Babele
Babele
 
12/07/2008
Chi gioca con i diritti

Su Il Mattino, dopo le 14.

Prima delle 14, invece, io parto, e perciò non posterò l'articolo qui sotto.

Postato da Azioneparallela | 07:10 | commenti (1)

09/07/2008
Il tifo

La macchina grande è vecchia: ha fatto 240.000 km e la stiamo cambiando. La macchina piccola sta dall'elettrauto. Il frigorifero si è rotto e lo stiamo cambiando. Da ieri è rotto pure il televisore è rotto e la dobbiamo aggiustare. La lavastoviglie oggi non ha asciugato e non capisco perché.

Qui in casa facciamo tutti il tifo per la lavatrice.

Postato da Azioneparallela | 15:36 | commenti (3)

08/07/2008
Credo di conoscere

"Credo di conoscere, dopo averla colta anche nelle attitudini del padre, la vocazione di Veltroni per la drammatica dualità del fondere, ma anche del separare, la vecchia nozione e la nuova lettura del dilemma di fondo: la fides et ratio, cioè la presenza di Dio in sé, nel suo proprio arbitrio e dominio, e in noi, nella nostra facoltà di intenderlo e viverlo".

Zavoli che recensisce Veltroni che recensisce Scalfari. Non aggiungo parola perché non vorrei ritrovarmi da qualche parte come anello di questa stessa catena.

P.S. Che poi, abbiate pazienza, ma una cosa devo notarla. Veltroni attacca così: "Aprirò il libro dalla dedica. Non guarderò la copertina, non ancora. Ci ritorno dopo un po'". A parte il discutibile uso dei tempi verbali, ma che ti fa Veltroni, dopo avere cominciato così? Ti parla a lungo proprio della copertina che non ha guardato subito ("è rilegata in brossura...la sovraccoperta è bianca..., ecc. ecc.), e per tutto l'articolo non dice una parola sulla dedica! Straordinario. (Veltroni in realtà voleva dire: solo alla fine vi dirò il nome dell'autore che sta in copertina. Ma sarà rimasto così stordito dalla brillantezza della sua trovata che purtroppo gli è venuta male)

Postato da Azioneparallela | 00:04 | commenti (1)

07/07/2008
Di fronte a un pensiero così

Lunghissimo articolo di Vito Mancuso, addirittura con escursioni di politica internazionale, che è però rapidamente riassumibile, grosso modo, così: Nietzsche è il padre spirituale del nostro tempo; per Nietzsche non c'è peggior nemico del cristianesimo; la teologia deve pensare all'altezza di Nietzsche, senza inganni e senza infingimenti; si fa questo quando si pensa che il mondo è forza, e nient'altro che forza, e che è vano pensare di chiamarsene fuori, anche se ciò non vuol dire soltanto rendersi ad essa.

E fin qui. Poi però Mancuso dice pure che uno che ha portato Nietzsche nel cristianesimo è Bonhoeffer, e che il suo problema era vedere, certo, la forza, la forza anonima, ma per ritrovare dentro di essa (non di fronte, non fuori), la provvidenza personale, il tu. Scoprire quindi che la forza più grande è l'amore. "Di fronte a un pensiero così, Nietzsche non avrebbe accusato il cristianesimo di menzogna", scrive Mancuso. Ma davvero Nietzsche non avrebbe considerato menzognera la proposizione di Mancuso, che la più grande forza è l'amore (l'amore cristiano, I suppose)? Sicuro che questa conversione dell'esso in un tu non sarebbe accusata di menzogna sol perché il tu, anziché stare di fronte, sopra o al di là, sta proprio dentro le viscere della storia?

Temo proprio che ci sia poco da stare sicuri.

Postato da Azioneparallela | 17:37 | commenti (2)

06/07/2008
Indovina indovinello

Il sonno turbato degli italiani, è il titolo dell'articolo di oggi. In cui tutto è esplicito e solo una cosa è implicita:

Come avete dormito, stanotte? Male? Come voi, il 6 luglio del 1916, Franz Kafka non dormì affatto bene. Sul suo diario annotò: "Insonnia, mal di testa, salto dalla finestra, ma sul terreno molle di pioggia dove il colpo non sarà mortale. Infinito rigirarsi ad occhi chiusi, offerto a un qualunque sguardo sincero".
Chissà cosa aveva da chiedere Kafka a uno sguardo sincero, che ne osservasse, nella notte insonne, gli agitati movimenti: forse una tregua dai sogni senza sonno che lo assillavano; forse il soffio di quella irraggiungibile pietà che nei suoi racconti non carezza mai il volto dei protagonisti. Dio del sonno, fammi dormire, pregava Kafka in silenzio. Lascia che io scivoli finalmente nelle tue accoglienti braccia, e che per qualche ora non conservi più neanche una goccia, neanche un'oncia dei ricordi e dei pensieri del giorno.
Ma soprattutto: chissà se quella notte faceva caldo come in queste opprimenti notti di luglio. Perché, in tal caso, l'insonnia metafisica del grande scrittore, a 125 anni dalla sua nascita, sarebbe bella e spiegata. Come si fa, infatti, a dormire con il caldo soffocante, l'umidità, l'afa, le lenzuola appiccicose, il cuscino sudaticcio? Come si fa a mantenere la calma e a non perdere la pazienza, se l'uno vuole la finestra spalancata e l'altra non sopporta la luce né i rumori della strada? Se uno vuole il ventilatore puntato alla massima velocità contro il letto, e l'altra lamenta che fa male, che così le vengono i reumatismi? Se uno smania e non smette di rigirarsi come Kafka nel letto – però non ad occhi chiusi; però senza preghiere ma anzi tra molte imprecazioni: che speriamo i bambini, di là, non sentano – e l'altra invece riesce a starsene accucciata in un angolo del letto, con una strategia di resistenza riconducibile, per imperturbabilità, più al taoismo cinese che alle radici cristiane dell'Europa?
Cosa turba il sonno degli italiani? Non c'è da avere molta fiducia nei sondaggi, particolarmente quando chiedono di scegliere tra risposte preconfezionate: l'eliminazione agli Europei di calcio; l'aumento del prezzo della benzina e il carovita; i figli, la scuola, la sicurezza, la droga. Se però l'istituto demoscopico di turno facesse le sue telefonate agli uomini insonni a cui non dà requie né la poltrona a sdraio sul balcone, né la birra ghiacciata nel frigo, la maggioranza assoluta delle risposte cadrebbe senz'altro sulla calura madida di sudore dei nostri corpi disfatti. E sulle zanzare-tigre, che una foresta di basilico sul davanzale o ettolitri di citronella non riescono a tenere lontane.
Come vorremmo poter dare la colpa all'inettitudine dell'opposizione o alla strafottenza di Berlusconi! E invece no: se non dormiamo è solo per i troppi gradi centigradi. O piuttosto: per questa benedetta temperatura percepita, come da qualche anno abbiamo imparato a ripetere. Sembra quasi che se non sopportiamo il caldo, dal momento che a percepire siamo appunto noi stessi e nessun altro, sia colpa non del sole, non dell'afa, non - che so io? - dell'effetto serra, ma nostra e soltanto nostra, che ci ostiniamo a percepire.
Non sapete di cosa poi sono capaci, gli uomini che non hanno dormito tutta la notte! La letteratura è piena di questi tristi sventurati, capaci dei più atroci delitti e dei pensieri più blasfemi sol perché un dio crudele ha tolto loro il sonno. Prendete il malvagio Macbeth, inseguito dai suoi delitti e da una voce che gli grida che non dormirà più, che ha ucciso anche il sonno! O prendete l'ateo Kirillov, ne I demoni di Dostoevskij: non c'è uomo più luciferino di lui, disperato sino al punto di assecondare i deliri omicidi di uomini che pure profondamente disprezza. Prendete, infine, il best seller di Jeffrey Deaver, Pietà degli insonni. Come diceva Pascal: con un titolo così, qualunque cosa ci sia scritta dentro, io la sottoscrivo.
Per fortuna, non siamo giunti ancora a simili nefandezze. Forse la temperatura salirà ancora, né mancheremo di consultare le previsioni metereologiche tre volte al giorno. Ma per il momento l'insonnia di noi italiani non genera ancora mostri. Solo sguardi pruriginosi, curiosità morbose, piccole indecenze, bravazzate e meschinità. Se solo si riuscisse a prendere sonno, a dormire otto ore di fila; se anche i primi ministri dormissero di più, e solerti funzionari origliassero di meno, con buona pace dell'anticiclone delle Azzorre staremmo tutti un po' meglio.

