchi parossistici.

Il calcio: giovani che per lo più corrono senza uno scopo, metafora della mancanza di senso della vita. Solo un paese che soccombe al nichilismo può appassionarsi a uno sport simile, non l'America.

E non può appassionarsi l'America anche perché è uno sport contro natura. In cosa gli uomini si differenziano dagli altri animali? Per la testa e per le mani. In quasi tutti gli altri sport, la testa ha una adeguata protezione. Nel calcio, al contrario, la testa impatta deliberatamente la palla, ed è proibito l'uso delle mani.

Cannon & Lessner su The Weekly Standard, nel commentare USA-Italy

Postato da Azioneparallela | 08:15 | commenti (5)

26/06/2006
Sondaggio con caduta di stile

E comunque il mondo deve sapere che venerdì prossimo, alle ore 21.00, mentre l'Italia gioca i quarti, vestita da topolino Renata fa il suo primo saggio di danza di fine anno. Alle ore 21.00.
I lettori di sesso maschile di questo blog scelgano nei commenti l 'aggettivo migliore per la signorina Loredana, l'istruttrice.

Postato da Azioneparallela | 19:32 | commenti (9)

25/06/2006
Un, due, tre

Perché sentiate il dovere civico di votare, Left Wing è uscito di domenica. Io ho scritto con sommo divertimento su Sartori e la democrazia degli esperti. Sullo stesso argomento, in verità, un po' più di duemila anni fa aveva detto la sua Protagora. Del sottoscritto c'è pure una lettera dedicata a Ernesto Galli della Loggia, che per non affaticarvi troppo vi riporto qui:

Cara Left Wing – Ho letto il fondo che Galli della Loggia ha dedicato al decesso del cattocomunismo (Corriere, 18 giugno 2006), nonché l’articolo che la Terza pagina di Left Wing ha dedicato al fondo di Galli della Loggia la settimana scorsa, ma c’è una cosa che non ho capito. Come mai adesso che, a detta dell’editorialista, i postcomunisti conoscono finalmente, anche loro, la svolta liberale (liberista, addirittura), l’illustre storico si fa venire una nostalgica lacrimuccia per il rustico comunismo che faceva il pieno di valori premoderni insieme al cattolicesimo, e invece di rallegarsi di una sinistra tutta moderna, trova che è soltanto conformista, mentre dei cattolici non dice che restano al di qua del guado della modernità, ma che sono impegnati nella nobile battaglia di una minoranza? Ma come capperi li vuole i postcomunisti, Ernesto Galli della Loggia?

Postato da Azioneparallela | 20:57 | commenti

Il nemico del pensiero

 "The particular architecture of the blogosphere is the chief impediment to its becoming a place where new ideas can be deployed, tested, and developed. Take, for instance, the problem of comments". [Non v'azzardate a commentare]

"Blogs are not very different from newspapers: they present an idea and then move on, as quickly as possible, to the next idea. [...], as the newsreel in Citizen Kane reminds us, Time is On The March, and bloggers are under enormous pressure to march along with it" [E io che non ho aggiornato i feed rss].

"Blogs remain great for news: political, technological, artistic, whatever. And they provide a very rich environment in which news (or rather "news") can be tested and evaluated and revised [...]. But as vehicles for the development of ideas they are woefully deficient and will necessarily remain so unless they develop an architecture that is less bound by the demands of urgency". "The blogosphere is the friend of information but the enemy of thought".[la ragione sociale di questo blog ne esce a pezzi]

Alan Jacobs, su Christianity today

Postato da Azioneparallela | 09:24 | commenti (7)

24/06/2006
Secondo post

Premessa. (Che i tempi siano quelli che sono, lo dimostra il fatto che si rendono necessarie simili premesse). Per me, piazza Verdi è meglio sia pulita.
Ora, la domanda: c’è un punto di vista giudicando dal quale è un bene che piazza Verdi sia zozza? Può Michele Serra obiettare che i blogger sono alquanto ombelicali, che cambiano pochino oltre se stessi, che non sono ambiziosi ma pigri, ecc. e poi escludere che vi sia un punto di vista giudicando dal quale, eccetera? Secondo me, no. Secondo me, il primo riflesso di chi pensa (Michele Serra) che almeno prima a 19 anni si usciva di casa, si andava per il mondo, si provava a cambiarlo, si fondavano giornali, deve essere: e pazienza se si sporcavano i muri delle città (per non dire di peggio). Deve cioè essere: quel punto di vista ci può essere, era il nostro sogno e può continuare ad esserlo, ed è un peccato che oggi non sia nemmeno alle viste (anche se quel punto di vista comportava e comporta qualche muro sporco e qualcos’altro di peggio). Sicché, quanto a piazza Verdi, voglio prima sentire i ragazzi (e non: voglio prima la piazza pulita, e poi parliamo).
Però attenzione! ricordate la premessa! Io non dico affatto che a piazza Verdi ci sono le nuove leve della rivoluzione, o le nuove energie creative del domani. Dico che, se uno di piazza Verdi sa solo che si bivacca, non deve pensare per prima cosa a chi non può dormire causa bivacco, ma se il bivacco c’è per il sogno di qualcosa di più grande delle case tutt’attorno dove si vuol solo dormire.
Prima si bivaccava alla grande, e si sognava alla grande. Ora non si sogna, e si vogliono togliere i bivacchi. Siamo messi peggio? O credete di poter sognare senza bivaccare? Oppure a piazza Verdi e nei blog (ecco il punto) si bivacca senza sogni?
(Ma: e se non ci fosse più bisogno di sognare di prendere il potere per cambiare il mondo? E visto che poi non è andata così: se il mondo lo si cambiasse davvero – per quella parte che lo si può cambiare – solo se e quando si smettesse di sognare di cambiarlo? Si vuole prendere il potere e cambiare il mondo o si vuole solo sognare di cambiarlo? In effetti, quelli che volevano prendere il potere per cambiare il mondo, sono riusciti a fare in alcuni casi la prima cosa, ma mica la seconda. E se si giudica che almeno avevano il sogno, bisognerà chiedergli se in fin dei conti questo non sia se non il mondo che hanno sognato, forse quello che c'è ed è venuto fuori poiché - o mentre - essi hanno sognato ).

