Babele
Babele
 
07/11/2009
Quella finanza che non cambia.

Interrompo un lungo silenzio, confidando di tornare a scrivere sul blog, prima o poi. Ma il silenzio lo interrompo con un articolo di Muchetti, che cito integralmente. Una cosa che non ho fatto quasi mai: Quella finanza che non cambia L’India scambia dollari contro oro ceduto dal Fondo moneta rio internazionale e il prezzo del metallo giallo vola al massimo storico. In 6 anni, la Cina ha raddoppiato in si lenzio le riserve auree, altri emergenti fanno incetta di lingotti. Numeri piccoli, certo: l'India compra 200 tonnellate per 6,7 miliardi di dollari, la merce è rara. Non torneremo al vecchio gold standard , ma la nuova febbre dell'oro segnala la tendenza diffusa all’investimento delle riserve non più in valute occidentali ma in materie prime: quasi che i beni reali stiano diventando la moneta di ultima istanza di fronte alla carta di cui Federal Reserve e Bce hanno inondato il mondo sulla base di un patto fiduciario ormai traballante. Dice il ministro delle finanze indiano, Pranab Mukherjee: «Le economie americana ed europea sono collassate». Le economie dove la finanza da serva si è fatta padrona per consentire a pochi di guadagnare tantissimo indebitando i più. Molti banchieri occidentali sono invece ottimisti. Le Borse si sono un po’ riprese e l’investment banking ma cina di nuovo profitti e bonus. Non importa quanto a lungo l’economia reale debba faticare per tornare ai li velli, anche occupazionali, del 2007. E nemmeno se il debito degli Stati e delle fa miglie sia ancora tutto lì, nella sua immane grandezza. Nouriel Roubini parla di una nuova bolla? E’ la solita Cassandra. Come l’oste del proverbio, i banchieri tornano a dirci che il loro vino è buono. La grande dimensio ne è segno di modernità: al massimo, è sbagliata quella del vicino. La banca universale resta il modello: prestare al cliente, costruirci derivati come prima, assumere partecipazioni, metterselo in casa come socio amico, organizzarne le obbligazioni, speculare con i denari dei depositanti, tutto «crea valore per l’azionista». Sì, ci sono conflitti d’interesse, ma basta la corporate governance . I governi, le banche centrali e le authority sembrano impotenti. Avevano promesso di voltare pagina, ma si sono infilati in negoziati inconcludenti su quanto capitale in più serva all’esercizio del credito e su come si debbano pesare i ri schi. E i banchieri inglesi, nonostante i fallimenti, resistono perfino alle blande idee della Financial Services Authority . La rinascita degli anni Trenta, dice Gui­do Rossi nell’intervista di ieri a Daniele Manca, fu se gnata dal Glass Steagall Act, che separava il credito commerciale dalla finanza, e dalla costituzione della Sec, l’Autorità di controllo di Wall Street. Il giurista in voca — e a ragione — il ritorno del diritto nel deserto creato dalla deregulation, il primato della politica alta in luogo delle alchimie tra regolati potenti e regolatori timidi se non complici. Ma le regole rooseveltiane ebbero un senso in tanto e in quanto si accompagnarono a una politica economica che determinò una gigantesca redistribuzione del reddito dai ricchissimi alla clas se media: il fondamento di una nuova cittadinanza. Alla vigilia della crisi, l’Occidente era tornato a concentrare la ricchezza nelle ma ni degli happy few, pochi eletti, come negli anni Venti del Novecento. Pensare alle banche senza invertire il pendolo della distribuzione come strada maestra del ritorno all’economia reale, rischia di essere una battaglia persa.

Postato da Azioneparallela | 10:10 | commenti

26/10/2009
Coca-cola e solidarietà

Che cosa c'è di più stressante di accompagnare in piscina i figli? Dico a parte la corsa, lo spogliatoio, l'attesa, poi di nuovo lo spogliatoio? Che c'è di più stressante se uno non sa ancora vestirsi da solo, mentre l'altra ci mette un'ora ed esce che deve ancora asciugare i capelli? C'è Mauro, ecco che c'è. Il quale ti martella con la coca-cola, vuole la coca-cola, papà la coca-cola, dai la coca cola papà, e quando tu, consapevole degli altissimi rischi che corri accontentandolo, perché tutto il parentado disapprova fortemente una simile condiscendenza, quando tu però realizzi che non potendo sgridarlo oltre un certo limite o passi alle maniere forti o gli compri la coca-cola, essendo peraltro convinto che il parentado dopo tutto ha torto nell'attestarsi su una linea di ferma intransigenza, quando insomma tu infili la monetina nel distributore e tiri fuori la coca-cola, certo non ti aspetti che Mauro abbia prima bisogno di fare cacca. E allora si fa la cacca, secondo tutte le buone regole che governano il fare cacca in un bagno pubblico (non si tocca nulla, la si fa sospesi nell'aere, al termine gli si infila bene bene la canottiera nello slippino, non si indietreggia quando Mauro dice e ridice e insiste che vai là papà la faccio da solo lasciami papà, eccetera eccetera). Dopo di che non è che Mauro abbia dimenticato la coca-cola, che ha anch'essa le sue buone regole perché la lattina non va bene. E allora ti prendi un caffè, in fondo è cosa buona, poi vai in bagno e sciaqui il bicchiere di plastica, e finalmente stappi questa cacchio di lattina di coca-cola. Mauro si siede, vuole il bicchiere pieno fino all'orlo, tu contratti un pochino, riesci a fermarti poco dopo la metà, Mauro ti gratifica con un sorridentissimo "grazie papà!", ma appena ha finito di bere il suo bicchiere di coca-cola, anche in questo caso secondo le buone regole che impongono di sorseggiarlo poco a poco perché la coca-cola è fredda, quando è tutto finito e tu guardi con occhio languido il libro che hai lasciato sul tavolino nella speranza di poterne leggere almeno qualche riga, ecco che la situazione volge bruscamente al peggio. Mauro ha mal di pancia. Ho mal di pancia papà!, papà mi fa male la pancia, papà mi fa male! Allora tu capisci che devi affrettarti, che bisogna tornare in bagno. Mauro andiamo in bagno, papà mi fa male la pancia, dai Mauro forse devi fare ancora cacca, no papà mi fa male. E insomma tu lo sospingi verso il bagno ma non fai a tempo ad arrivare che Mauro vomita. Mauro vomita la pasta, l'insalata, la frittata, la banana, e innaffia il tutto con quella stramaledetta coca-cola. Ed è allora che la popolazione di mamme che ti circonda ti guarda con muto ma infinito rimprovero, implacabile come quello che deve accompagnare il reprobo all'inferno. Perché hanno visto tutte che tu gli hai comprato la coca-cola, è inutile che dai la colpa a un virus, all'influenza o a chissà che. C'è solo un papà che, pietoso e compartecipe, ti porge un paio di fazzoletti di carta, e tu capisci in un istante cosa vuol dire la solidarietà umana, e quanto sia rara.