Postato da Azioneparallela | 18:58 | commenti (2)

04/07/2008
Aristotele e l'anello di bronzo

La colpa è mia. Ieri ero stanco, e sul treno non mi andava di studiare. Alla stazione ho allora deciso di acquistare un romanzo breve, che potessi leggere e terminare nel viaggio di ritorno. A causa del poco tempo, del nome di Aristotele, delle dimensioni del libro e della sua prossimità alle casse, la scelta è caduta su questo libro di Margaret Doody, che non ho difficoltà a considerare il peggior libro che io abbia letto, da un bel po' di tempo in qua.

Lo sconsiglio caldamente a tutti.

Postato da Azioneparallela | 16:29 | commenti (9)

02/07/2008
Intercettazioni

Buongiorno, sono xxx della Tiscali
Buongiorno, mi dica.
Signor Adinolfi, Tiscali la informa che dal prossimo mese Lei ha diritto a non pagare più il canone Telecom...
Ma io già non pago più il canone Telecom
Ha fatto la disdetta?

Ah. Perché qui a noi non risulta...
Mi scusi, ma perché dovrebbe risultare a lei?

Postato da Azioneparallela | 09:53 | commenti (4)

01/07/2008
Socrate e il tampax

Io so che se mi intercettano, e in specie: se mi hanno intercettato in questi ultimi giorni, la quantità di spiegazioni che dovrei a Tizio e a Caio (spero non a magistrati) sarebbe enorme. Ciò detto, replico brevemente a Malvino, che a proposito dell'articolo qui sotto postato mi obietta sostanzialmente di avere fatto una distinzione tra curiositas e curiositas: edificante l'una, indecente l'altra.

L'obiezione, fin qui, non è degna di particolare nota, perché suppongo - anzi: so per certo che Malvino, come me e come tutti, è curioso di questo e non di quello, e distingue benissimo quel che vale la pena sapere da quel che non vale la pena sapere, sicché si autoconfuta da solo.

Ma poi Malvino aggiunge: "Si pone la necessità di un'autorità (se non morale, culturale; se non culturale, politica) che scoraggi i sudditi dalla curiositas spiritualmente deleteria". E qui non mi è chiaro a quale punto del mio articolo si riferisca, visto che l'articolo non suggerisce l'urgenza di una svolta autoritaria nel paese. Capisco bene, però, perché usi la parola autorità, e perché poi la parola sudditi (che peraltro va esattamente nel verso opposto a quanto scrivo, nell'ultima parte dell'articolo), ma non capisco a quale punto del mio articolo si riferisca per giustificarne passabilmente l'uso.
A mio avviso, c'è sotto (ma non troppo sotto) una bella, e sofistica, quaternio terminorum, perché il termine viene preso nell'accezione larga - per cui è un'autorità (in senso morale, e spirituale) anche l'amico di cui si seguono i consigli, o il docente che invita a vedere un film piuttosto che un altro, o lo stesso Malvino che di libri me ne ha consigliati e regalati in passato (e spero in futuro) -, ma è un'autorità anche il pubblico ufficiale che impone il rispetto di un divieto di legge. E scambiando o sovrapponendo i due termini, l'obiezione di Malvino fila che è una bellezza.

Che Malvino non si preoccupi di sottilizzare troppo, nonostante le note, a me pare peraltro evidente da ciò: che avanza dubbi su quel che è opinione mia e su quel che è opinione di Tommaso, e non posso credere che non abbia saputo distinguere. Sarebbe bastato fare attenzione al 'per fortuna', posto fra parentesi (e anche senza quello, si capiva benissimo);
che trascura di considerare l'unico passaggio che dedico all'aspetto non dico legale, ma di legittimità costituzionale della faccenda (del quale naturalmente si può discutere, ma non è una discussione di quest'aspetto il post di Malvino, ed è comunque sorprendente che un liberale come lui sorvoli così velocemente sul tema delle garanzie);
che, soprattutto, trascura di considerare tutta la coda dell'articolo, che è poi la sua vera ratio (anche se Malvino sospetta, bontà sua, che sia altra). E cioè, se dovessi dirla persino nel più diretto dei modi: che non c'è motivo di supporre che la classe politica democristiana che governava il paese trenta, quaranta, o cinquant'anni fa fosse moralmente migliore di quella attuale, e tuttavia il motivo principale per cui veniva combattuta non era di ordine morale, ma politico (non importa ora quanto fondato, il motivo). Il che peraltro, aggiungo en passant, non obbligava a condividerne o ad apprezzarne la moralità.

Infine, sul tema delle garanzie. Al gentile commentatore malviniano che si chiede se io ponga sullo stesso piano le telefonate tra amici che si fanno i fatti loro, e le telefonate tra Berlusconi e Saccà, pur dovendo fare qualche precisazione, vado al sodo e scelgo il lato a lui più indigesto della faccenda e rispondo (da liberale, credevo) di sì. C'è un piano sul quale stanno sia le une che le altre, ed è per esempio il rispetto delle persone che funzionari pubblici non sono, e che sono sputtanate comunque dalle telefonate. Lui pensa evidentemente che il diritto dell'opinione pubblica di sapere cosa dice in privato il Presidente del Consiglio giustifichi lo sputtanamento di chiunque, io no. Per fare un esempio: nell'esercizio delle mie funzioni di docente, sono, a quanto pare, un pubblico funzionario. Bene, trovo che sarebbe veramente preoccupante se per questo gli studenti, venuti in possesso del contenuto di mie telefonate private in cui sparo giudizi su questo e su quello (e magari rivelo pure questioni di corna tra colleghi, che stuzzicano sempre la curiositas), trovo veramente preoccupante, dicevo, se le potessero mettere liberamente sul giornalino dell'università, o sul Corriere della sera.
E a tal proposito, preferisco infine che lui pensi che l'opinione che io ho di lui sia quella che emerge da queste righe, e non quella che mi potrebbe scappare al telefono con Malvino. (Si scherza, eh).
p.s. Lo rassicuro, infine, su un punto secondario: il mio gioudizio politico su Mastella è lo stesso, e non ha avuto bisogno delle ultime vicende per formarsi, né quelle vicende lo hanno mutato.