Postato da Azioneparallela | 02:52 | commenti (7)

Primo post

Ieri sera prima uscita pubblica (nel senso di: tra il pubblico) di Azioneparallela nella nuova versione pilifera più prossima a Foucault che a Marx, a Tracce d’inchiostro (andateci, se potete). Insieme a un amico che secondo me dorme sull’amaca per solidarietà, ho seguito l’incontro con Giovanna Zucconi e Michele Serra su Politica e mass media (lui era per lui, ma io ero per lei, e poi c’era un altro amico: di me e di lui, di lui il mio amico).
Riassumo brutalmente quel che s’è detto a proposito di televisione, carta stampata, media, comunicazione e quant’altro: 1. almeno prima; 2. siamo sempre gli stessi; 3. i blog? mah.
Dibattito. Sui punti 1.e 2. io faccio una domanda che faccio spesso, quando sento analisi su cultura, media e comunicazione: è un problema solo italiano? Voglio analisi comparative, voglio sapere che succede nella Repubblica ceca e pure in quella Slovacca. Poi, siccome M.S. (non G.Z., che anzi allude, misteriosamente per gli astanti, a un importantissimissimo blog salernitano) siccome aggiunge il punto 3 (finché i blog non saranno carne e strade e non incideranno sulla vita pubblica, resto scettico) mi avventuro in rapsodiche considerazioni sul cambiamento di significato dei termini pubblico/privato, sulla pubblicizzazione del privato e la privatizzazione del pubblico, sulle nuove formazione sociali in cui è mutata la funzione del sistema cultura, sulla compenetrazione fra sistemi d’azione e sistemi di comunicazione (tutte cose che non sono farina del mio sacco, ma si trovano qui). Niente. Michele Serra mi obietta: tutto quello che vuoi, ma il potere?
Già, come pensi di fare i conti col potere? Non sarai mica Mario Adinolfi, che ha una generazione alle spalle? (questo per la verità lo aggiungo io).
Finisce il dibattito. Chiacchiere mentre defluiamo. Io non voglio cambiare il mondo, dico, mi basta di non esserne cambiato. Il potere, causa capelli prendo una parola da Foucault: ma è una roba molto più diffusa e dubito che si possa prendere. Peraltro, credo pure che diminuisce ciò su cui il potere ha presa. Non so.
Poi si passa a De Luca e Cofferati. A piazza Verdi.
E qui segue un altro post.

Postato da Azioneparallela | 02:41 | commenti (5)

23/06/2006
Auguri e prescrizioni

- Pronto! –
(con voce concitata) - Pronto Giovanni, sono io! Prendi carta e penna! -.
- Pronto, ma chi è? –
(con voce ancora più concitata) - Sono io. Dài, sbrigati! –
- Ma io chi? –
- Dài, Giovanni muoviti che devo dare la traccia anche a Isabella -.
- La traccia a Isabella? Ma chi sei? Ma quale traccia? –
- Ma come quale traccia: la traccia del tema di domani, Giovanni! Ti vuoi muovere o no? –
- Ma io non so nulla!
- Ma... ma scusa: ma sei Giovanni Aldobrandi?
- No! Sono Giovanni Amato!
- Oh! Scusa... cioè, io... scusa... dovevo chiamare un amico... scusa... Ho sbagliato numero... ma tu ti rendi conto... adesso devo chiudere perché devo dare la traccia... cioè no... non ho detto nulla... scusa, ciao...
- Aspetta! -
 
Quando il Giovanni di turno diceva "aspetta!", era spacciato. Definitivamente. Mi rendo conto che lo scherzo era crudele crudelissimo, cattivo cattivissimo (si sa che da ragazzi siamo tutti un po’ cattivelli), ma aveva una sua elevata moralità. Si telefonava a un Giovanni che il giorno dopo doveva sostenere l’esame di maturità, fingendo però di cercarne un altro, di Giovanni. Dall’altra parte, la vittima dello scherzo, chiarito il finto equivoco, aveva la possibilità di salvarsi: salutare e chiudere. Ma non succedeva mai. Succedeva invece che chiedesse, dovendo fare pure lui l’esame (pure lui: come l’altro, inesistente Giovanni), chiedesse di avere comunque la traccia, anche se la telefonata e la traccia non erano destinate a lui. Noi (io e mio fratello, i carnefici) ci facevamo pregare un po’, chiedevamo di fare in fretta, di non farci perdere tempo, maledizione! e soprattutto di non divulgarla oltre (anche questo non succedeva mai), poi sparavamo le tracce più incredibili di temi d’italiano che siano mai state proposte a malcapitati studenti. Ricordo ancora una frase di Giovanni XXIII lunga quanto un’intera pagina, dettata a velocità supersonica e mangiandosi le parole mentre dall’altra parte lo sventurato scriveva furiosamente, chiedeva di ripetere e veniva insultato per il tempo che faceva perdere lui che non c'entrava nulla, e alla fine quello non sapeva se ringraziare, scusarsi o costernarsi per l’immane compito che gli si presentava l'indomani. Ricordo certe insensatezze oracolari oppure ispirate, e i temi che di Leopardi o di Manzoni prendevano sempre gli aspetti più sconosciuti, con l’obbligo espresso di non parlare praticamente di tutto quello che si studia a scuola.
Ne parlo adesso, per fare i miei migliori auguri ai ragazzi sotto esame e perché il reato è caduto in prescrizione. (E speriamo che non passi di qua qualche vittima dell'antico scherzo)

Postato da Azioneparallela | 09:06 | commenti (7)

Cosa dite: apriamo una Guantanamo anche da noi?