Postato da Azioneparallela | 19:04 | commenti (4)

Il primo atto per ripartire

Una cosa è certa: il nuovo segretario del Partito democratico non potrà sedersi sugli allori. Pierluigi Bersani non godrà di un periodo, né breve né lungo, di luna di miele con gli iscritti e gli elettori che lo hanno scelto. Avrà però una base importante da cui partire: l’affluenza ai seggi. La dimostrazione di vitalità che il «popolo delle primarie» ha dato finora, ogni volta che è stato chiamato alle urne, rende improbabile, anzi persino autolesionistico, accantonare lo strumento. Ciò non toglie però che il nuovo segretario dovrà accordarlo meglio con la natura e le esigenze politiche del partito, ancora tutte da precisare. Non si può, infatti, cominciare ogni volta da tre: voto degli iscritti, voto nelle primarie, infine eventuale voto dei delegati. Con tutto il rispetto per la Bolivia, che Vassallo ha portato ad esempio per difendere la sua stravagante creatura, lo statuto del Pd andrà cambiato. I rischi di legittimazioni contrapposte, nei diversi momenti di un iter congressuale assai lungo, sono troppo alti perché il Pd possa correrli un’altra volta. Ma non è l’unica cosa a cui bisognerà metter mano. Oltre a uno statuto, il Partito democratico si è dotato di un codice etico e di una carta dei valori. Come diceva Pascal, cose del genere viene voglia di sottoscriverle anche senza conoscerle: difficile infatti immaginare che vi sia nulla di men che condivisibile. Eppure, nonostante codice e carta, il Pd fatica a trovare una via condivisa, e mette innanzi all’opinione pubblica piuttosto le sue divisioni in questa materia (divisioni che peraltro si trovano anche nello schieramento opposto) che non le assai più urgenti, e più qualificanti, ricette per uscire dalla crisi. Ora che Tremonti fa l'elogio del posto fisso e frena il governo sull'abolizione dell'Irap, si vorrebbe ad esempio sapere: veramente il liberismo è di sinistra? Quale cultura economica starà dietro le proposte del Pd? Come si fa a far ripartire il paese? Poiché un congresso in cui discutere le famose piattaforme programmatiche dei tre candidati non c'è stato, è lecito aspettarsi che questo lavoro di costruzione di una proposta politica venga avviato subito. Entro un partito che, per stare in campo, dovrà essere per forza di cose un po' meno liquido di quello che si era inizialmente voluto. Accanto al profilo della proposta di governo, al Pd e al suo segretario toccherà definire anche una seria proposta istituzionale. Legge elettorale e funzione dei partiti, riforma costituzionale e alleanze politiche sono questioni fra loro intimamente intrecciate: un partito che voglia incalzare politicamente la maggioranza ed il governo deve tornare a fare scelte chiare anzitutto su questo terreno. Scelte per le quali forse c'è già una bussola: respingere le spinte populiste, contrastare quindi le sirene berlusconiane e le pulsioni leghiste, ma anche certe intemerate dipietriste, sulle quali difficilmente si può costruire qualcosa. I candidati alla segreteria sono stati più volte sollecitati a pronunciarsi sulla politica delle alleanze. Ora, è evidente che di una simile questione il Pd potrà venire a capo solo se la saprà affrontare dal verso giusto. Che non è quello di misurare le attuali differenze con gli uni o con gli altri, ma casomai le future convergenze su un possibile assetto politico-istituzionale - cosa di gran lunga più importante, storicamente e politicamente, di tutte le questioni in cui il Pd inciampa e tentenna quotidianamente. Non si tratta, d'altra parte, di un terreno lontano: le elezioni regionali sono alle porte, e il Partito democratico deve essere subito capace di dimostrare di saper aggregare le forze che in questo momento sono all'opposizione intorno a una comune idea del Paese e del possibile esito della transizione italiana. Anche perché, con la nascita del Pdl e la bandiera federalista bene in vista, il centrodestra appare per la prima volta in vantaggio non solo elettoralmente, ma anche dal punto di vista della fisionomia politica da assicurare al proprio campo e all'intero sistema politico. Da ultima, ma non per ultima, la questione morale coi suoi molti risvolti. Il Pd non dovrà avere a questo riguardo la minima incertezza. Il che però non significa che la si debba eleggere, insieme allo stendardo del rinnovamento, a surrogato di una linea politica. Un surrogato di linea va bene solo per il surrogato di un partito, ed è bene augurarsi che da oggi, finalmente, il Pd non lo sia più.

Postato da Azioneparallela | 14:38 | commenti (2)

25/10/2009
Puzzle. L'uomo a pezzi e la filosofia

Mauro cammina dinanzi a me dondolando la testa a destra e a sinistra. Io gli sfioro i capelli e gli chiedo:
- Perché questa testa qua si muove? -
- La testa si può muovere, papà -
- E chi è che la muove? -
- Mauro! -
- Ma Mauro non è nella testa? -
- No! -
- Allora dov'è Mauro? -
Mauro si tocca la pancia e sfodera un largo sorriso: - Qua! -
- Ma questa è la pancia! -
- Sì! -
- Allora Mauro è nella pancia? -
- No! -
- E dov'è Mauro, allora? -
Mauro si piega, si tocca i piedi, le gambe, la pancia, la testa: - Qua, qua, qua, qua. Tutti questi pezzi sono Mauro -
- Allora Mauro è fatto di tanti pezzi? -
- Anche tu, papà! -
- Eh, già! -
(che se l'avessi potuto filmare... Comunque: prossimamente su Red TV)

Postato da Azioneparallela | 15:52 | commenti

08/10/2009
Socratismi

Ma il Lodo Alfano è incostituzionale perché la Corte Costituzionale lo ha bocciato, o la Corte costituzionale lo ha bocciato perché è incostituzionale?

Postato da Azioneparallela | 09:58 | commenti (11)

02/10/2009
Cravatte

Oggi sono stato in Parlamento, Sala della Lupa. Cravatta obbligatoria, mi dicono, e così, non avendone, ne ho comprato una dalle parti di Campo de' Fiori, alla modica somma di 8 Euro. Dopodiché sono andato. C'era il Presidente della Canera, Gianfranco Fini, che ha parlato per primo. Aveva una spettacolare cravatta rosa. Io non riuscivo a staccare gli occhi dalla cravatta.

No, veramente ci riuscivo. Però mi chiedo se vi sia un nesso fra la cravatta e il posizionamento politico di Fini dentro il Popolo della Libertà.

Postato da Azioneparallela | 18:25 | commenti (3)