Postato da Azioneparallela | 11:01 | commenti (16)

Cento porte, cento strade

Se viveste in un castello che ha cento porte, e sapeste che dietro tutte quelle porte può esserci un nemico mortale, vi impegnereste a sbarrare la prima porta, anche se non aveste, sul momento, idea di come sbarrare le altre novantanove? Fate però che sbarrare la prima delle 100 porte non significhi dedicare ogni grammo della vostra esistenza all'impresa, e che io non vi stia cadendo di rinchiudervi in uno spazio angusto e inospitale, ma al contrario di renderlo il più possibile ospitale, e il meno possibile esposto all'irruzione della morte.

Però forse avete ancora dei dubbi. Forse voi pensereste che comunque non ne vale la pena. Ma avreste nulla in contrario se altri, che vivono nei loro castelli, provvedessero a sbarrare la loro porta: è così riprovevole?
No, non lo è. Ma può apparire vano, dal momento che la morte può sorprendervi da ognuna delle altre 99 porte. Il che è vero. Ma è vano come vana è, a cospetto della morte, ogni altra impresa umana. E bisogna sapere che quando si usa quest'argomento per trovare insensata l'impresa di chiudere almeno una porta, si usa un argomento che rende insensata, in genere, ogni impresa umana che non sia una meditazione sulla morte. (In realtà, è vana pure quella meditazione, e per gli stessi motivi. E qui c'è il lato politico della faccenda, perché non sono gli stessi, gli uomini che, nella considerazione della universale vanità dell'esistenza, meditano sulla morte, e gli uomini che invece meditano sulla vita - ma questa è un'altra storia).

Ciò detto e meditato, la porta è il tumore al seno, e le altre 99 porte sono gli altri tumori, e le altre infinite disgrazie e malattie che possono sorprenderci nel corso della nostra vita, senza che l'avere sbarrato la possibilità (percentualmente, a quanto leggo, bassa) di una contrazione della malattia per eredità genetica grazie alla selezione preimpianto impedisca al nuovo nato di ammalarsi e morire di chissà cosa.

Ma la selezione preimpianto non è senza costi, si obietta: si sopprimono embrioni. Il che, allo stato, è vero, ma significa che il punto è sempre lì, cosa mai sia un embrione. Solo che porte e castello stanno in quest'articolo di Marina Corradi, che in premessa mette da parte la domanda sull'embrione, nel tentativo di proporre argomenti che a suo dire sconsiglierebbero la selezione preimpianto per l'insensatezza della cosa. Il che, come s'è visto, non è, se non a prezzo di rendere insensata ogni cosa, compreso scrivere articoli sull'argomento.

(C'è un altro modo di considerare insensato l'atteggiamento dei genitori inglesi che hanno seguito la strada criticata dalla Corradi, a cui l'articolista accenna, ed è quello di ricondurre l'intera faccenda ad una sorta di fissazione un po' paranoica: ho sconfitto quel timore, ho sconfitto il tumore. Ma non v'è ragione di supporre che i genitori inglesi non sappiano che hanno solo ridotto le possibilità che il loro figlio o la loro figlia contragga quel tumore. E se io fossi di fronte a cento strade, ognuna delle quali contenesse potenziali pericoli ma una più delle altre, credo proprio che, senza pensare di avere evitato ogni pericolo, e senza sentirmi paranoico, eviterei senz'altro la strada che mi risulta essere la più pericolosa).

Postato da Azioneparallela | 10:02 | commenti (3)

30/06/2008
Il sottoscritto

Oggi il sottoscritto ha scoperto di essere tra le firme del Sottoscritto. Non avendo mai sottoscritto nulla in tal senso, pur apprezzando il Sottoscritto e tutti i sottoscritti, ho mandato questa mail a ilsottoscritto@ilsottoscritto.it:

"Io sottoscritto Massimo Adinolfi non sono in Sottoscritto: non essendomi mai iscritto, perché l'avete scritto? Quel che scrivo vi è proscritto né io voglio esservi ascritto. Di togliere il sottoscritto, comunque descritto, dal Sottoscritto, vi è quindi prescritto. Spero per voi che il mio sia un caso circoscritto e che non vi siano altri a forza coscritti. In ogni caso, questo che metto per iscritto l'ho già trascritto altrove, e non sarà sovrascritto, così che il mondo sappia. Lo scrivente, ecc."

Postato da Azioneparallela | 07:53 | commenti (2)

28/06/2008
Curiositas et acedia

Bisognava titolarlo come sopra. In mancanza, Voyeurismo e rispetto:

Io qualche idea ce l’avrei. Intercettare per esempio quel che possono dirsi al telefono due giovanotti dopo una serata di calcetto: battute salaci, commenti grevi, giudizi gratuiti su Tizio o Caio. Poi passerei a intercettare i condomini al termine di una riunione condominiale: reati di ingiuria e calunnia a go go. Gli amici dopo la palestra, le signore dopo la messa in piega dal parrucchiere (o viceversa: gli amici dal parrucchiere e le signore in palestra, fa lo stesso), le coppie dopo una serata al circolo sociale, i suoceri dopo un pranzo domenicale: tutto dovrebbe essere intercettato, per squarciare la tela ipocrita dell’educazione e delle buone maniere, e mostrare il fondo sordido della natura umana. Il contrario di Dorian Gray: nessuna identità nascosta in soffitta, e tutte le turpitudini in piazza. Quindi, per il principio per cui tutto ciò che riguarda un uomo pubblico deve essere universalmente noto, terrei sotto costante intercettazione, vita natural durante, tutti gli uomini politici presenti in Parlamento, in modo che un flusso costante di pettegolezzi, malevolenze, dicerie, millanterie, alimenti ininterrottamente l’opinione pubblica, affinché la democrazia, che ha in odio il segreto, elevi finalmente invidia e risentimento a fondamentali virtù civiche.
È la curiositas, diceva Tommaso d’Aquino, che la considerava una malattia grave. La malattia dell’evagatio mentis: quando la testa è vuota e svagata, e non sapendo riempirsi da sé va in cerca di qualunque cosa possa riempirla, senza troppa spremitura di meningi. Se la testa si riempie di parole che stuzzicano l’orecchio, si chiama verbositas; se si riempie di immagini che stuzzicano la prurigine dell’occhio, si chiama appunto curiositas. L’una e l’altra forma sono figlie dell’acedia, cioè dell’accidia, uno dei più imperdonabili peccati spirituali, secondo gli antichi Padri della Chiesa. In età moderna, nella forma nobile della sete di sapere, la curiositas è stata ampiamente riabilitata, anche se una sempre più flebile traccia dell’educazione secondo i costumi dei Padri rimane tuttora, ogni volta che un genitore dice seccato al proprio figliolo qualcosa tipo: “cosa vuoi sapere tu, che sei ancora piccolo?”. Siccome però in democrazia nessun cittadino (per fortuna) vuole essere trattato come un minore, ma vuole sapere “di tutto e di più” (non è forse questo l’imperativo del nostro tempo, oltre che la pubblicità dell’abbonamento Rai?), allora è tutto uno svelare gli amori delle star, le ignominie dei ricchi, e i segreti inconfessabili dei potenti.
E sta bene. Anzi sta male. Molto male. E non perché l’umana gente, cioè l’opinione pubblica, debba starsene contenta al quia, come dice l’immortale verso del Poeta, quasi che le faccende private dei politici debbano ricevere la stessa protezione dei più alti misteri teologici. Ma perché non è conoscendo le predilezioni per giovani e speranzose attrici del Presidente del Consiglio che il paese migliorerà; non è neppure scoprendo l’acqua calda, che cioè i dirigenti Rai ricevono ogni genere di segnalazioni (addirittura!), o calpestando reputazioni e generalizzando il sospetto su ogni pubblico personaggio, e concorso, e istituzione (come se poi il privato fosse immune dalle umane miserie), che la qualità della vita democratica avrà beneficio. Perderà anzi una serie di garanzie fondamentali a tutela dei diritti dei cittadini e a protezione delle loro stesse vite, come comprende chiunque abbia qualche familiarità con quella cosa che tutti invocano e che si chiama liberalismo: che resta infatti della reputazione di una persona, quando finisce sui giornali per essere stata bollata, nella comunicazione sbrigativa di una telefonata, come pazza o esaurita?
Ma c’è ancora qualcos’altro, che anche i più fervidi sostenitori delle virtù democratiche dello sbugiardamento pubblico dovrebbero considerare. Quello che, per l’appunto, insegnava Tommaso, con la storia della curiosità figlia della triste accidia. Basta osservare l’intero ritratto di famiglia, e ricordare i nomi delle altre figliole sue sorelle: la malizia, il rancore, la pusillanimità, la disperazione, il torpore spirituale. Tutto quello che insomma senza troppo cultura teologica chiameremmo pigrizia, e in cui, con un minimo di consapevolezza critica in più, riconosciamo la più umiliante frustrazione del desiderio politico. Il quale deve contentarsi di origliare le parole degli altri e di spiarli, fregandosi le mani, dal buco della serratura, non avendo più la forza di un’autentica passione civile.
 