Christian Rocca dice che non si può chiudere Guantanamo "senza suggerire un'alternativa allo status legale di quei particolari prigionieri” che vi sono rinchiusi . La sua opinione è servita dalla lama di una affilatissima ironia: “Che cosa facciamo con i terroristi? Giusti processi con più garanzie che a Moggi, come ai tempi di Clinton e con i risultati ben noti dell’11 settembre?”. Il lettore sorride ed apprezza: è mai possibile trattare Moggi peggio dei terroristi? (Moggi tuttavia non è ancora finito in galera, né per fortuna ci finirà) Poi però uno va oltre l’ironia e si chiede: e perché non giusti processi per i terroristi? Ironia per ironia: Christian Rocca vuole forse ingiusti processi per i terroristi? O non ne vuole affatto, per passare direttamente alle vie di fatto? Ma no, che diamine! È solo che le garanzie possono essere modulate a seconda delle esigenze di sicurezza dello Stato. Lo Stato è in pericolo, le esigenze aumentano, si fa qualche processo un po’ meno giusto, qualche detenzione un po’ speciale.
In un simile ragionamento, si riconosce la tempra inossidable del pensare franco, quello che comincia sempre con un: poche storie!
Christian Rocca dà l’idea, in questo, di pensarla proprio come il Direttore. Voi state a sottilizzare sul pericolo del terrorismo islamico: poche storie! Voi intavolate trattative? Poche storie! Voi confidate nell’ONU e nel diritto internazionale: Poche storie! Voi...poche storie!
Tutto giusto.
Però al contempo Christian Rocca vuole essere anche di sinistra, liberale e democratico: tutto insieme. Gli domando: è di sinistra, è liberale, è democratico pensare che alle esigenze della sicurezza dello Stato debbano essere sacrificati diritti e garanzie? Secondo me non proprio. (Secondo me non proprio, ma io sono uno di quelli che pensa che non si ha sempre necessariamente ragione, stando a sinistra oppure a destra: si può essere di sinistra ed avere torto, e per esempio non avere il senso del pericolo incombente. Oppure si può essere di destra ed avere torto, e ingigantire senza motivo il pericolo incombente. Lo so che quest’idea non è strettamente compatibile con la militanza politico-ideologica, e infatti milito pochino). Secondo me non proprio, dicevo, ma può darsi.
Perciò domando allora: posto che sia di sinistra sacrificare diritti e garanzie in nome della sicurezza dello Stato, vede Christian Rocca che diviene prioritario (per un liberale, per un democratico, per uno di sinistra)avere ogni garanzia circa il modo in cui si decide qual è il pericolo per la sicurezza dello Stato e quale l'entità? Per ogni parola spesa sulla necessità di sacrificare qualche diritto e garanzia in nome della sicurezza e dello Stato, chi è di sinistra, liberale e democratico dovrebbe spenderne dieci per gettare luce sul modo in cui si determina il livello del pericolo per la sicurezza dello Stato? E proprio per questo, chi è di sinistra, liberale e democratico non dovrebbe precipitarsi a chiudere Guantanamo, ogni qual volta incappasse in una bugia nei discorsi a cui si affida la formazione della pubblica opinione e percezione di quale sia il livello del pericolo? (E sì che di bugie od omissioni se ne sono dette!). E non vede che in tanto si può spendere quell’unica parola, in quanto cento se ne spendono per dire (e dire prima) cosa però sarebbe comunque intollerabile che accadesse a Guantanamo o altrove? Se la sicurezza dello Stato è in pericolo, Christian Rocca (ad esempio) torturerebbe, o approverebbe la tortura? Il suo ragionamento si ripresenta: perché no (ricordate: poche storie...)? Chi decide dove si raggiunge il limite?
Ma poi, a leggere ancora meglio quelle parole, si capisce che per Christian Rocca una Guantanamo prima dell’11 settembre avrebbe potuto addirittura evitare l’attacco alle Twin Towers (“i risultati ben noti dell11 settembre”, scrive). Allora gli domando: siccome l’Italia è - come altri paesi europei - sotto pericolo di attacco terroristico, siccome io voglio evitare una cosa come le Twin Towers in Italia, devo auspicare una bella Guantanamo anche qui, così mi sento più sicuro? Ragazzi: poche storie, è in gioco la sicurezza dello Stato. Vogliamo forse aspettare “i risultati ben noti” prima di costruire un campo come quello di Guantanamo? Uno, e perché non dieci campi?

Postato da Azioneparallela | 01:10 | commenti (7)

22/06/2006
Chi la fa l'aspetti

Ma in forza di cosa un embrione, un preembrione, un ootide, le tre cose insieme, quello che volete voi, sono già un uomo? In forza del DNA. Al tempo dei referendum sulla legge 40, ce l'hanno spiegato in tutte le salse: c'è il DNA, c'è l'uomo. (Mons. Sgreccia, che Dio lo perdoni, scriveva che il vero galileiano, attento alle risultanze scientifiche, era lui).

Oggi l'editoriale di Avvenire di Roberto Colombo ("La tedenza a ridurre l'umano dell'uomo": ma va!?) manifesta la preoccupazione della filosofia e della teologia che questa nuova antropologia scientifica riduca la natura dell'uomo al suo DNA. Chi la fa l'aspetti, mi verrebbe voglia di dire.

(Pregando poi l'illustre editorialista di non confondere la difesa della filosofia e quella del Comitato Scienza e Vita, di Monsignore Elio Sgreccia, e delle pastorali ecclesiastiche).

Postato da Azioneparallela | 11:45 | commenti (3)

Tra gli scarti e il rumore

“Ho sete, e ho davanti a me una Sprite e una Pepsi. Ci penso un attimo, allungo la mano e prendo la Pepsi. A che punto ho scelto? Mi pare: in un qualche istante tra il problema di decisione che mi sono posto e il gesto di prendere la Pepsi e lasciare la Sprite nel frigo.
Chiama questo istante "t". Che è successo nell'istante "t"? Direi: si e' verificato una certo evento fisico x nel mio cervello. Perché non dovrei dire che l'evento è x la mia scelta? Che *cosa* è la mia scelta, senno'?”
 