30/09/2009
Socialismo uno spettro per l'Europa

Forse il modo migliore per capire la crisi dei partiti socialisti europei, è guardare le destre al governo. In verità, la crisi parla chiaro di per sé: in Germania, l'SPD non era andata mai così male. Francia e Italia hanno già svoltato a destra, mentre in Gran Bretagna la sconfitta di Gordon Brown alle elezioni del 2010 appare nell'ordine delle cose. Resta Zapatero, il Portogallo e probabilmente la Grecia di Papandreu: un confronto con i governi della metà degli anni Novanta, quando l'Europa era per due terzi a guida socialista, dà la misura dello spostamento. Che non è solo elettorale, ma, a quanto sembra, politico e culturale. Non si tratta solo di numeri, ma di prospettive. Sul piano politico, i problemi su cui si costruisce l'agenda dei paesi europei sono l'immigrazione, la sicurezza, l'identità nazionale: su tutti, la destra sembra avere una risposta in sintonia con le preoccupazioni dell'opinione pubblica, mentre la sinistra appare ancora in cerca di parole d'ordine credibili.
Neanche la crisi economica sembra avere offerto atout alla sinistra, vuoi perché nelle sue ultime e più significative esperienze di governo (Clinton e Blair, soprattutto) si era fatta senza grandi difficoltà alfiere della globalizzazione, scoprendosi così meno pronta a comprenderne la crisi, vuoi perché prevale un'interpretazione della crisi in chiave morale: la colpa è dell'avidità della speculazione mondiale, le regole c'erano ma sono state smantellate per torbidi intrecci di interessi; ripristinandole, tutto tornerà in ordine. Ora, è chiaro che una simile interpretazione consente alla destra di avere una risposta, di tipo paternalistico, e persino di tenere un tono severo nei confronti dei ciechi meccanismi di mercato (Sarkozy e la Merkel, e da noi Tremonti, quando indossa i panni di censore della finanza cattiva).
Sul piano culturale, il campo d'osservazione dovrebbe allargarsi di molto, poiché l'impasse attuale viene da lontano: dal '68 e dalla difficoltà di assorbirlo, a sinistra, entro l'esercizio della democrazia politica (Sarkozy ha vinto «contro il '68»), dalla crisi del marxismo sanzionata storicamente dalla caduta del muro di Berlino (Berlusconi lucra una rendita di posizione parlando ancora oggi dei «comunisti»), dall'erosione del paradigma keynesiano e fordista (così che l'esperimento modernizzatore di Blair pare infine essersi risolto in una prosecuzione del tatcherismo con altri mezzi). Ma in breve: qual è il leader della sinistra europea che sappia o possa alzare la voce, quando pronuncia (se le pronuncia) le parole chiave della sua tradizione: uguaglianza, progresso, diritti, emancipazione, antifascismo? Non è questo il modo in cui si rende più evidente la sua afasia?
Restringiamo ora il campo di osservazione, e guardiamo nuovamente alle elezioni tedesche: la CDU della Merkel ha vinto in termini di seggi, non in termini di voto. Ad avanzare elettoralmente sono stati i liberali. L'SPD ha perso voti alla sua sinistra, dove li ha raccolti la Linke di Lafontaine, e a favore di un'astensione mai così alta in Germania. Il che significa che, a Berlino, quel che resta del modello sociale di mercato, nella cui tradizione si colloca la CDU di Angela Merkel, dovrà assorbire le robuste dosi di liberismo che proveranno a iniettargli i liberali.
Questa è però la lezione del voto, che la sinistra dovrebbe imparare. La destra vince perché riesce a tenere insieme, senza perdere credibilità, spinte diverse e persino contraddittorie. Riesce a tenere dentro di sé un'anima moderna e tecnocratica, ma ad essere anche paladina dei valori tradizionali; riesce ad apparire insieme protezionista e liberista, populista e liberale – e da noi persino secessionista e nazionalista, a seconda dei luoghi e delle circostanze.
Non è una critica, ma un elogio. In Italia e in Europa, alla sinistra sembra invece che la tentazione di andare al centro e la necessità di ricollegarsi alla sinistra radicale siano irrimediabilmente inconciliabili. I suoi dirigenti spesso parlano come se l'opera che una volta si sarebbe detta di costruzione dell'egemonia sia per principio impossibile. Partono cioè già sconfitti. Ed è forse tutto qui, il problema: che alla sinistra sembra impossibile quel che la destra, invece, riesce tranquillamente a fare. Il che dimostra, banalmente, che l'egemonia, al momento, sta da un'altra parte.
(Il Mattino)

Postato da Azioneparallela | 13:18 | commenti (3)

25/09/2009
Fini, biotestamento, libertà di voto

Può darsi che il dibattito parlamentare sul testamento biologico faccia alla Camera qualche passo in più rispetto al Senato. Il dibattito, prima ancora che la legge. Nelle parole con le quali ieri il Presidente Fini ha assicurato che la libertà di coscienza di ogni parlamentare sarà doverosamente rispettata, non c'è solo una mera rassicurazione formale, ma anche l'impegno a favorire una discussione sciolta da rigidi pregiudizi ideologici o confessionali. Nello stesso senso va la lettera dei venti parlamentari del Pdl che, scrivendo a Silvio Berlusconi dalle colonne de Il Foglio, hanno auspicato che l'ormai imminente esame della legge, a Montecitorio, si svolga in un clima meno conflittuale e più dialogico. Infine, anche il quadro politico più generale sembra muoversi di conseguenza, attorno all'iniziativa dispiegata da Fini, Casini e Rutelli in cerca di ragionevoli convergenze fra laici e cattolici.
Naturalmente i punti controversi restano, primo fra tutti la questione della sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione artificiali, che nel testo Calabrò già approvato al Senato è vietata senza se e senza ma. Ma se la laicità è anzitutto un metodo, allora questi tentativi di dialogo hanno perlomeno il merito di praticarla di fatto, senza la paralizzante paura di compromettere principi e valori irrinunciabili che, in quanto tali, non potrebbero neppure essere proposti alla discussione e alla decisione di legge. Una stagione di aspre contrapposizioni aperta da uno slogan troppo intransigente ("sulla vita non si vota", ai tempi del referendum sulla legge 40) proseguirebbe molto meglio se, messi dinanzi all'inaggirabile compito di legiferare, si provasse ad affrontarlo con senso di responsabilità, confidando che il quadro costituzionale entro il quale va scritta la legge sia robusto abbastanza per difendere la vita, come vogliono i sostenitori del testo Calabrò, senza però mortificare i fondamentali diritti di libertà di ognuno, come vogliono quanti auspicano significative modifiche a quel testo.
Vedremo la legge. Ma quel che intanto si comincia a vedere è, finalmente, un esercizio paziente di ragionevolezza, il tentativo di far avanzare i termini di un accordo possibile, e intorno ad essi la fatica squisitamente parlamentare della mediazione (dopo tutto, in Parlamento si parlamenta: ci si sta per quello, e non solo per ratificare decisioni prese altrove). È una prova importante, il cui significato va probabilmente al di là del testo di legge (pur importante) che sarà licenziato dalla Camera, e chiama in causa il senso stesso dell'agire politico.
Qualche tempo fa, il filosofo Stephen Toulmin si domandò provocatoriamente se i nuovi problemi posti dalle scienze della vita non avessero salvato l'etica da un lento ma apparentemente inesorabile declino. Si può oggi persino sospettare, vista la sua crescente rilevanza generale, che la bioetica, nata dall'incontro dell'etica con le tecnologie applicate alla vita umana, abbia a sua volta salvato la vita alla filosofia tutta intera, che sembra tornata ad avere qualche utilità nell'articolazione delle buone ragioni (proprie e altrui).
E la politica? Viene salvata o strangolata dalla bioetica? Resta uno spazio per la politica, una volta che i dilemmi morali occupano la scena, oppure le tocca in sorte di morire, schiacciata sotto il peso di questioni ultime che si sottraggono a quel luogo di mediazioni e di negoziazioni che è il Parlamento? La qualità del dibattito parlamentare che si svolgerà nelle prossime settimane sarà anche un modo per misurare la capacità della politica di compiere ancora una volta l'operazione per cui è sorta in età moderna, insieme agli Stati nazionali e alla loro complesse architetture giuridico-costituzionali: quella di trasformare laicamente le irresolubili questioni ultime in più malleabili questioni penultime, senza pretendere di risolvere a colpi di legge il mistero della vita e della morte.
(Il Mattino

Postato da Azioneparallela | 07:45 | commenti (1)

23/09/2009
Luca Caselli e un vecchietto

Alle 18.10 di domenica 20 settembre, Luca Caselli, nato a Sassuolo il 19 settembre 1972, tre figli, laureato in giurisprudenza e avvocato libero professionista, consigliere comunale dal 1995 e dal 2004 anche consigliere provinciale, membro del Comitato Provinciale del PdL di Modena e sindaco di Sassuolo in carica, si è guardato intorno, ha guardato poi con evidente irritazione il vecchietto che aveva a fianco, e per non subire ancora l'onta delle sue parole si è alzato, gli è scivolato alle spalle ed è sceso dal palco. Prima di andarsene, ha camminato nervosamente ai margini della piazza, fatto qualche telefonata, parlato con un paio di persone. Poi se ne è definitivamente andato. O almeno io non l'ho più visto.