Postato da Azioneparallela | 16:11 | commenti (5)

24/06/2008
Operazione verità

Come si evince senza troppi sforzi dalla testata, questo blog è di MASSIMO Adinolfi, non di MARIO Adinolfi, con il quale il sottoscritto non ha, a mia conoscenza almeno, rapporti di parentela.

Per evitare confusione, e soprattutto per non usurpare fama e onori altrui, questo post verrà riproposto una volta a settimana, fino a quando non si verificheranno più equivoci di sorta (nel mondo reale e nel mondo virtuale). Si ringraziano tutti coloro che vorranno contribuire nel mondo alla necessaria operazione verità

Postato da Azioneparallela | 12:52 | commenti (12)

23/06/2008
L'impotenza sessuale maschile ha sempre cause psicologiche?

Risposta: "Nonostante che, con l'affinarsi delle tecniche diagnostiche, stia aumentando il riconoscimento di alterazioni organiche alla base delle disfunzioni erettili, vi è sempre in tutti questi casi una componente psicologica.
"E' quindi sempre opportuno effettuare una psicoterapia sessuologica per supportare eventuali terapie farmacologuche o chirurgiche".

No, questo blog non ha cambiato ragione sociale. Ma in vista della IX International Conference on Philosophical Practice, in programma dal prossimo 16 luglio a Carloforte, in Sardegna, ho deciso di introdurvi all'opera del Prof. Dr. Ludovico Edoardo Berra, "medico specialista in psichiatria, psicoterapeuta e counselor ad orientamento filosofico esistenziale", già autore di Oltre il senso della vita. La disinteressata risposta alla domanda frequente sopra riportata è la sua.

(Non ho i titoli del Prof. Dr., però se volete un filosofo per consulente, sono a disposizione. Tanto più che sono in grado di farvi, come Foucault, un'archeologia della pratica filosofico-terapeurtica. Risalendo addirittura all'episodio sul Telefono consolatore della impeccabile signorina Beata, inserito ne Gli amanti latini, in cui la signorina Beata, che deve risolvere i problemi coniugali di Aldo Giuffré, è affiancata dallo psicologo. Che pronuncia le parole decisive (più o meno): "Sta scritto: Bussate, e vi sarà aperto. Ma io vi dico: telefonate, e vi sentirete meglio". Nella foto, al centro, l'ispirato consulente)

Postato da Azioneparallela | 16:34 | commenti (7)

Alle porte

Ora che l'Italia ha perso, I difensori delle radici, dell'identità, dei valori, prendano posizione circa la possibilità di una vittoria della Turchia agli Europei di calcio. Se poi uno pensa che la vittoria potrebbe materializzarsi a Vienna, dove meno di 350 anni fa...

Postato da Azioneparallela | 14:56 | commenti (2)

Esame di maturità

Ancora polemiche sull'esame di maturità. E voglio vedere, direte voi: le tracce sono piene zeppe di errori.
Ma io mi riferisco alla prova di filosofia. Quale prova di filosofia?, direte voi. Quella che si tiene in Francia.
Ecco le due domande tra le quali scegliere:

Si può educare la percezione?; E' possibile una conoscenza del vivente?

Niente male, non è vero? In alternativa c'era un testo di Sartre, di non facile domesticazione. E su Libération si incavolano un po': qui la vogliono rendere così difficile per dire che, insomma, non è il caso di continuare con questa sorta di formazione dello spirito critico (tale sarebbe prevalentemente l'insegnamento attuale della filosofia in Francia), e meglio sarebbe passare alla più robusta storia delle idee. Senza di che, l'esame non si passa.
Che dire? Rispetto alle polemiche che investono le prove italiane, è tutto grasso che cola.

Postato da Azioneparallela | 09:46 | commenti (2)

19/06/2008
Opposizione ondulante

Sotto un titolo gentile, l'articolo di oggi, su Il Mattino:

Venerdì si apre l’Assemblea Costituente del Pd. Se la grammatica ha un senso, “costituente” vuol dire: che si costituisce. Se poi lo ha anche la logica, questo significa che non si è ancora “costituito”. Il problema dell’opposizione è tutto qui. Forse è troppo semplice, addirittura semplicistico, ma è precisamente in questi termini che la vede l’uomo della strada. Più precisamente: l’uomo dell’autobus, che ieri mattina leggeva il giornale sulla linea 10 che lo portava dalla provincia in città. E che chiedeva al signore seduto al suo fianco, non retoricamente ma con sincero smarrimento, se fosse lui a non aver capito: ma il partito democratico c’è o non c’è?
C’è, ma non si vede. C’è, ma agisce nell’ombra, anzi all’ombra del governo. C’è, ed ha persino una vocazione maggioritaria, così maggioritaria da non aver avuto bisogno di stringere intese politiche, programmatiche o elettorali con altri partiti – salvo scoprire, il 14 aprile scorso (e ancora domenica, alle amministrative siciliane) la piccola differenza consonantica che separa la vocazione dalla votazione.
In realtà, il partito democratico un’alleanza l’ha stretta: con l’Italia dei valori. Perché meravigliarsi, dunque, se il segretario del partito costituente e da costituire ha visto strapparsi “la tela del dialogo possibile” proprio sui temi sui quali più nettamente si disegna il profilo del partito che già c’è, quello di Antonio Di Pietro: la giustizia, le intercettazioni, le leggi ad personam, l’antiberlusconismo?
Il fatto è che in realtà non di una tela si trattava, ma di una robusta ragnatela. La quale celava (e cela ancora) il rischio che chiunque non sia al centro a tessere i fili si trovi invischiato nel poco gradevole ruolo di mosca cocchiera – quello appunto che Berlusconi ha finora immaginato di riservare a Veltroni, mostrandosi non a caso preoccupato non tanto per gli effetti nel paese dei suoi ultimi atti di governo, ma per le conseguenze che potrebbero prodursi nel Pd, a danno del periclitante segretario.
Se perciò l’opposizione sembra ora trovarsi tra la Scilla di una subalternità politica nei confronti del centrodestra e la Cariddi di una subalternità girotondina nei confronti di Di Pietro, è perché, preoccupato di quale aggettivo scegliere per connotare il proprio ruolo di opposizione, dura o dialogante, costruttiva o intransigente, il partito democratico si è semplicemente dimenticato di giocarlo, quel ruolo. Che significa: trovare interlocutori politici, collegare forze e interessi sociali ed economici, costruire un’idea di riforma del sistema politico che non sia semplicemente funzionale al Cavaliere, e un’agenda politica che non sia scandita dalle emergenze di volta in volta individuate dal centrodestra.
Sottrarsi a quella scomoda alternativa non è però semplice, perché, a bene vedere, essa è iscritta nella sua più antica fibra. Che fu intrecciata durante il lungo autunno della prima repubblica, quando dall’impotenza politica dell’opposizione nacque l’idea un po’ balzana del partito che non c’è: “un partito con un programma di riforme istituzionali ed economiche, con una moralità nuova, con gente credibile e non compromessa”, scrisse Eugenio Scalfari su Repubblica, nel lontano dicembre 1991, con parole che Veltroni (allora tra i più convinti sostenitori del rassemblement proposto da Scalfari), potrebbe ancora oggi fare proprie. Scalfari mise su il suo pantheon formato da uomini il cui denominatore comune era costituito da “onestà, impegno civile, competenza e decenza nazionale”, delineando così un partito che in effetti non era un partito, dal momento che nessuno dei requisiti indicati allora poteva offrire altro che una bandiera morale. Un partito che non c’era e che, non essendo un partito, continuò pacatamente, serenamente, a non esserci.
Oggi, preoccupati di non riproporre entro il Pd lo schema delle vecchie appartenenze partitiche, i dirigenti del Pd stanno pericolosamente prendendo un’analoga china, giustificando così tutti i dubbi raccolti ieri mattina sull’autolinea numero 10.
E alla vigilia dell’assemblea costituente, timorosi dell’attivismo delle Fondazioni, sembrano voler dimostrare che più ancora che dal formarsi di correnti, sono terrorizzati all’idea di doverlo fare per davvero un partito che, finalmente, ci sia.

Postato da Azioneparallela | 14:24 | commenti (2)

18/06/2008
Domande

"L'etica pubblica si fonda sulla contrattazione fra poteri forti o ha un fondamento prepolitico?", si domanda il filosofo della politica Vittorio Possenti.
O almeno se lo domanda il titolista de Il Foglio, perché io non ho letto e non so se avrò il tempo di leggere l'articolo. Sto perciò a titolo e sottotitolo.

E rispondo: ma non è che per caso vi siano poteri forti anche dalle parti del prepolitico? E il politico deve per forza essere lo spazio dei poteri forti?
Secondo me, come sottotitoli, le mie domande vanno anche meglio di quelle di Possenti.

P.S. Quanto al titolo, quello era: Religiosamente laici. E lo capisco, visto che di essere laicamente e non clericalmente religiosi non se ne vuol parlare.

Postato da Azioneparallela | 14:55 | commenti (1)

Alla scuola del realismo

Enrico: - Papà, perché non compriamo una macchina nuova ogni giorno? --
Renata: - Ma sei pazzo? Così diiventiamo subito poveri -.
Enrico: - Ma io voglio diventare povero! -.
Renata: - E vuoi morire di fame, di sete, senza più giocattoli? -
Enrico: - Ah già. Non ci avevo pensato -.

Postato da Azioneparallela | 14:37 | commenti (1)

La nuova stagione

Effettivamente, fa un po' impressione

Postato da Azioneparallela | 11:51 | commenti (2)

17/06/2008
Necessità e urgenza di polemiche razionali

“La necessità non è una situazione oggettiva, implica soltanto un giudizio o una valutazione personale. In fondo, sono straordinarie e urgenti solo le situazioni definite tali”. Misuriamoci con questa molto filosofica considerazione, senza rivelare, per ora, se sia tratta dalla dialettica trascendentale di Kant o dal saggio sul concetto del politico di Carl Schmitt. E domandiamo: davvero, “in fondo”, le cose stanno così? Bisogna essere abbastanza postmoderni, o comunque assai lucidamente disincantati, per pensarlo. Per pensare, poniamo, che se si verifica un terremoto di proporzioni catastrofiche la situazione non è affatto straordinaria e urgente, o almeno non finché qualcuno, ad esempio il governo, non la definisca tale.
(continua)

Postato da Azioneparallela | 12:48 | commenti

15/06/2008
Cinque piccoli particolari

Uno trascorre un tranquillo pomeriggio a pranzo fuori, la prima comunione del primo nipote, con i bimbi che giocano tutto il tempo nel parco giochi, un bel sole, un bel venticello, e non vuoi che a cinque minuti dalla fine, quando tutto sembra essere andato per il verso giusto, qualcuno si accorga dei cinque piccoli particolari: una è più alta, l'altra più bassa; una è più scura, l'altra più chiara; una è più nuova, l'altra più vecchia; una a pianta larga, l'altra più stretta; una a punta quadrata, l'altra più appuntita?
(Però vi assicuro, le mie scarpe erano entrambe marroni)

Postato da Azioneparallela | 23:07 | commenti (1)

10/06/2008
-Ibile, -eide

"Che il PD non abbia la vocazione al dibattito interno e alla valorizzazione della diversità di opinioni lo si vede benissimo aprendo il sito ufficiale del partito. E' pura veltroneide" (Mario Barbi, su il Riformista).

Basta la parola. Lascio perdere il giudizio sul PD, l'analisi del voto, l'azione politico-programmatica, la democrazia e il dibattito interno, e sposo la parola. Concedo tutto, purché mi si conceda la parola. Veltroni è, più precisamente, una Veltroneide. Non come l'Eneide, però, ma come le storie di Topolino.

(Per nobilitare il post, la butto in filosofia. Paolo Virno, Parole con parole. Poteri e limiti del linguaggio: "Certo, non si può pronunciare senza imbarazzo qualcosa come 'Paolibile', 'Giovannibile', 'Elenibile': ma la trasformazione dei nomi propri in altrettante disposizioni sarebbe, forse, una mossa grammaticale in grado di simboleggiare il paradosso della contingenza".
Il guaio è che, invece che in -ibile, i nomi si trasformano in -eide.  E l'individuale non si fa potenziale, ma caricaturale).

 

Postato da Azioneparallela | 15:48 | commenti

Non ce l'ho fatta

Non ce l'ho fatta a ignorare, come si dovrebbe, Luca Volonté. Sicché vi linko il suo impeccabile articolo su L'incredibile cinismo dei genitori di quei genitori di Foggia, ma poi anche l'incredbile cinismo dell'onorevole Volonté, post di Antonio Vigilante, che conosce la vicenda.
(grazie a bioetiche).