Non c’è nulla di sbagliato in questo purtroppo anonimo commento (a questo post). In generale, il punto di vista filosofico non consiste nel correggere risultanze scientifiche, e lo scienziato neuroeconomico che così procedesse non commetterebbe alcun errore.
Tuttavia faccio osservare che per concludere senz’altro al modo in cui si conclude, occorre:
1. selezionare ciò che s’intende per scelta prima di verificare quale sia l’evento fisico che accade nel cervello; 2. delimitare per bene, come in una scatola, il lotto di cose ed eventi su cui verificare cosa accade quando si sceglie; 3. presupporre che se in un dato tempo ‘t’ io so tutto quello che accade, allora so anche il senso di quello che accade.
(Faccio osservare pure che chi obiettasse a questi tre punti che d’accordo, però se si vuole capire qualcosa di come funziona il cervello allora si deve procedere così, trascurerebbe la mia premessa: io non dico che lo scienziato non deve procedere così se vuole ottenere risultati, prevedere il comportamento dei consumatori di Pepsi o non so quale altro risultato pratico ed effettivo. Dico invece che la filosofia si occupa piuttosto del senso di un simile procedimento, e pretende che una simile questione non sia affatto risolta quando si producano tutti i risultati di questo mondo).
Vediamo, brevemente:
1. Ciò che intendo che sia scegliere non è irrilevante. Che ‘scegliere’ non sia soltanto una cosa come prendere la Pepsi (al punto che qualcuno potrebbe ritenere che quella non è una vera scelta, o che non ha nulla di paragonabile a scegliere la propria compagna di vita) non indica solo che il concetto è equivoco, ma che la cosa è equivoca, e che ai fini del suo controllo sperimentale (scientia est potentia)viene ridotta e semplificata con Pepsi e Sprite. Non basta nemmeno che si metta in premessa: “a condizione, beninteso, di intendersi previamente su ciò che chiamiamo scelta”, poiché il problema filosofico riguarda proprio il modo in cui si costituisce (a volte: si precostituisce) e questa condizione e l’oggetto che ne risulta condizionato.
2. L’oggetto sottoposto a controllo scientifico deve essere messo al riparo da ogni genere di elementi di disturbo. Se scelgo tra Pepsi e Sprite, e mia sorella, mentre allungo il braccio, grida ‘la Pepsi è mia!’, l’esperimento va a carte quarantotto. Mia sorella deve stare zitta, mentre io scelgo. Questa condizione di isolamento, puntuale e locale, della scelta, non è la condizione in cui avviene la scelta. Mia sorella non sta mai zitta. Ciò che è attorno non sta mai fermo, il passato non è pari a zero. Ancora una volta, azzerare tutto ciò che non è il braccio che s’allunga verso la Pepsi si può fare, come s’è sempre fatto: di considerare trascurabili rumori, attriti, e quant’altro. Ma se in filosofia si sostiene che l’uomo è l’ente che vive in mezzo al rumore, la scelta di cui parla lo scienziato neuroeconomico non è una scelta umana, oppure il mondo che la scienza descrive e magari qualcuno paventa che costruisca (posto che faccia solo questo, il che non è) non è un mondo umano.
3. Questa osservazione è più radicale. Mi è difficile spiegarmi in poche parole. Direi: comunque stiano le cose, vi è per principio un margine tra le cose come stanno (posto che le cose stiano, il che è inverificabile, poiché è la premessa di ogni verificazione) e come debbano essere prese. Non c’è cosa che io non possa prendere come questo o come quello. (Prego chi non fosse d’accordo e contestasse il principio di avere pazienza, perché qui non ne fornirò alcuna dimostrazione). Tra ciò che accade quando scelgo e ‘la scelta’ vi è una differenza, e scegliere di considerarla indifferente o nulla è, appunto, una scelta. Questo non significa che la scelta sia un’altra cosa, e neppure che sia oltre tutto quello che accade. In particolare: non significa che è un fatto spirituale. Concludere così è, per mio conto, cattiva filosofia. Mettere una cosa (fosse pure uno spirito) dove non ci può stare una cosa solo perché le altre cose non bastano, è cattiva filosofia. Ma con ciò quello scarto, quel gioco fra la cosa e il suo senso di cosa non è mica tolto. Quando quello scarto non lo vedi, e pensi che quel che accade nell’evento ‘t’ è la scelta, quando pensi che sta scritto chiaro e tondo in ciò che accade che quella è una scelta, non è che lo scarto non ci sia, è che non te ne avvedi. Che qualcosa o qualcuno l’ha colmato per te, e a te viene naturale di pensare così.
La filosofia è ciò che mette scarti tra le cose e il loro senso.

Postato da Azioneparallela | 11:05 | commenti

21/06/2006
Incredibbile

La cosa è andata così, che alla presentazione del volume in onore di Vincenzo Vitiello, per i suoi 70 anni, sono mancati entrambi i relatori, Biagio De Giovanni e Gianni Vattimo. E sono mancati (per motivi di salute, in un caso seri) non qualche giorno prima, ma qualche ora prima. Nervosismo e sconcerto. Cosa si fa, cosa non si fa. Enrica Lisciani Petrini e Francoesco Tomatis, che di fatto hanno curato il volume, avevano già in animo di intervenire, avevano qualche appunto e così è toccato loro di presentare il volume e dire della loro esperienza di allievi e amici di Vtiello. Ma hanno poi insistito perché la generazione successiva degli allievi di Vitiello intervenisse, per tappare il buco. Intervenisse così: senza aver preparato nulla, senza appunti, senza preavviso.

E non finisce qui. Perché la altre volte benemerita Radio Radicale, probabilmente stuzzicata dalla presenza prevista di Vattimo e De Giovanni, ha messo i microfoni e registrato il tutto. Così, se volete sentire cosa ha dovuto dire il sottoscritto all'impronta, ma a imperitura memoria, potete attingere a questa indegna pagina dell'archivio di Radio Radicale. (E c'è pure un tremebondo Walter!).

 

Postato da Azioneparallela | 08:41 | commenti (4)

20/06/2006
L'uomo, proprio l'uomo, per pura ingratitudine, per pura sceneggiata, vi farà una porcheria

Oggi è giornata. Malvino mette qualche giorno fa un post in cui mi fa scrollare testa braccio e spalla dinanzi alla lista dei "geni che guiderebbero i nostri orientamenti" di cui ha dato notizia Repubblica. (No, non si tratta di Kant o Hegel).Ma il Magazine del Corriere aveva fatto di più. Aveva ntervistato Camillo Padoa Schioppa, ricercatore della Harvard Medical School (mica sorbole!) che frequenta nei laboratori "territori ai confini tra psicologia cognitiva, neurobiologia e teoria economica". Come sia fatto un simile confine, non so. Ma fa nulla.

Dal giovane Padoa Schioppa apprendo che è stata individuata l'area nella corteccia orbitofrontale dove facciamo le nostre scelte [l'area, le scelte: NdB]. Il ricercatore ha studiato le scimmie e concluso che "il processo di scelta prevede due tappe: prima si assegna un valore alle singole opzioni e poi si confrontano questi valori e si prende una decisione" (Due tappe: non ridete. Sono studi serissimi e condotti su basi sperimentali). Poi la sua équipe ha messo gli elettrodi, per vedere "le cellule nervose che si accendono e si spengono a seconda del valore associato all'offerta". E cosa hanno trovato? Hanno trovato che per esempio "l'attività di uno specifico neurone risulta bassa quando la scimmia beve una goccia di mela oppure tre gocce d'acqua, è due volte più alta se la scimmia prende due gocce di mela o sei gocce d'acqua". Insomma: il neurone sa far di conto, quando soppesa e valuta. Giù il cappello.

Passiamo agli uomini. "Le evidenze scientifiche ci aiutano a comprendere come i soggetti economici si comportano, con implicazioni importantissime". Tenetevi forte. "Una fra tutte: come rispondere a chi suggerisce un intervento dello Stato nelle scelte economiche individuali? L'evidenza [l'evidenza, NdB] sugerisce [l'evidenza suggerisce, NdB] che gli uomini sono guidati in primo luogo da un grande desiderio di libertà, e credo [credo: qui crede solo] che tale desiderio vada  rispettato".

Ora è Mario Iacoboni, dell'Ucla di Los Angeles, che parla: "Uno dei meccanismi più importanti è l'imitazione, che abbiamo studiato molto. I dati mostrano, per esempio, che alcuni pezzi musicali piacciono di più se si sa che piacciono ad altra gente". Ma va? Incredibile! Meno male che i dati lo dimostrano.