Il vecchietto però ha continuato a parlare. Con la sua voce sottile, appena tremolante, chiedendo perdono, ma ha continuato a parlare: di un ministro della cultura che parla contro la cultura, e di altri misfatti recenti. Luca Caselli non se l'aspettava. Al vecchietto avevano dato un tema, Comunità e carità, che pareva il più conciliante possibile. E lui, del resto, si era all'inizio mostrato conciliante, muovendo da un passo dei Promessi Sposi, del 'nostro'  Alessandro Manzoni. Un passo tratto dal capitolo XXXVI, quello in cui Renzo incontra al lazzaretto Padre Felice. E il tema era svolto nei termini del terzo, del terzo per il quale una comunità si costituisce come tale, e finché le cose si tenevano a quest'altezza, a questa generalità, Luca Sasselli seguiva il vecchietto senza troppa difficoltà: a chi non piace Manzoni? Quando però il terzo è diventato il frate che va a mani nude in mezzo ai lupi, Luca Sasselli si è rabbuiato. E quando il vecchietto ha preso a dire - come Padre Felice: con la corda al collo - che lui in giro vede solo lupi, e a chiedersi dove siano più i frati di cui ha bisogno una comunità per esser tale, allora Luca Sasselli deve aver pensato che la misura era colma, che quel vecchietto non stava facendo più cultura, ma propaganda, e che perciò non poteva restare un minuto di più. Ma il vecchietto non si è scomposto. Ha continuato, senza alzare i toni ma senza nemmeno abbassarli, perché non si fa un Festival di Filosofia solo per ricevere un comodo supplemento d'anima sul calar della sera, perchè confinare la filosofia in un recinto estetico, o genericamente culturale, è non far filosofia, perché non si parla in piazza se non si ha riguardo al fatto che è in una piazza che si parla, di fronte ai simboli civili e religiosi di una comunità, e perché pazienza per il patrocinio, mi scuserà l'organizzazione del festival, ma filosofo non è colui che fa la guardia al bidone di benzina, ma colui il quale gli dà fuoco.

Il vecchietto era Carlo Sini (e il passo del Manzoni col discorso di Padre Felice si trova qui)

Postato da Azioneparallela | 09:38 | commenti (6)

21/09/2009
Filosofia, un bene comune

Centocinquantamila presenze, migliaia di persone che si sono mosse quest’anno fra Modena, Carpi e Sassuolo per ascoltare le lezioni magistrali che il Festivalfilosofia propone ogni anno, da nove anni, nelle piazze, nelle chiese, nei palazzi delle città ospitanti. Programma ricchissimo, densissimo, affollatissimo. Mentre Cacciari parlava in Piazza Grande, a Modena, sul tema del prossimo come si presenta oggi: con il volto dello straniero, dell’immigrato, dell’extracomunitario, Vincenzo Vitiello, a Sassuolo, mostrava come sia andato in frantumi l’intera tradizione teologico-politica dell’Occidente. Mentre Richard Sennett rifletteva sulle scomparse e forse risorgenti comunità di mestiere, Marc Augé, l’antropologo dei non-luoghi, si esercitava sul tema politicamente assai scottante delle frontiere. E in contemporanea erano in programma anche Esposito e Bianchi, Galimberti e Severino, Vandana Shiva e Ferraris, Natoli e Sini, Curi e Nancy e via via tutti gli altri.
Non basta: per tre giorni, durante il Festival, le gallerie d’arte inaugurano personali e collettive, si tengono mostre e spettacoli e cene filosofiche; dappertutto si vedono i libretti rossi del programma, le maglie gialle degli addetti allo staff, le t-shirt e le borse a tracolla con il logo del festival, e persino i distributori automatici non di sigarette o profilattici, ma delle lezioni delle precedenti edizioni del festival, raccolte in comode ed economiche ‘paginette’ con il volto pensoso del filosofo in copertina.
Si possono scegliere due strade, di fronte a eventi del genere: giudicarli fenomeni imponenti ma superficiali, dettati dalla moda e dal consumo, oppure chiedersi se non sia proprio la comunità – il tema del Festival di quest’anno – la ‘cosa’ che tutti cercano tra un concerto e una lezione, un aperitivo a base di prosecco e una passeggiata in piazza, mentre il filosofo parla e le biciclette si fermano e il brusio della folla si attenua fin quasi a cessare. A ragione il Consorzio che da quest’anno gestisce il Festival ragiona intorno alla possibilità di esportare la manifestazione in altri luoghi d’Italia – per esempio al Sud, dove mancano distretti culturali del genere. E dove c’è da vincere una sfida: intellettuale e civile, prima ancora che organizzativa o economica. “Non si tratta semplicemente di commercializzare un marchio – dice la professoressa Borsari, l’anima del Festival – ma di riflettere sui nuovi modelli di fruizione della cultura, sulla pedagogia delle nuove generazioni, sul tramonto dei vecchi comparti del sapere e sull’effettiva voglia di comunità che sembra prepotentemente venire a galla, in occasioni del genere”.
Non bisogna disperare, dunque. Al filosofo supercilioso non si chiede di abbandonare per sempre le aule e i libri, ma di mettere in circolo il sapere, per le vie per le quali può scorrere oggi; e allo spettatore distratto non si offre solo qualche edulcorata pillola di accattivante saggezza, ma casomai di seguire la lezioni prendendo appunti: e in effetti, è abbastanza impressionante vedere la quantità di quadernetti e bloc-notes e penne impegnate a seguire con attenzione (a volte persino in piedi, a volte per terra addossati gli uni agli altri sotto una calda e umida tensostruttura) le difficile e talvolta aspre parole degli oratori.
Eppure a sentire Carlo Galli la comunità è oggi poco più di un miraggio. Specie per noi italiani. “Ha ragione Della Loggia: un ethos degli italiani non c’è”. Non c’è una comunità per la buona ragione che non c’è più nemmeno un individuo. Di solito i due termini – gli individui da un lato, la comunità dall’altro – sono presentati come opposti. Come incompatibili. Dare agli uni significherebbe togliere all’altra. E invece non è affatto così. Se non c’è comunità, è proprio perché oggi siamo per lo più in presenza non di individui, ma di “soggetti assoggettati” – dice Galli – “a cui vengono perciò fatte consumare in modo meramente sentimentale offerte di comunità fittizie”. Costruire comunità non significa dunque inventarsi spazi chiusi e protetti, in cui difendere gli individui dalle loro più profonde paure, o dalle minacce esterne, ma inventarsi invece luoghi in cui gli individui possano aprirsi gli uni agli altri, ed essere così davvero individui, nella loro irriducibile differenza. Essere, insomma, cittadini, nel senso robustamente civico della parola. E dunque: oltre “la comunità di sperma e sangue” di cui a partire da Vico ha parlato a Modena Roberto Esposito, in direzione di un uso critico della parola e del sapere. I Festival, in fondo, quando riescono davvero, non solo nei numeri ma nella testa dei partecipanti, dovrebbero servire a questo.
E il prossimo anno si ricomincia. Il tema dell’edizione 2010 è stata infatti già annunciato. Sarà la fortuna.
(Il Mattino)

Postato da Azioneparallela | 18:44 | commenti (2)

16/09/2009
O' Festivallo

Da venerdì a domenica Festival Filosofia a Modena Carpi Sassuolo, con succosissimo programma. Il sottoscritto annunzia al mondo che ci andrà. Per lavoro, ma ci andrà.

Postato da Azioneparallela | 09:15 | commenti (4)

15/09/2009
Gli allegati e gli elenchi

I giornalisti sono meravigliosi: fanno domanda per partecipare al bando per il conferimento di incarico di insegnamento universitario in assenza di qualsiasi pubblicazione diversa dagli articoli di giornale. Che peraltro, essendo tanti tantissimi, neppure si peritano di allegare.