[Mi dispiace di avere appreso solo adesso la vicenda. La petizione non ha più senso firmarla, ma dargli visibilità credo sì. Perciò la ricopio qua sotto (questo il link)]:

Davide è nato il 28 aprile agli Ospedali Riuniti di Foggia. Subito dopo la nascita è stato trasportato in terapia intensiva neonatale per uno pneumotorace. Nelle ore, nei giorni successivi le notizie si sono susseguite, in un crescendo che ha via via eroso la speranza: Davide forse non ha i reni, Davide certamente non ha i reni, Davide ha la sindrome di Potter. Nome simpatico per una malattia terribile. I bambini affetti da sindrome (o sequenza) di Potter non hanno i reni, hanno i piedi torti, non hanno o hanno poco sviluppati gli ureteri e la vescica, hanno malformazioni al viso (facies di Potter) e, nel 60% dei casi, malformazioni intestinali ed anorettali. Nel caso di Davide, a ciò si aggiunge l’altissima probabilità di danni cerebrali per mancanza di ossigeno durante il parto. La prognosi per la sindrome di Potter è “costantemente infausta” (R. Domini-R. De Castro, Chirurgia delle malformazioni urinarie e genitali, Piccin, Padova 1998, p. 96). Quasi tutti i bambini affetti da questa malattia muoiono subito dopo il parto. Nel caso di Davide, le cose vanno diversamente. Il bambino sopravvive alle prime ore. Nei giorni successivi le sue condizioni polmonari migliorano, fino a non rendere più necessaria la respirazione artificiale.
Nel raccontare i nudi fatti abbiamo tralasciato di riferire lo stato d’animo dei genitori. Non occorre spendere molte parole: ognuno può figurarselo. I genitori di Davide passano dalla felicità per la nascita al dolore, alla speranza che cerca di alimentarsi frugando nelle pieghe dei resoconti dei medici. I quali, però, di speranze non ne lasciano. L’indicazione che ricevono dai sanitari è chiara: un bambino con quella malattia non può sopravvivere, insistere sarebbe egoismo. Si rassegnano, comprendono. E’ doloroso, ma bisogna fare i conti con la realtà. Quando Davide comincia a respirare da solo, la situazione cambia di colpo. Ai genitori, che con non poca sofferenza hanno accettato una situazione così disperante, si chiede ora di fare una scelta: evitare ogni ulteriore trattamento, oppure autorizzare la dialisi. Non è una scelta facile. Nessun genitore vorrebbe arrendersi alla morte del figlio. Ma la dialisi è forse, in questo caso, una forma di accanimento terapeutico. Una terapia dolorosa ed invasiva che con ogni probabilità non eviterà a Davide la morte. I genitori sono confusi. Non è facile passare dalla gioia al dolore alla speranza alla rassegnazione. Né è facile capire cosa è bene e cosa è male per Davide. Chiedono tempo. Vorrebbero discuterne con il comitato etico dell’ospedale. Nella rivista eMedicine si legge che nel caso di sindrome di Potter con pneumotorace “può non essere indicato un ulteriore trattamento”, e che “la decisione dev’essere presa dopo una discussione con i genitori”. Così vanno probabilmente le cose all’estero; non in Italia. Nessuna discussione, nessuna riunione del comitato etico. Con un atto di forza incomprensibile ed umanamente deprecabile, il primario del reparto di terapia intensiva degli Ospedali Riuniti si rivolge al Tribunale per i Minori di Bari per chiedere la sospensione dei genitori di Davide dalla potestà genitoriale, ottenere di esserne nominato tutore e autorizzare, in quanto tutore, il suo trasferimento presso un ospedale attrezzato per la dialisi. Viene accontentato. Con provvedimento del 10 maggio il Tribunale per i Minori di Bari sospende la potestà genitoriale dei genitori di Davide. La decisione è presa “inaudita altera parte e senza ulteriori approfondimenti del caso”, dice il provvedimento. Che vuol dire: senza ascoltare i genitori di Davide e senza nemmeno chiedersi cos’è una sindrome di Potter.
Ora Davide si trova presso l’ospedale Giovanni XXIII di Bari. Vi è stato trasportato senza che i genitori venissero informati; hanno saputo dove si trovava il figlio solo a trasferimento avvenuto. Ai medici dell’ospedale di Bari, persone umane e premurose, non sono stati forniti i numeri di telefono dei genitori di Davide.
Le condizioni di Davide sono attualmente disperate.
Non è facile, in situazioni così gravi e difficili, fare la cosa giusta. Sbagliare è comprensibile, sempre; in questi casi lo è di più. Ma è difficile non scorgere in alcuni passaggi della storia che è stata raccontata una incomprensibile insensibilità nei confronti di persone che si sono trovate ad affrontare un grande dramma umano. Il provvedimento di sospensione della potestà genitoriale è offensivo e umiliante, ed ha arrecato una grande sofferenza psicologica a persone già duramente provate.
Per questo chiediamo che il provvedimento venga sospeso e che venga riconosciuto ai genitori di Davide Marasco il diritto di dire la loro sul futuro di loro figlio e sui trattamenti medici cui sottoporlo.

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09/06/2008
Il cantiere aperto della laicità