Poi viene il punto: "I dati neuronali potrebbero facilitare l'efficacia di campagne commerciali ed elettorali". Se so quali spot fanno accendere l'ambaradan dei neuroni, è fatta: altro che Mannheimer, Piepoli e compagnia cantante. "I giornali già parlano di neuroni dello shopping". Allora il giornalista domanda: "Sorgeranno fabbriche di consenso studiate in laboratorio?". Risposta:

"Decisamente no. In un certo senso, il neuromarketing fa il contrario della persuasione. Persuadere vuol dire modificare i processi cerebrali, noi invece non modifichiamo l'attività cerebrale dei soggetti [grazie! grazie!]: otteniamo [opppure: estorciamo?, NdB] dati che raccontano cosa la gente pensa e desidera veramente". Se Iacoboni avesse una minima idea di cosa significa quell'avverbio: veramente...

Ma dopo essermi letto tutto l'articolo, scopro in conclusione (com'è umano, questo riceratore: così la scienza non mi farà paura) che le decisioni complesse su faccende grandi e importanti, tipo chi votare [ma sopra non aveva parlato di efficacia di campagne elettorali?, NdB] "non sono prese da un processo esplicito, consapevole da un calcolo". Però attenzione: "Sono il frutto di un processo inconscio, anche se perfettamente razionale, che richiede la considerazione di fattori complessi". Se iacoboni avesse una minima idea di cosa significa perfettamente razionale. Se Iacoboni si domandasse quale metafisica gli occorre per supporre che tutto ciò che non è calcolabile può essere messo in forma di calcolo.

Gli dedico un po' di memorie dal sottosuolo:

"Solo allora inizieranno nuovi rapporti economici, già del tutto pronti e calcolati con esattezza matematica [...]. Allora sarà costruito il palazzo di cristallo. Allora... ". Beh [...] non si può garantire in nessun modo che allora, per esempio, non sarà una noia mortale (perché cosa c'è da fare, quando tutto sarà calcolato secondo una tavola), in compenso sarà tutto estremamente sensato. Certo, cosa non ti inventi quando ti annoi! Perché per la noia si possono anche conficcare spille, e sarebbe ancora niente. Il brutto è che, dio non voglia, magari allora si proverà gioia anche per quelle spille d'oro. Perché l'uomo è stupido, signori, stupido in modo fenomenale [...] Io per esempio non mi meraviglierò affatto se all'improvviso, senza motivo alcuno, in mezzo alla futura sensatezza generale sorgerà un qualche gentleman dall'aspetto poco nobile, o, per meglio dire, retrogado e buffo, si pianterà le mani sui fianchi e dirà a tutti noi: allora, signori, non è meglio dare un bel calcione a tutta questa sensatezza, che vada a rotoli, unicamente con lo scopo che tutti questi logaritmi se ne vadano al diavolo []. Da dove l'hanno preso tutti quei saggi che l'uomo deve avere una volontà normale, sensata?

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L'inflatone

"La scoperta di Guth fu subito riconosciuta come fondamentale, e da allora è diventata un punto fermo della ricerca cosmologica. Notiamo però un paio di fatti. In primo luogo, nel modello standard del bing bang si suppone che l'esplosione sia avventa al tempo zero, e che sia dunque una vera e propria creazione dell'universo. Nella cosmologia inflazionaria, invece, il botto avviene quando le condizioni sono appropriate, cioè quando l'inflatone ha la giusta energia, proprio come un candelotto di dinamite esplode solo se accendiamo la miccia; questo momento può benissimo non coincidere con la 'creazione'. Ecco perché è bene pensare all'espansione inflazionaria come a un evento accaduto nell'universo dei primordi, non come all'unico evento che diede inizio a tutto [...]. Se la cosmologia inflazionaria è vera, in particolare, resta da capire perché sia esistito un inflatone, perché la sua energia potenziale fosse proprio della forma giusta, perché ci fossero un tempo e uno spazio in cuiitutto ciò stava accadendo. Per riprendere la celebre domanda di Leibniz, ancora non sappiamo perché c'è qualcosa al posto del nulla" (B. Greene, La trama del cosmo. Spazio, tempo, realtà, Einaudi 2006, p. 338).

Quando leggo un passo come questo mi viene voglia di chiudere il libro. Spero che Greene si lasci andare a simili considerazioni per far capire a me qualcosa dell'inflatone (il campo di Higgs responsabile del gran botto iniziale dell'universo), però quel che capisco è che si lascia andare un po' troppo. E poi mi domando: ma come? Tu hai per le mani un'inflatone, che se mai può servire concettualmente a qualcosa è per sbarazzarsi della celebre domanda di Leibniz, e invece ti lamenti che con l'inflatone non hai ancora risposta a quella domanda?

 

Postato da Azioneparallela | 10:34 | commenti (21)

19/06/2006
Meteore appaiono nel cielo del giornalismo italiano

"Comunque sia, era davvero bello l’arcobaleno improvvisamente apparsomi dinanzi, multicolore velo della dea Iride, patto dell’alleanza tra dio e gli uomini, mito, favola, immaginario che nessuna formula newtoniana riuscirà a laicizzare".
 
Dopo il filo d’erba che secondo Kant nessun Newton potrà spiegare, l’arcobaleno di Angiolo Bandinelli.
Che torna sul luogo del delitto, Il Foglio, con un articolo molto ispirato. Poiché in esso si tratta di ciò che la cruda razionalità scientifica non potrà mai estinguere, non è giusto che io trascuri gli aspetti propriamente lirici dell’articolo: Bandinelli nell’Umbria verde che d’improvviso vede un luccicante arcobaleno e non gli sovviene l’eterno, ma quasi.
 
Però quel che sta a cuore a Bandinelli, è questo:
“Quest’idea della scienza o della tecnica che avanzano schiacciando e distruggendo l’immaginario, il sacro, “la” o “le” fedi, viene egualmente condivisa da laicisti (gongolanti) e da teologi (deprecanti). E’ però una idea inconsistente. La tesi - implicita nel ragionamento - della linearità del processo (non direi mai del “progresso”) storico non regge. Non regge più, ma è responsabile di una persistente ideologia, una nuova fede, quella laicista”.
 
Ora, io non credo affatto che l’avanzamento della scienza e della tecnica sottragga spazio alla fede o alle fedi: solo che non è questo il punto. Bandinelli - o chi per lui - può credere a quello che vuole, nessun avanzamento della scienza glielo impedirà. Specie se poi vuol pensare che ciò in cui crede – lui o chi per lui - è soprannaturale: come diavolo farà la scienza della natura a schiacciare e distruggere ciò che naturale non è? Però se Bandinelli mi trova qualcuno che nell’Umbria verde crede, al comparire dell’arcobaleno, che si tratta del "multicolore velo della dea Iride", lo segnali alla RAI, che lo facciamo intervistare in TV. Bandinelli fa della poesia, e lo ringrazio per questo, ma s’è accorto o no che ancora una volta con l’arcobaleno non sceglie il giusto esempio, perché è ben difficile trovare qualcuno che oggi creda nella dea Iride?
 