(Però ci sono pure quelli o quelle che non mancano di elencarle, le pubblicazioni. E che per insegnare, che so, Estetica, ritengono utile far presente alla Commissione di avere contributo alla stesura del Calendario di Padre Pio o dell'agenda di Suor Paola)

 

Postato da Azioneparallela | 16:06 | commenti (1)

14/09/2009
La morale dell'economia

Ma che genere di scienza è, l’economia? La crisi da cui stentiamo ancora a venire fuori ha, tra le altre cose, riproposto una domanda del genere. Il biografo di Keynes, Robert Skidelsky, ha ricordato di recente quel che tutti sanno (anche se spesso dimenticano): che cioè, nonostante i sofisticati modelli matematici a cui fa volentieri ricorso, la scienza economica non ha affatto raggiunto lo statuto di una scienza esatta. «È una scienza morale, non naturale», diceva Keynes, e come tutte le scienze morali riesce meglio a descrivere come vanno le cose che non a prevedere come andranno. Nessuna equazione matematica può contenere il significato di un atto economico, e immaginare di descrivere il comportamento degli individui a prescindere dal significato dei loro atti è una pura illusione. Skidelsky ha proposto perciò una ricostruzione del sapere economico basata sul reinserimento e la valorizzazione, nei curricula accademici, di discipline filosofiche, sociologiche, storico-politiche.
Ora, dal momento che nell’ambito delle scienze modernizzazione significa matematizzazione, l’idea di Skidelsky è sembrata antimoderna; e invece ci riporta diritti alle origini del progetto illuministico della modernità, quando l’economia si affacciò per la prima volta alla ribalta pubblica, in mezzo all’etica e alla politica. La cosa accade in Francia, con Quesnay, in Scozia, con Adam Smith, ma anche a Napoli, per merito del primo che in Europa tenne una cattedra di economia, Antonio Genovesi, che, dal 1754, fu Regio Accademico di «Commercio e Meccanica», e scrisse poi il suo capolavoro in materia, Delle lezioni di commercio o sia di economia civile, apparso nel 1768.
Dalle sue prime ricerche metafisiche Genovesi si volse all’economia «per riguardo all’umana felicità», convinto cioè che le scienze e le arti dovessero essere utili all’uomo: alla sua “miglioria”. Può darsi che sulla svolta abbiano pesato le accuse di eterodossia che si era attirato con i suoi primi studi, o che a favorirla sia stata una certa affinità intellettuale con le esperienze più avanzate della cultura europea: sta il fatto che Genovesi non mise molto a passare dall’utilità della religione a fini civili a quella dell’economia, delle scienze agrarie e più in generale di una filosofia “tutta cose”. In quegli anni, l’interesse individuale si andava liberando dei pregiudizi morali e religiosi che da sempre lo accompagnavano: Mandeville aveva spiegato, nella Favola delle api, che i vizi privati (cioè gli egoismi individuali) si convertono, nello spazio pubblico, in virtù, e Adam Smith avrebbe di lì a poco inventato la metafora della “mano invisibile” per spiegare come l’agire dei singoli possa produrre, a livello generale, effetti inintenzionali e tuttavia razionali. Anche Genovesi seppe riconoscere la centralità del momento individuale nel dispiegamento della vita economica, ma difese l’idea che, ci sia o no il tocco di una mano invisibile, spetti comunque ai governi mettere una ben visibile mano nella realizzazione di una politica economica indirizzata al benessere dei popoli. E a guidare quella mano doveva essere la conoscenza dei luoghi e degli uomini, della storia e delle lettere, più che quella dei numeri.
Il più brillante allievo napoletano di Genovesi, l’abate Ferdinando Galiani, ebbe dal suo maestro almeno due atout da giocare: la prima consisteva nell’avviso a non mutare la fiducia illuministica nella ragione umana in un dogmatismo artificioso, che al suo maestro fu sempre estraneo; la seconda, nel cercare con ostinazione il punto in cui i saperi e i poteri potessero coniugarsi insieme per promuovere la pubblica felicità.
Galiani giocò egregiamente la prima carta. Sul tavolo della scienza economica, il trattato Della moneta, scritto a poco più di vent’anni, penetrava nei segreti della politica monetaria dei Principi come nessuno prima d’allora, mentre il successivo Dialoghi sui grani mostrava la scintillante capacità dell’abate di disfarsi di quei teoremi che, come certe operazioni perfettamente riuscite, fanno morire il paziente. La concretezza delle analisi di Galiani era contenuta nel principio, che ispira ancora troppo poco i nostrani legislatori, secondo il quale non deve «una legge che vieta alcuna cosa duellare col guadagno che la consiglia».
Ma la seconda carta fu giocata da Galiani assai meno bene: chiamato da Lord Acton e dalla regina Carolina nel Supremo Consiglio delle Finanze, non seppe incidere veramente negli indirizzi di governo. Preferì anzi, per mero tornaconto personale, comportarsi da cortigiano più che da statista, dimostrando così che, all’incrocio dei saperi e dei poteri, è sì da evitare il dottrinarismo astratto, ma anche il difetto contrario: la conversione del realismo in puro cinismo.
Passa un secolo, poco più. Napoli è ormai una delle città del nuovo Stato unitario. Dopo l’unificazione, ha perduto d’un colpo tutte le risorse, per lo più legate allo status di capitale, che ne avevano in passato alimentato la grandezza. La “questione meridionale” diviene così la forma nuova e drammatica in cui si pone il problema che ebbe a suo tempo Genovesi: come innescare lo sviluppo economico, sociale e civile del Mezzogiorno, come favorire la saldatura fra la consapevolezza delle scienze economiche e sociali circa l’arretratezza del Sud e l’azione politica riformatrice, in grado di porvi rimedio.
In questa partita, che non si gioca più alla corte di Ferdinando ma nei quartieri di Napoli, il punto più emblematico di elaborazione è forse rappresentato dagli scritti di Francesco Saverio Nitti.
Non diede Nitti solo un contributo di conoscenza – dati e cifre che lui amava snocciolare per confutare le opinioni correnti, ad esempio: che Napoli ingoiasse più risorse pubbliche, o che il sistema tributario favorisse il Mezzogiorno, mentre accadeva esattamente il contrario, e il Nord compiva il suo grande balzo in avanti con l’aiuto delle risorse finanziare del Sud e la sua trasformazione in un mero mercato di consumo per le merci del Nord – non diede solo questo, ma elaborò anche un progetto di industrializzazione di Napoli che, acquisito dal governo Giolitti, doveva in certo modo guidare gli investimenti pubblici nei decenni successivi.
Ma l’economia è una scienza morale: scienza degli uomini, ancor più che del denaro o delle merci. A leggere Napoli e la questione meridionale si rimane colpiti dal coraggio con il quale Nitti si appella allo «spirito di opposizione» che deve crescere in città, per contrastare le politiche nordiste del governo centrale e il clientelismo del governo locale. Ma colpisce anche la mancanza di qualunque chiara indicazione delle forze sociali e politiche che avrebbero dovuto coltivare questo spirito: e contare solo su profeti più o meno ascoltati non è mai stata una buona politica. L’industrializzazione di Napoli non è stata, così, una storia a lieto fine.
Da allora è trascorso un altro secolo: non invano, ma senza tuttavia che i problemi del Mezzogiorno siano andati a soluzione. Alla generazione che oggi è chiamata a riproporre con forza la questione meridionale come questione nazionale tocca nuovamente cercare quel punto di congiunzione tra saperi e poteri già più volte avvistato, e più volte sfuggito. La modernità mostra aspetti ancora nuovi e diversi, ma, guardando indietro a chi cercò con determinazione di portarla a Napoli, si scopre che essa rimane purtroppo ancora sempre davanti, come un progetto incompiuto.
(Il mattino, 25 agosto)

Postato da Azioneparallela | 11:27 | commenti

13/09/2009
Sinfonia dal mondo nuovo

E domani per ben due figli sarà il primo giorno nel mondo di Maria Stella Gelmini.