Si parla, a ragione, di crisi della cultura laica. Ma nessuno, credente o non credente che sia, può trarne motivo di soddisfazione, almeno finché tiene alla laicità dello Stato. E se ad essa credenti e non credenti tengono, è perché è un valore; e così i laici in crisi, in attesa di tempi migliori, possono dire di averne, per loro fortuna, almeno uno (e fondamentale, perché posto a fondamento dello Stato). Ma in cosa consiste propriamente la crisi? Due sembrano le diagnosi prevalenti. La prima: la laicizzazione ha progressivamente eroso l’identità cristiana dell’Occidente. La crisi è una crisi di identità. La seconda: la ragione laica ha progressivamente perso fiducia nella capacità di orientare l’uomo. È così sfociata nel relativismo, nell’indifferentismo, nel nichilismo (queste parole non significano la stessa cosa, ma sempre più spesso si lascia credere che così sia). Le diagnosi prevalenti sono anche convergenti. Se infatti uno smarrisce la propria identità, smarrisce facilmente anche la fiducia nella possibilità di conoscere e perseguire il proprio bene. E viceversa: se uno non sa più quale sia il suo vero bene, è molto difficile che mantenga un forte senso di identità. In un modo o nell’altro, la cultura laica sembra incapace di dare risposte a domande ineludibili relative al senso dell’esistenza, tanto individuale quanto collettiva.
Che le domande di senso - le domande circa la natura e il destino dell’uomo, o sul valore della vita e il suo vero bene - riescano a un tempo irrisolte e però ineludibili, può essere considerato anche questa una manifestazione della crisi: a lungo la modernità ha creduto infatti o di poter dare a tali domande una risposta del tutto laica e immanente, oppure di poterle relegare in uno spazio strettamente individuale, in modo da eluderne l’impatto nella sfera pubblica. Ma le risposte non sono venute, né si possono più eludere le domande. Da questa crisi, dalla deludente assenza di risposte e dalla insistente persistenza delle domande, dovrebbe muovere il dialogo fra credenti e non credenti. Il quale avrebbe perciò quest’unica condizione, che «gli uni e gli altri credano che esista un bene umano e che questo bene umano possa essere conosciuto e perseguito» (F. D’Agostino, Avvenire, 5-6-2006). Non è una condizione di poco conto: se non altro, è molto più che non il mero rispetto del fondamentale diritto di libertà di ciascuno di dire la propria su qualunque argomento, diritto che dovrebbe essere sufficiente a garantire la laicità dello spazio pubblico e la sua agibilità per tutti, credenti e non. Tuttavia D’Agostino ha ragione ad alzare la posta in gioco. Non sono sicuro, ma suppongo che quando si parla di nuova laicità, di laicità sana o di laicità positiva si intenda fare rifermento proprio a questa condizione non meramente formale o procedurale, per la quale la costruzione di una «società bene ordinata» costituisce l’obiettivo verso il quale indirizzare l’impegno comune di laici e religiosi. Ha ragione nel dire cioè che in ciò consiste la provocazione della Chiesa alla cultura laica, la quale non può fare finta di nulla, e ha ragione pure quando respinge la rozza semplificazione con la quale a volte, da parte laica, si indulge a rappresentare la fede in termini strettamente fideistici, ossia irrazionali. La prima regola di ogni dialogo autentico consiste infatti nell’accettare il modo in cui la parte con cui si dialoga comprende se stessa. E nella tradizione cristiana, come Benedetto XVI ricorda sempre, Dio è (anche o anzitutto: la teologia è una roba complicata) logos, cioè appunto ragione, sebbene questa ragione non sia la mera razionalità strumentale della scienza e della tecnica moderna. Non è però sui significati di ragione che intendo soffermarmi in ultimo, quanto proprio sulla provocazione. Per rispondere alla quale devo chiedere a mia volta che si accetti il modo in cui la cultura laica autocomprende se stessa. E non è in termini piattamente relativistici, indifferentistici o nichilistici che lo fa, al suo meglio. Al suo meglio, la cultura laica può ben dire in cosa consista il «bene umano oggettivo», per usare l’espressione che D’Agostino predilige. Può dire che tale bene consiste nelle differenze tra i diversi piani di vita che gli uomini perseguono, e che queste differenze sono le stesse che apprezziamo nei mille contesti in cui amiamo la molteplicità delle esperienze, la varietà dei colori e dei sapori della vita di cui riempiamo le nostre esistenze. Non c’è intelligenza che non si arricchisca o non diventi adulta cercando da sé il modo di ordinare queste esperienze, invece di essere ordinata dall’alto. Solo che, per questo, ci vuole un po’ meno paura di perdere la propria identità, e un po’ più di fiducia nella capacità dell’uomo di esperire senza smarrirsi la ricchezza della vita. Se questa fiducia viene accordata, anche il dialogo tra credenti e non credenti sarà meno animato da riflessi identitari e più aperto alla comprensione reciproca. Sarà quel che deve essere in una democrazia.
(Il Mattino)
 

Postato da Azioneparallela | 15:04 | commenti (6)

06/06/2008
Laicità positiva: una vacanza, una seduta, un sms (e una domanda demoniaca)

1. Vacanza a Maiori, Costiera amalfitana. Sul mare. Due adulti e tre bambini: una notte, due pranzi. Spesa complessiva: 120 euro. Presso gli amici di San Francesco, nella Casa adiacente la chiesa: se non è laicità positiva, questa...

2. Di ritorno da una faticosa giornata al mare, nell'androne buio e fresco, con gli occhi ancora abbagliati dal sole, perdo di vista Enrico. - Enrico, dove sei? -. - Sono qui, papà. Sono seduto su Dio -. Che poi in realtà non era Dio, ma l'immagine di un santo barbuto, su una lastra di pietra che giaceva in un angolo dell'androne.

3. Mando un messaggio via sms, e mi accorgo che il programmino di scrittura veloce del mio cellulare mette al primo posto "sarà", al secondo "papa", e solo al terzo "papà". E poi dice che la presenza della Chiesa, ecc.

4. Leggo stamane: "Il mio governo non può che compiacere il Pontefice e la Chiesa". Concedo totum: valori irrinunciabili, presenza pubblica, libertà di esprimere il proprio pensiero su tutto (in verità: son cose che concedo volentieri a tutti), ma compiacere... Non sarà che la famosa tentazione demoniaca alberghi nelle parole con cui non il leader di un partito, ma il Presidente del Consiglio ha espresso "l’apprezzamento che il Papa ha voluto dare al nuovo clima che si è instaurato in Italia con l’avvento della nostra parte politica al governo"?

(Morale: una cosa è sedersi, un'altra sdraiarsi).

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31/05/2008
E il comitato nazionale di bioetica non dice nulla?

Un caso scandaloso di eugenetica migliorativa

Postato da Azioneparallela | 19:11 | commenti (2)

30/05/2008
Finitudine finitezza

Chi l'avrebbe mai detto che la mia vecchia tesi di laurea sarebbe finita sulle pagine de L'espresso!! Sarà stato per giustificare l'appellattivo di "giovane". Oppure per il titolo, sufficientemente spaventevole per dare l'idea dello studio accademico. E dire che il titolo originario, che aveva l'ancor più orrifico "finitudine" al posto di "finitezza", mi costò una borsa di studio all'Istituto di Studi Storici di Napoli. Il fatto è che francesizzava troppo, esistenzialeggiava troppo, Kant essendo, ad evidenza, tedesco e non francese, e non esistenzialista, ma casomai razionalista (critico, però), sicché secondo gli esaminatori il titolo era già così sbagliato, ma così sbagliato, da rendere sostanzialmente inutile la lettura di quel che veniva dopo il titolo.

P.S. E quest'anno, per la prima volta da quel dì, gli studenti cassinati si sono beccati il mio primo corso kantiano sulla deduzione. A volte anche i più tremendi traumi possono essere superati.

Postato da Azioneparallela | 11:55 | commenti (3)

29/05/2008
Quel che la fede

"Quel che la fede può fare non è dirti cosa è giusto, ma darti la forza di fare ciò che è giusto"

Chi l'ha detto?

a. Hermann Melville b. Friedrich Nietzsche c. George W. Bush d. Tony Blair e. Padre Pio f. Martin Lutero g. Papa Giovanni Paolo II h. Daniel Dennett i Madonna l io.

(Che poi mi piacerebbe sapere da voi se queste parole contengano un biasimo o un elogio. So quel che ne penserebbero Socrate o Spinoza, mi domando cosa ne pensiate voialtri)

Postato da Azioneparallela | 23:04 | commenti (12)