Ma nemmeno questo è il punto. Perché quando la dea Iride appariva nel cielo, non ci si credeva mica: la si vedeva. Il fatto è che la religione non è mica un certo numero di proposizioni che si tengono per vere (tipo: l’arcobaleno è la dea Iride), ma è un certo modo di stare al mondo, e in relazione a Dio. E la scienza e la tecnica – ma mica solo quelli – incidono eccome sul modo di stare al mondo, senza per questo aver bisogno di dimostrare che Dio non esiste, o che l’arcobaleno non è la dea Iride (che poi l’esempio dell’alato Bandinelli è sbagliato anche perché a me pare che forse non ancora del tutto il filo d’erba, ma l’arcobaleno è assai ben laicizzato, e il fatto che Bandinelli se ne bei esteticamente e lo contempli canticchiando grazioso, lungi dal’esserne la smentita, ne è la più splendida delle conferme).
 
Ma infine ecco il punto: cosa diavolo c’entra tutto questo con la “persistente ideologia”, con la “nuova fede laicista”? Cosa c’entra cioè con il punto ‘politico’ che a Bandinelli sembra stare a cuore? D’accordo, ancora una volta scrive sul Foglio, ma questa non mi sembra una buona ragione per inventarsi di sana pianta connessioni inesistenti. Io voglio i Pacs, ho votato sì ai referendum, ci tengo alla legge sull’interruzione di gravidanza, non mi riesce di capire come si siano potute mettere in Italia le cose con l’ora di religione nel modo in cui le si sono messe, non esulto quando il Papa parla nell’enciclica di eros e agape: sono laicista, per questo? Sono vittima di una persistente ideologia? Forse che per questo non mi rallegra l’arcobaleno in cielo, anche se il mio animo non vibra poetico come quello di Bandinelli?

Postato da Azioneparallela | 10:21 | commenti (17)

Il problema ermeneutico di chiunque

Vale (almeno per me) la dura legge: più cose hai da fare giorno dopo giorno, meno ti importa quel che accade nel mondo giorno dopo giorno. Così ho letto poco i giornali, e per l'articolo su Left Wing sono andato a pescare l'elezeviro di Raffaele La Capria sul common sense (il Corriere di martedì scorso; non online, credo), che s'intitolava: Corpo a corpo con l'astrazione.

Su Leftwing, leggerete uno scampolo di analisi fenomenologica, un ripasso del mito di Eco e Narciso, e qualche finale domanda: Il problema ermeneutico di chiunque.

Quanto poi alla goccia, comincia così: "Il concetto 'vedere' dà un'impressione confusa. Ebbene, è confuso". Wittgenstein, naturalmente.

Postato da Azioneparallela | 09:03 | commenti (4)

18/06/2006
Sussiste enigmatica

Prosegue l'esplorazione della lingua italiana, dopo i saggi di traduzione forniti qui e qui. Il testo che presentiamo oggi (grazie anche all'indefessa ricerca di walter) ha valore di archetipo. Non è una traduzione, è l'intervento di Nunzo Incardona all'incontro promosso nel 1991 dal Giornale di Metafisica sul tema Metafisica e arché. Intervento che così inizia:

"Sussiste enigmatica nel recesso sempre futuribile della divisione da tutti i tempi del tempo e della differenza sempre incoata da questo stesso e dalla sua intrinsecazione a tutto quanto sta: ultimamente e fin da principio;  immota nella contrazione identitaria del non essere posta a sé,  ma in sé posta ad altro e così non incontraddittoriamente ma contraddifferendo;  sé movente dell’involgimento delle sue segmentazioni che fissa  la dynamis a se stessa e libera ogni internamento pur sempre dialektikòteron ma, appunto, per flessione discorsiva e non per atto separata da un suo estremo all’altro suo non opposto estremo e  dunque come inanemente rastremata all’infinito nella durata imperscrutata e non percettibile dell’uscita perenne alla finitezza: e  pure, così, assoggettata alla proposizione costitutiva del disfacimento dell’intero e alla pretesa del differimento come distanza ricostituita di ogni parte come totalità dell’intero diviso;  e ancora prosènanchos impedita a se stesso e, così, come divaricata e sbalzata archèten fino agli inferi aorgici del principio ancora  più oscuro e radicale perché contemporaneo alla solare vertigine  delle radici spiantate, pure non bruciate, dall’horror mentis;  e però impedita a se stessa e divaricata fino al primordio in ogni modo: che è questo così indeterminatamente determinato e determinatamente determinativo, segno sempre incoato della complessione prosènanchos archèten".

Postato da Azioneparallela | 09:10 | commenti (6)

17/06/2006
Luoghi del pensare

Il libro in onore dei settanta anni di Vincenzo Vitiello sarà presentato a Napoli lunedì prossimo, alle ore 18.00, presso l'Istituto Italiano per gli studi filosofici, da Gianni Vattimo e Biagio De Giovanni.

Ci vediamo.

Postato da Azioneparallela | 16:35 | commenti (1)

Vortex temporum

Un amico mi manda un assaggio di Vortex Temporum di Gerard Grisey, e mi chiede: "ti piace?". Benché assolutamente incompetente e praticamente digiuno in fatto di musica, domando a mia volta:

Non credi che la domanda 'ti piace?' non abbia molto senso? Non sarebbe meglio chiedere cose tipo: come pensi si possa usare?, oppure: che mondo pensi dia a conoscere?, oppure: cosa credi che mandi all'aria? O ancora: ti fa male?
E se vogliamo rimanere in zona suono: dove credi di poterlo ascoltare? di quale silenzio hai bisogno? da cosa ti devi disabituare, per ascoltarlo? che esercizi ci vogliono, per ascoltarlo? Bisogna stare fermi, mentre lo si ascolta?
Ovviamente, caro amico, mi piacerebbe che tu mi dicessi quale di queste domande trovi appropriate, e nel caso, rispondessi anche. Aggiungo infine, per tranquillità di tutti, che non è detto affatto che la domanda 'ti piace?' sia definitivamente fuori gioco. Può darsi pure che il brano solleciti una questione del tipo: come devono cambiare le orecchie, le abitudini, gli uomini, il mondo, perché alfine possa piacere? (Ma anche, benché non sia il caso di Vortex: ho finalmente trovato il brano che non può piacere in nessun mondo possibile).
(C'è qualche ragione per supporre che il piacere sia una grandezza fissa e immodificabile, ora come allora?)
P.S. - Papi, che musica è? -
- Vortex temporum -.
- E che cos’è? –
- Non lo so, ma ti piace? –
- Sì –
- Molto? –
- Moltissimo, papà! -.