(I genitori, per accompagnamento)

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12/09/2009
Sabato sera

Finalmente una serata "comme il faut": Frienn' Magnann'. A scelta: pasta e cozze, fritto misto, paranza, patatine fritte, zeppole fritte, cuoppo e barchetta (che sempre fritti sono). E naturalmente balli latino-americani.

(Centro sociale Aiello, frazione alta di Baronissi. Su un motivo di Loretta Goggi).

Postato da Azioneparallela | 22:59 | commenti (1)

11/09/2009
Autolinea Napoli-Salerno ore 15

"Esiste una stanchezza dell'intelligenza astratta, che è la più spaventosa delle stanchezze. Non pesa come la stanchezza del corpo, né inquieta come la stanchezza della conoscenza emotiva. E' un peso della coscienza del mondo, un non poter respirare con l'anima"

(F. Pessoa, Il libro dell'inquietudine)

Postato da Azioneparallela | 17:00 | commenti (1)

10/09/2009
Illuministi al patibolo

«Ho sentito la voce di Ercole nelle pagine della Scienza della legislazione». Ci sono dunque stati, a Napoli, uomini capaci di esprimere le loro idee con la forza di un Ercole. E di imporle all’attenzione del mondo: dei circoli illuministici milanesi – da cui proviene il giudizio citato, che è di Alessandro Verri – come di quelli europei dove l’opera di Gaetano Filangieri fu subito letta e tradotta, varcando persino l’oceano, per ispirare l’opera di uno dei padri della costituzione americana, Benjamin Franklin.
E ci sono state, soprattutto, le idee, e la capacità di individuare i mali endemici della società napoletana, e la volontà di mettervi mano. Con la tragica fine della repubblica del 1799, la stagione in cui la filosofia volle andare «in soccorso de’ governi» non si concluse felicemente. Ma senza quel soccorso non è che le cose siano andate molto meglio, nei duecento anni successivi. Né si può dire che quelle idee non tracciassero un profilo di modernizzazione del Regno, di cui non vi fosse assoluto bisogno.
E di cui non vi sia ancora oggi bisogno, per non lasciare che la politica si dibatta fra la mera amministrazione dell’esistente (non di rado: la cattiva amministrazione) e le improvvise fiammate populistiche, che faranno pure cantare di giubilo i sanfedisti di ogni epoca, ma che lasciano le cose come prima, o peggio di prima.
Si sente però la parola filosofia e subito si sospettano chissà quali velleitarie astrattezze. Del resto, entrare «con la fiaccola della filosofia nelle tenebre del Foro» non doveva essere semplice, allora. Non lo è nemmeno oggi. Ma se c’era una cosa che questa schiera di uomini – il Filangieri della «Scienza», o Francesco Pagano, autore di quel piccolo capolavoro che sono le «Considerazioni sul processo criminale», o Melchiorre Delfico, che condusse una vigorosa battaglia culturale contro gli abusi della giurisprudenza – se c’era una cosa che costoro avevano chiara, era che bisognava abbandonare i cieli della pura speculazione, e mettere la filosofia (cioè le idee, i saperi, e la cura dell’universale) a servizio dell’esperienza la più terragna possibile.
E il terreno di elezione di questo straordinario disegno riformatore era quello indicato dal giovane Filangieri: non i libri di teologia ma i codici, le leggi. Un terreno difficile, sul quale ci si doveva muovere con decisione, allo scopo di spezzare il tradizionale e soffocante equilibrio fra togati e feudalità, ammodernare l’assetto politico-istituzionale del Regno e migliorare le condizioni economiche e sociali di larghi strati della popolazione.
Vasto programma. Ma chi non ne sente ancora oggi l’esigenza? Chi non vede che c’è ancora oggi l’esigenza di stabilire un valido patto di cittadinanza, superare gli interessi particolari e recuperare la fiducia nei poteri pubblici? E per dove passa, quest’azione riformatrice? Gli studiosi contemporanei hanno coniato la formula del pan-penalismo, a proposito dell’abnorme estensione del diritto penale nelle società contemporanee: il che non si traduce affatto in più giustizia, ma, spesso, in paralisi amministrativa, e soprattutto nell’investimento dell’azione penale di inediti significati simbolici (quindi politici): i giudici d’assalto, la spettacolarizzazione della giustizia, i verdetti a mezzo stampa, e a volte persino l’avviso di garanzia o un’intercettazione come via breve alla celebrità.
Tanto più sarebbe necessario, allora, che le forme e i modi del processo stiano nell’alveo che la modernità giuridica ha tracciato per esso. Proprio per questo, a leggere oggi le pagine che Pagano dedica al diritto penale, si rimane ammirati per l’attualità della sua lezione. Si aprono libri che non hanno nulla di polveroso, e che a parte l’italiano settecentesco potrebbero ben figurare nei programmi politici dei partiti italiani, se tra un repentino cambio di nome e l’altro trovassero ogni tanto il gusto di riannodare le fila della storia patria. Basti pensare alle proposte in tema di giustizia: alla battaglia per la certezza del diritto, alla dura critica del rito inquisitorio, basato sulla segretezza degli atti istruttori, sulla disparità di rapporto fra accusa e difesa e sull’ampia discrezionalità del magistrato nella fase di raccolta delle prove. Son trascorsi più di due secoli, e non si può ancora dire che questo nodo cruciale sia stato del tutto sciolto, nell’ordinamento giuridico italiano. Si pensi anche alla chiarezza con cui Pagano chiedeva la separazione di inquirenti e giudicanti, e al rifiuto di ogni compressione delle libertà individuali e delle garanzie della difesa a fini di prevenzione generale del crimine o per qualunque altra superiore utilità sociale: una coscienza del valore irrinunciabile dei diritti fondamentali da far impallidire tanti riformatori di oggi.
Nei «Saggi politici», Pagano diede prova di saper intendere con il necessario realismo, anche grazie alla lezione di Vico, il senso dei processi storici e politici nei quali iscrivere la propria azione. La parola virtù, spiegava ad esempio, viene da «vis», che vuol dire forza: la morale della politica non consiste infatti in un’astratta predicazione del bene, ma nel disporre le forze in campo in modo che esse contribuiscano insieme alla libertà civile. Non c’è virtù pubblica, infatti, che possa imporsi a dispetto di ogni convenienza. Convenienza, d’altronde, è una strana parola, che bisogna saper leggere: non dice infatti solo egoismo e opportunismo, ma indica il luogo in cui gli interessi individuali debbono venire insieme – con-venire, appunto – per trovare il modo della loro composizione. La virtù di Pagano e degli illuministi napoletani non era dunque il «fiat giustitia, pereat mundus», ma qualcosa come «fiat mundus, pereat iniustitia»: solo al sorgere di un nuovo mondo storico e civile, ordinato dalle leggi, perirà l’ingiustizia, e  l’ineguaglianza sociale.
Pagano morì sul patibolo. All’inquisitore che in carcere gli comunicava beffardo che a volere la sua testa non era solo la Corte, ma anche il popolo per il quale si era tanto battuto, pare abbia risposto che sarebbe morto contento se ci fosse stato veramente un popolo capace di imporre la sua volontà ai magistrati. Non era uno sbuffo di astratto e impotente furore giacobino, che avrebbe contraddetto tutta la sua esperienza ‘garantista’ di avvocato penalista. Non era l’auspicio di una giustizia popolare che rovesciasse il verdetto del persecutore, ma l’amara consapevolezza che nessun disegno di riforma politica e civile sarebbe mai potuto riuscire senza essere fatto proprio da una più larga volontà collettiva. Sarebbe stato contento, Pagano, se il popolo avesse battuto un colpo non sul parquet del tribunale, ma là dove la volontà popolare era stata chiamata a manifestarsi: a quel dì, in soccorso della filosofia andata in soccorso dei governi; oggi, più semplicemente, nelle urne.
E in verità, se davvero lo facesse, saremmo ben contenti pure noi.
(Il Mattino, 18 agosto 2009) 