Prolusione

Nella prolusione del Cardinale Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, mons. Angelo Bagnasco, si legge:
“Esprimere liberamente la propria fede, partecipare in nome del Vangelo al dibattito pubblico, portare serenamente il proprio contributo nella formazione degli orientamenti politico-legislativi, accettando sempre le decisioni prese dalla maggioranza: ecco ciò che non può mai essere scambiato per una minaccia alla laicità dello Stato”.
Sono d’accordo. D’Alema è d’accordo: siamo a posto. Poi mons. Bagnasco aggiunge:
“La Chiesa non vuole imporre a nessuno una morale “religiosa”: infatti essa enuncia da sempre – insieme a principi tipicamente religiosi – i valori fondamentali che definiscono la persona, cuore della società. Proprio perché fondativi, essi sono di ordine naturale, radicati cioè nell’essere stesso dell’uomo, anche se il Vangelo li assume e rilancia illuminandoli di luce ulteriore e piena”.
Il giudizio su ciò che la Chiesa ha fatto e fa, se cioè essa si sia limitata in passato e si limiti oggi a enunciare, e a enunciare soltanto, è di pertinenza dello storico, e a lui lo lascio. Che valori fondamentali che definiscono la persona siano di ordine naturale è invece proposizione filosofica, e filosoficamente assai contestabile. (E ampiamente contestata.) Direi anzi che la contestazione è l’opinione più diffusa e meglio sostenuta. Per la contestazione ascoltata più di recente dalle mie orecchie, dovrei rimandare all’intervento di Esposito alla Summer School di ItalianiEuropei. In ogni caso, dal momento che secondo Bagnasco si tratta di ordine naturale (e cioè razionale), lo pregherei di mettere a disposizione la relativa dimostrazione. Se invece non è a una dimostrazione che ci si appella, ma ad una qualche fondamentale intuizione morale, lo pregherei di mettere a disposizione la relativa teoria dell’intuizione. Io per esempio, l’intuizione in questione non ce l’ho, e vorrei capire perché.
Faccio notare poi che l’argomento abbozzato da mons. Bagnasco nel passo successivo (che fine fanno i diritti in mancanza di un radicamento assoluto nella giustizia?), è un argomento esigenziale: si vuole (anch'io voglio,in effetti) che non facciano una brutta fine. Mons. Bagnasco scrive infatti: “Quando ai diritti umani si nega la loro intrinseca verità, per la pretesa di adattarli continuamente a contesti culturali, etnici e religiosi differenti, o di ridurli al rango di procedimenti metodologici, si causa inevitabilmente la loro erosione interna”. E cioè: siccome non voglio (e, forse, per lui: nessuno vuole) che siano erosi, devo negare che siano da adattare a contesti differenti. Che siano cioè relativi (la facilità con cui si passa tuttavia da: relativi a contesti differenti, a: relativi tout court, nel senso corrente e corrivo del termine, non finisce mai di stupirmi)
Un argomento esigenziale non è, in generale, un buon argomento. In particolare, se c’è accordo sul fatto che i diritti umani non vanno erosi, a cosa serve l’ulteriore fondazione metafisica? È una corroborazione del tutto fittizia: visto che si fonda su quel volere, una tale fondazione non può possedere più forza di quanta ve ne sia in quel tal volere (posto che di forza ve ne sia).
Mons. Bagnasco continua:
“Ma perché un simile processo si inneschi, è necessario il riconoscimento del valore trascendente e, in ultima istanza, religioso proprio di ogni persona, «il punto più alto del disegno creatore per il mondo e la storia»”.
Sulla necessità di un simile riconoscimento in ultima istanza dobbiamo fidarci della parola di mons. Bagnasco, perché, almeno nella prolusione, non c’è altro.
 
C’è però un sacco di altre cose interessanti. Tra queste, metto la convinzione che il nostro tempo è il migliore perché è quello che ci è stato provvidenzialmente assegnato. Poiché è migliore non per il contenuto ma per la forma (per il fatto, cioè, che ci è stato assegnato, e solo per questo), il giudizio di Bagnasco sul nostro tempo è compatibile con qualunque condizione materiale di vita. E ogni tempo si rivela il tempo migliore per chi ha vissuto in quel tempo (dal punto di vista – almeno – della Provvidenza). “La lettura della storia suggerita della fede”, messa così, non serve a gran che. Tra le cose interessanti metto anche la denuncia della cultura nichilista, che consiste essenzialmente nella “convinzione che nulla di grande, bello, nobile ci sia da perseguire nella vita, ma che ci si debba accontentare di un «qui ed ora», di obiettivi di basso profilo, di una navigazione di piccolo cabotaggio, perché vano è puntare la prua verso il mare aperto”. Non discuto questa accezione di nichilismo (filosoficamente parlando: non è la più profonda); mi limito a ricordare quel che in ultimo hanno sentito le mie orecchie che Todorov, al seminario della Summer School: che una morale laica, immanente, persino umana troppo umana, è ben capace di additare cose grandi, belle e nobili, dall’amore per i propri figli a quello per il proprio paese. Cose, insomma, che non si fermano al «qui ed ora».
Infine, le linee guida della legge 40, il provvedimento in questione “comporta oggettivamente il rischio di promuovere una mentalità eugenetica, inaccettabile ieri al pari di oggi”. Qui trovo colpevole la genericità dell’espressione: «mentalità eugenetica». E in ogni caso mi preoccupa quell’avverbio: oggettivamente. Sembra che significhi: indipendentemente dalle intenzioni di chi opera la scelta di non impiantare l’embrione a seguito di un certo esito diagnostico, posto anche che la scelta nasca unicamente da preoccupazioni per la salute della donna, oggettivamente essa è portatrice di una mentalità eugenetica. Forse ‘mentalità’ sta per ‘effetti’: essendo complicato sindacare quel che la gente ha in mente, sarebbe più opportuno parlare degli effetti eugentici, sulla popolazione, di scelte simili. Ma è molto discutibile che il miglioramento della specie umana sia di per sé un fatto negativo e deprecabile, deprcabile anche quando non sia nelle intenzioni di chi compie la scelta che ha tra gli effetti un simile miglioramento. È certo peraltro che se la scelta in questione fosse dettata dalle migliori intenzioni, ma comportasse la soppressione di una persona, sarebbe moralmente da condannare: non però perché eugenetica, ma perché omicida. Il che equivale a dire che mons. Bagnasco sta perlomeno presupponendo che l’embrione sia persona: solo a queste condizioni, ha ragione di preoccuparsi della diagnosi preimpianto, ma la preoccupazione per la mentalità eugenetica è in tal caso perfino superflua, visto che si tratta di sventare omicidi.
 
 
Ciò detto, non so se sia il centro della prolusione ma sicuramente è il centro delle preoccupazioni di Bagnasco: dico il problema educativo e la capacità di persuasione dei media, su cui Bagnasco si sofferma lungamente. Poi ci sono l’ONU, la crisi alimentare, il problema degli stipendi e delle pensioni, il problema dei rifiuti, quello delle morti sul lavoro, quello dell’immigrazione, quello della sicurezza: “l’ampia rassegna di temi”, insomma, non manca. Quel che manca, è l’impressione che la Chiesa voglia giocare su questi ultimi temi, su cui pure l’impegno è massimo, il senso della propria presenza nel Paese.
Ma non si può avere tutto, da una prolusione.

Postato da Azioneparallela | 12:38 | commenti

28/05/2008
Sfide culturali

"Parlare di tensione vuol dire escludere qualsiasi tipo di traduzione della morale in psicologia morale, di questa in neurobiologia e tanto meno l'instaurazione di un nesso causale o funzionale tra cervello e comportamento. Tale tensione chiama piuttosto in causa la persona che s esprime attraverso il suo cervello e, di conseguenza, può viverlo in maniera anche contraddittoria, passiva e al tempo stesso attiva: come oggetto fisico che una malattia può distruggere o indebolire e che la scienza insegna a conoscere, ma anche come parte di sé con cui intrattenere un rapporto consapevole" (L. Boella, Neuroetica, Cortina, Milano 2008, p. 51).

La persona che si esprime attraverso il cervello? Vivere il proprio cervello in maniera contraddittoria? Intrattenere un rapporto consapevole col proprio cervello? Molte e appassionanti sono le sfide culturali che ci attendono.

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