Postato da Azioneparallela | 11:16 | commenti (5)

16/06/2006
Pittura e filosofia

(Quello che segue, è l'articolo scritto da Vincenzo Vitiello in sede di presentazione dell'appuntamento del 7 giugno scorso).
Pittura e filosofia, o, se più piace, filosofia e pittura: la congiunzione indica affinità e differenze. Un esempio, ad evitare astrazioni e generalizzazioni: l’opera di Kandinsky e l’analisi trascendentale di Kant. Mirano entrambi ad isolare la pura sensibilità dall’intelletto, ma le loro intenzioni sono affatto diverse. Kant analizza per mostrare la necessità della sintesi di senso ed intelletto; Kandinsky, invece, per cogliere il sensibile puro, e mantenerlo distinto. Di qui il suo sforzo di liberarsi dalla figuratività tradizionale, dall’immagine di uomini e cose, il suo sforzo di astrazione. Lavoro certamente dell’intelletto, ma vòlto a recuperare il lato corporeo ed animale dell’uomo, l’aísthesis nella sua purezza, prima della contaminazione della storia, della cultura. In Kandinsky l’intelletto mette tra parentesi – epochizza – se stesso. Grande la vicinanza tra questo esercizio in pittura e l’esercizio fenomenologico di Husserl: possiamo indicarla nel comune intento di purificare il vedere. Mi riferisco in particolare all’analisi fenomenologica della “cosa materiale”, che si dà sempre per adombramenti (Abschattungen), mai, cioè, in totalità. Ma Kandinsky è più radicale di Husserl. La cosa stessa, nella sua “figura materiale”, dilegua. Resta l’impressione visiva, il colore, la spazialità pura. Impressione né soggettiva, né oggettiva. Nel puro sentire questa distinzione non si dà. Nel puro sentire non si dà mondo. Se è ancora possibile pensare con Cézanne ad una pratica della pittura intesa a dare non la “nostra” visione della montagna, ma la visione che la montagna offre di se stessa, come essa si mostra, un tale esercizio della pittura è divenuto con Kandinsky – ma invero già con le Ninfee di Monet – impensabile, impraticabile. Non c’è montagna, né uomo che veda la montagna o altro; c’è un puro vedere, in cui soggetto e oggetto sono ancora fusi insieme. Ed è questo “puro vedere” lo psichico e lo spirituale dell’arte di cui parla Kandinsky: denominazioni, peraltro, affatto incongrue per indicare l’aísthesis pura del suono e del colore, della vista, dell’udito e del tatto – “prima” della loro separazione intellettualistica. Questa aísthesis pura non è certo naturale, se con “natura” si intende la “figura” di una pianta o di un uomo, di un albero, di una montagna, o di un tavolo, di un bicchiere, di carte da gioco – che son tutti fenomeni storici, culturali. Né è interiore in senso psicologico, dacché la sua interiorità non ha nulla a che fare con l’anima. È interiore come il respiro che esce dal petto, come la passione che muove all’agire, l’impulso che provoca il gesto che dà figura al corpo. 
            Vorrei fosse ben chiaro che l’abbozzato confronto di Kandinsky con Kant e con Husserl non ha affatto lo scopo di ricondurre, o peggio ridurre, la pittura, e più in generale l’arte, a filosofia. L’intento è di mostrare che una e medesima è la domanda che sta all’origine della attuale ricerca e artistica e filosofica. Il problema non è distinguere arte da filosofia, o arte e filosofia da religione, e da altro ancora. Il problema è ben più “radicale”: riguarda le radici non dell’arte e della filosofia, ma dell’umano che esse tentano di “interrogare”. Radici non-umane dell’umano, da cui l’interrogare stesso dell’arte e della filosofia sorge.
                        Ed è per meglio comprendere il senso di questo interrogare, che il Dipartimento di Filosofia dell’Ateneo salernitano – sponsor la Provincia di Salerno – ha organizzato l’Incontro tra Serena Nono e Marco Nereo Rotelli sul tema “Mistica e immagine”, che si terrà mercoledì 7 nei giardini di Minerva del centro storico di Salerno e giovedì 8 nell’Aula 14 della Facoltà di Lettere e Filosofia, a conclusione dei corsi di Estetica e di Filosofia teoretica. Serena Nono espone le sue “Figure oranti”, Marco Rotelli i suoi giuochi di luce: lei muove dalle figure della pietà e della devozione per tentare di rapportarsi all’Altro, cui si dona; lui, in un cammino inverso, procede dalla luce per giungere al mondo, il nostro mondo di erbe e piante, libri ed oggetti. Un Seminario-dialogo a tre, perché in esso il duplice gesto della pittura verrà interrogato dalla voce plurale della filosofia. Rappresentata da Massimo Donà e Giuseppe Cantillo, Pina de Luca e Massimo Adinolfi, Gabriele Guerra e chi ha steso questa nota. 
(P.S. Segnalo il suono giallo di Kandinsky alla Tate Modern)

Postato da Azioneparallela | 11:28 | commenti (3)

Apnea

Ieri Barbara e Mauro sono tornati a casa. Renata ed Enrico avevano la febbre. E' cominciata l'apnea.

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Bush's moment

Dici che sei compassionevole e tollerante, che le discriminazioni sono sempre sbagliate, che l'America tratta tutti con tolleranza, rispetto e dignità. Ti presenti come un moral leader sostenendo leggi contro la discriminazione nelle case, nei luoghi di lavoro, nella scuola. Bene, perché allora non promuovi una legge federale che metta finalmente l'orientamento sessuale affianco della razza, del colore della pelle, del sesso, dell'età, della nazionalità, della religione, della disabilità tra i motivi di un'ingiustificabile e odiosa discriminazione? Molti stati e molte città hanno già leggi simili, tocca allo Stato federale. Lyndon Johnson era texano pure lui, la sua cultura i suoi valori erano abbastanza provinciali, però ci ha dato un Civil Rights Act e un Voting Act.

Tocca a te. Dici di avere il senso della storia e del progresso; le riconosci addirittura una direzione di marcia nel senso della giustizia e della protezione per legge dei diritti di ciascuno, afferra dunque il momento storico, se sei davvero un moral leader e hai del coraggio. (E che cavolo!)