Postato da Azioneparallela | 08:29 | commenti

08/09/2009
La filosofia oltre l'abisso

Il 2 dicembre 1851 il colpo di Stato di Luigi Bonaparte liquida, in Francia, la seconda Repubblica. La speranza di una rivoluzione democratica in Europa sembra sepolta per sempre. Un uomo, che fino allora aveva vissuto nell'incendio della politica e della storia, e che nel '48 era stato costretto a lasciare Napoli, scrive in lettera a Camillo De Meis: "Ci sono certi tempi, in cui lo spirito, o quel che diavolo sia, si nasconde e si ritira nel fondo dell'esistenza e degli avvenimenti. Allora la vera regina di questo mondo sembra la forza e l'arbitrio degli uomini, e la vita non ha alcun pregio". Quell'uomo era Bertrando Spaventa, e dal suo ritrarsi dal turbine degli avvenimenti per dedicarsi agli studi filosofici nascerà il filone più robusto dell'hegelismo napoletano: la nuova alba della cultura meridionale e nazionale, come ebbe a dire Benedetto Croce.
Il senso della svolta di Spaventa (che non fu solo sua personale, ma di buona parte degli hegeliani di Napoli) non fu però quello di un amaro ripiegamento interiore, di un dorato isolamento intellettuale. La "filosofia alemanna" era per Spaventa lo strumento di un progetto culturale di ricostruzione ideale e civile di tutta la nazione: la continuazione della lotta politica con altri mezzi. Non era possibile altrimenti: non lo era per chi come Spaventa sentiva la filosofia come "un principio vivente", per chi provò sempre a declinare insieme filosofia e vita nazionale, per chi aveva scritto in gioventù che "i filosofi sono i precursori della rivoluzione", e per chi, in età matura, non penso mai che i compiti più arditi della logica speculativa appartenessero ad un mondo diverso da quello in cui tuona "la potenza degli archibugi, dei cannoni e della mitraglia".
Il fatto è che il filosofo napoletano aveva trovato, come spiegò Giovanni Gentile pubblicando i suoi scritti, la "chiave d'oro" della filosofia moderna: nessun superamento dell'opposizione fra soggetto e oggetto, fra spirito e natura, fra ideale e reale, fra essere e dover essere "è possibile in linea di pura teoria". L'opposizione stessa tra teoria e prassi risultava perciò puramente teorica, cioè astratta, e a darne dimostrazione era chiamata l'intera filosofia moderna: l'homo faber rinascimentale, l'elogio della mano di Giordano Bruno, il principio vichiano del verum factum, la scoperta della storia come orizzonte intrascendibile dell'agire umano, l'attualismo, infine, come verità definitiva della filosofia. Tutto confluiva in un unico pensiero, che lo spirito è non altro che il suo stesso farsi, e che nell'attività in cui eternamente si dispiega è principio e fine a se stesso.
Pensiero grande e terribile. Pensiero abissale, in cui sprofonda l'intera filosofia moderna. Perché esso non esalta solo la forza del pensiero che innerva l'intera realtà, ma anche il pensiero della forza, che riceve da quella proposizione una temibile patente di razionalità. Non aveva forse detto Hegel che la forza dello spirito è grande quanto la sua estrinsecazione? E questo non significava anche che la forza non può non valere come criterio ultimo di verifica della realtà e verità dello spirito?
Tutto, comunque, meno che una pacifica disputa tra dotti era allora la filosofia. E il contrario di quel che oggi, per scrollarsi di dosso le tragedie del '900, finisce con l'essere: una mera "voce nella conversazione dell'umanità", per dirla con Richard Rorty. Ma se è solo una voce fra tante, perché dovremmo ascoltarla, a preferenza di altre? Solo perché è una voce colta e bene informata?
Ben altrimenti la cosa doveva presentarsi a Croce e Gentile, che in modo diverso raccolsero l'eredità dell'hegelismo napoletano. In entrambi, il problema della filosofia non si presenta mai nelle forme edulcorate in cui sembra scadere oggi, come una sorta di emolliente che ci protegge dalle asprezze della storia. In entrambi, la filosofia cade in un orizzonte nazionale ed europeo che ne misura necessariamente la forza e la serietà, perché nel pensiero non può non vivere la "potenza realizzatrice". di cui parlava Spaventa.
Certo, presero strade assai diverse: furono infatti vicini nel comune impegno per la nuova Italia, ma per Gentile il fascismo doveva dare a quell'idea forza e capacità di realizzazione, mentre per Croce era piuttosto il momento più aspro di rottura con la tradizione, che bisognava riportare, modernizzandola, all'altezza del proprio tempo.
Cominciando da dove? Questa, che è per solito una domanda etico-politica, fu per lo Spaventa maturo una domanda di natura speculativa. Che Gentile risolse nell'autoposizione dello spirito, riconoscendo nel fascismo la figura storica dello spirito che si appropria assolutamente della propria origine e del proprio destino. Che Croce invece, non avendola compresa abbastanza, si limitò a relegare tra le anticaglie della vecchia metafisica: seppe così guardarsi dalla violenza filosofica e politica del gesto gentiliano, ma non sfiorò nemmeno la radicalità di quella domanda.
Spaventa no: Spaventa non poteva non provarvisi, per sperimentare il limite interno in cui il pensiero si imbatte ogni volta che cerca di afferrare se stesso. E non poteva non farlo anche perché era esperienza che temprava tutto il suo carattere, e politicamente la sua idea di libertà. Come infatti il suo pensiero speculativo fu per spiriti forti, così il suo liberalismo non fu per imbelli. Basta leggere quel che diceva al fratello Silvio, parlando di certe cattive compagnie: "È una razza di liberali che io aborro, perché non ha nessun principio che meriti questo nome: pensano – o, per dir meglio, dicono di pensare – ciò che pensa il tale e tale, che è uomo potente, ricco, e che dà dei buoni pranzi: sono un altro genere di livrea". E quanto poco, ancora oggi, abbia bisogno il paese di livree, invece che di pensieri forti, non è difficile a immaginarsi. Se almeno si vuol tenere ancora fede all'idea di libertà: perché "chi dice libertà dice libertà di tutti, e non dice privilegio di alcuni".
(Il Mattino)

Postato da Azioneparallela | 14:03 | commenti

07/09/2009
Stup

Da sempre affascinato dal verbo e perciò sempre tentato di stupefarmi, non posso non segnalare queste stupefascenti domande, e l'ancor più stupefacente risposta.

(Il titolo segnala la nota parentela etimologica fra lo stupore e la stupidità)

Postato da Azioneparallela | 18:46 | commenti (2)

Ho perduto il caricabatteria, ci vuole un po' prima che riabbia il cellulare acceso

Messa nel titolo la cosa più importante, metto qui l'esordio della relazione tenuta lo scorso 4 settembre sul Viaggio in Italia di R. Rossellini, a Scala, nell'ambito del festival del Grand Tour, e un piccolo pezzetto centrale. I più bravi sapranno ricostruire tutto il resto: 

 

“La lettura di questo «Viaggio in Italia» ci ha vivamente e dolorosamente sorpresi. Il lavoro – malgrado il suo titolo altisonante e classicheggiante, non ha infatti nulla a che vedere con la precedente letteratura sull’argomento (Goethe, Stendhal, ecc.)”.
Il giudizio poi prosegue e si comprende che si sta parlando non di un libro o di note di diario, e neppure, ci mancherebbe, di questo mio breve intervento, ma di un film: “Questo ‘viaggio’ cinematografico – si legge infatti – è geograficamente assai limitato e si riduce allo spazio tra Terracina e Torre del Greco, compreso, si intende, Napoli”.
 [....]
 