Geoffrey Stone, sul Faculty Blog dell'Università di Chicago 

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15/06/2006
Dialogo dei morti - a voi la scelta

Amos, Salomon e Louis a colloquio con Benoit, Baruch e Benedictus, cioè Pascal e Spinoza, cioè la mia tesi di dottorato contro il mio lavoro di ricercatore, il tutto per intercessione di Fontenelle: è il dialogo imbastito da Pierre Macherey lo scorso 8 giugno. Ve ne offro qualche pezzettino (in francese, chiedo scusa, ma non ho tempo): 

Spinoza - ce qui est la vraie définition de la sagesse qui, telle que je la conçois, est à la fois une attitude de pensée et un art de vivre, bref, comme disaient les Anciens, dont je suis moins éloigné que vous ne paraissez l’être vous-même, une « éthique », un terme que j’ai souhaité remettre au goût du jour et sous l’autorité duquel j’ai placé l’essentiel de mes investigations philosophiques.
 
Fontenelle – Pourtant, vous ne pouvez l’ignorer, votre conception iconoclaste d’un Dieu-substance [...].
 
Pascal – Dieu des philosophes ! Insigne, diabolique témoignage de l’orgueil humain […]. Songez, Monsieur, que nous pouvons mourir dans la minute qui vient, et qu’il est grand temps de songer à notre salut, en nous agenouillant et en prenant l’eau bénite en vue d’obliger nos deux parts et de les remettre entièrement au bon plaisir de notre créateur.
 
Spinoza – Calmez-vous ! […] c’est précisément à de telles aberrations que conduit une pensée qui se fixe sur la considération du possible, en oubliant que celui-ci n’a que le degré de réalité qu’on veut bien lui concéder, et qu’une philosophie obnubilée par cette considération, et de ce fait balancée entre l’espérance et la crainte, s’expose à être une méditation, non de la vie, mais de la mort, comme vous venez de nous en offrir l’attristant exemple […] [Quel che è ragionevole per un essere vivente è] adhérer autant qu’il le peut, au maximum de sa puissance, à l’élan qui le pousse à exister et à persévérer à le faire, non pas le plus longtemps possible, mais hors de toutes considération de durée, ce qui est au fond l’expérience que nous pouvons faire, à tout moment, de l’éternité.
 
Pascal – Puissance, vous n’avez d’autre mot à la bouche ! Un peu de décence, je vous prie ! Pensez plutôt à la faiblesse de notre infime et misérable condition 
 
Spinoza – […] ce que nous avons de mieux à faire, et qui constitue la piété véritable, c’est, au lieu de ressasser des misères imaginaires, de tendre nos forces de manière à vivre autant que nous le pouvons, et en accord avec d’autres, selon les lois de notre seule nature, comme la raison nous le prescrit
 
Pascal – Vous aimer vous-même : c’est cela que vous appelez aimer Dieu ! Et, par-dessus le marché, vous vous prenez pour un sage ! Vous feignez la sérénité ! Folie pour folie, je préfère encore me prosterner, moi indigne, devant la grandeur d’un être dont l’infinité me dépasse.
 
Spinoza – Je vous plains sincèrement. […]je vous le répète, ce désir, qui me possède au plus profond de mon être, est ma façon d’aimer Dieu, en homme libre, et non comme un esclave, qui déplore vainement sa condition sans rien faire pour essayer de l’améliorer, dans les limites fixées par notre nature
 
Pascal – Vous voulez donc changer le monde, le reconstruire à votre idée, sans tenir compte de ses pesanteurs immémoriales ! Ne craignez-vous donc pas, en cherchant le meilleur, de faire le pire ? Au lieu de vous efforcer d’instaurer un régime humain, qui convienne à votre tempérament, contentez-vous de l’ordre général institué par la concupiscence, qui est admirable jusque dans ses abominations, qui nous renvoient une image fidèle de notre misère.
 
Spinoza - vous avez raison, bien qu’il ne soit pas sûr que nous donnions le même sens aux mots : il ne suffit pas de savoir, il faut pouvoir. Mais comment pouvoir sans savoir ce que nous pouvons, donc sans connaître, pardonnez moi d’y revenir, notre puissance, ce qui est la condition pour que nous en fassions un usage efficace et légitime ? Connaître ma puissance et en bien user, bene agere et laetari, voilà toute ma religion, qui suffit à me mettre en accord avec la nature, et je ne demande rien de plus.
 
Pascal – Et c’est encore bien trop, sans du reste suffire ! Votre satisfaction, votre désir de bien-être, dignes tout au plus d’un marchand de fromages, me répugnent. Vous vous contentez d’une vie étriquée, qui vous paraît exempte de misère, et que vous prenez, en dépit de son ignominie, pour le dimanche de la vie, sans vous ressouvenir que subsiste en nous, en dépit de notre abjection dont nous portons l’entière responsabilité, un reste de grandeur, j’entends par là la vraie grandeur […].C’est pourquoi je ne vois d’autre voie qui nous conduise à Dieu que celle de la pénitence, comme le Christ nous en a donné l’exemple en mourant pour nous sur la croix.
 
Spinoza – Pourquoi voulez-vous qu’il n’y ait qu’une seule voie qui nous conduise à Dieu ? Pour moi, j’en aperçois plusieurs, et il ne serait déjà pas si mal de trouver à s’engager dans l’une d’entre elles. […] J’estime que nous pouvons aller plus loin encore [dell’amore verso Dio], en essayant une autre voie, celle de l’amor intellectus Dei, l’amour intellectuel de Dieu, qui est amour en Dieu, Dieu qui s’aime en nous qui l’aimons, non plus comme un objet dont nous serions séparés, mais comme ce qui cause tout au fond de nous notre nature.
 
Pascal – « Amour intellectuel » ! Une chose au moins nous réunit, c’est le goût immodéré de ce que les grammairiens nomment oxymore, quelque chose qui s’apparente à la coïncidentia oppositorum dont Nicolas de Cuse a fait la marque d’une sagesse en folie, dont seul le délire peut nous rapprocher de Dieu. Au fond, vous êtes, Spinoza, sous vos allures humainement raisonneuses, un mystique qui s’ignore

 

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Art'è/2

Su Il primo amore viene ripreso l'articolo pubblicato da Carla Benedetti sull'Espresso, dedicato a Linguaggio e silenzio di George Steiner.

George Steiner: "Fucilare un uomo perché non si condivide la sua interpretazione di Darwin o di Hegel è un tributo sinistro alla supremazia delle idee nelle cose umane – ma pur sempre un tributo".

Carla Benedetti: "Lo stesso – aggiungo io – si può dire per l'epoca postmoderna, quando gli unici a credere nella forza agente della letteratura sembrano essere stati solo gli ayatollah, condannando a morte Salman Rushdie per dei 'versetti satanici', scritti all'insegna dell'ironia postmoderna".

Io: Handke e l'autonomia dell'arte.

Postato da Azioneparallela | 09:05 | commenti (9)





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