Per questo non vorrei essere frainteso: non sto dicendo (né Hegel ci sta spiegando) che ci sono tante Italie quanti sono gli sguardi che si posano su di essa. Questa è, nel campo dell’arte e della teoria estetica, il modo (questo sì veramente sciatto e negligente) con il quale si usa oggi la parola “relativo”, “relativismo”: ognuno ha la sua opinione, tutte hanno uguale dignità e tutte si equivalgono, a me piace questo a te piace quello, io la vedo così tu la vedi colì eccetera eccetera: se la pensiamo così, se la mettiamo così, non faremo mai un’esperienza che sia una, nel senso forte e dialettico del termine. Il che non significa neppure, però, all’altro estremo, che l’oggetto se ne stia lì immobile, nella sua identità e verità, mentre mutano gli sguardi, cioè le opinioni su di esso. Questa è a sua volta – mi verrebbe voglia di dire per polemizzare un po’ – l’opinione assai banale di molti, Papa compreso quando polemizza col relativismo (e col soggettivismo, e col nichilismo: come se fossero la stessa cosa), ed anch’essa non è all’altezza dell’esperienza: della cosa stessa, come dicono i filosofi.
No, quel che ci vuole per capire la dialettica dell’esperienza è quello che un grande filosofo francese del ‘900, Maurice Merleau-Ponty, chiamava una ontologia dell’essere-visto. E scriveva le parole “essere-visto”, col trattino per intendere che il vedere appartiene all’essere, non piove sulle cose provenendo da un’altra parte. Merleau-Ponty faceva tra gli altri esempi quello delle mele di Cézanne".

Postato da Azioneparallela | 15:32 | commenti (2)

Troppo cristocentrismo, via

Venerdì sera, a Salerno, andava in scena un colloquio fra Vito Mancuso e Marco Pannella, dal titolo: "Come e quali credenti, oggi, qui".

Non so se abbiate la pazienza di sorbirvelo tutto: io l'ho avuta (anche se al mio fianco il Venerabile commentava disincantato che la cosa migliore della serata erano le sedie), anche perché ero andato lì apposta, con l'intenzione bellicosa di porre a Mancuso una domanda a partire dal libro, L'anima e il suo destino, che avevo letto nel 2007, a dicembre (insieme a Patrimonio, di P. Roth: ricordo la cosa per qualche ragione). La domanda lascia perdere l'idea di fondo del libro - che c'è una fresca corrente che ci porta ben benino dalla materia fino allo spirito, all'infinito e oltre -, e si sofferma su un punto al quale mi pareva che un teologo dovesse tenere un po' di più di quanto non facesse Mancuso nel libro. Ma mi sbagliavo.

P.S. Se scorrete la colonna degli interventi, a destra, vi potete risparmiare le due ore complessive, e limitarvi a domanda e risposta.

Postato da Azioneparallela | 09:33 | commenti (7)

03/09/2009
Fono-logo-

Non capisco perché Barroso se la sarebbe presa: i portavoce afoni erano una bellissima idea, per snidare finalmente il fonologocentrismo dell'Occidente.

(Che se poi Berlusconi sapesse che per Derrida il fono-logo- è anche un fono-logo-fallo-centrismo...)

Postato da Azioneparallela | 15:10 | commenti (1)

Udite Udite

Una bella notizia, affamati lettori di filosofia che vi domandate ogni giorno: ma dov'è la nuova filosofia teoretica italiana? Ma dove sono i giovani filosofi, le giovani leve? (Vale, per la parola "nuovo" e per la parola "giovane", in filosofia, quello stesso che si dice in politica: sicché fate voi).
Ma ci sono i giovani filosofi! Ma ci sono, le giovani leve! E sotto l'esperta guida di Rocco Ronchi (che sempre giovane è, secondo gli standard accademici, ma un po' meno giovane) hanno finalmente prodotto il nuovissimo Palazzi! No, il nuovissimo Zanichelli! No, il nuovissimo manuale
Filosofia teoretica. Un'intorduzione, della UTET (che se lo acquistate su IBS risparmiate pure un bel 10%)

E dovete acquistarlo. Perché vi aggiornate sugli ultimi quarant'anni; perché il solo fatto che si tiri fuori un manuale di filosofia teoretica dovrebbe ingenerare in voi la curiosità di sapere come diavolo si fa a stendere un manuale del genere (più prudentemente: un'introduzione). E perché una delle sei o sette voci di cui si compone (Identità/differenza) è scritta dal sottoscritto, e al primo capoverso fa così:

Per cominciare, Hegel. Ad Hegel si può infatti risalire per assegnarsi il compito di chiarire l'interesse della filosofia teoretica per quelle categorie, alle quali nella vita ordinaria non attribuiamo in realtà "alcuna efficacia determinatrice del contenuto" [Hegel 1831, 12]. Nella vita ordinaria, siamo per esempio interessati a sapere che cos'è un albero, oppure Dio. Possiamo avere interesse a conoscere le proprietà di una cosa (o di un oggetto: nel seguito impiegheremo i due termini come sinonimi), o le circostanze in cui è accaduto un certo evento. Tutto ciò ricade però nell'ambito delle "rappresentazioni" il cui valore ed il cui scopo, la cui esattezza e la cui verità, ragiona Hegel, non sembrano aumentate né diminuite dalle determinazioni puramente formali del pensiero. Tra queste determinazioni rientra senz'altro l'identità, che già Kant collocava tra quei "concetti della riflessione" di cui ci avvaliamo per esaminare le nostre rappresentazioni, stabilendo ad esempio se 'questo' è identico a 'quello', oppure se 'questo' è diverso da 'quello', ma non per determinare il contenuto di 'questo' o di 'quello'. Se un albero è un albero, ciò dipenderà infatti da certe sue proprietà materiali, non dal fatto che, in quanto è un albero, esso è identico a se stesso. L'esame di cui parlava Kant è affidato cioè ad una riflessione esterna, che non determina la cosa stessa. Fin qui, scriveva perciò Hegel, "le determinazioni del pensiero valgono come forme che sono nella sostanza, ma non sono la sostanza stessa" [Hegel 1831, 13].

Naturalmente contrtinua, la voce, ma per quello ci vuole appunto il  volume.

Postato da Azioneparallela | 10:45 | commenti (6)

02/09/2009
Il programma televisivo più discusso al mondo

Sia chiaro: il filosofo brillante e bello non sono io, ma un amico effettivamente brillante (sul bello non mi pronuncio) che ha pubblicato questa mail su fb (in mancanza di autorizzazione ometto il nome). E siccome mi pare giusto dargli la massima evidenza pubblica, la metto qui:

De : casting.gf@endemol.it [mailto:casting.gf@endemol.it]
> Envoyé : 26 August 2009 10:29
> À : XXX@uniXXX.it
>
> Objet : proposta insolita ma seria

> Se esiste anche una sola possibilità di avere un filosofo brillante e bello come
> lei come protagonista della decima edizione del programma televisivo più
> discusso al mondo la prego di contattarmi.
>
> Grazie.
>
> Xxxxx Xxxxxxx
> Casting Grande Fratello Italia
> casting.gf@endemol.it

Postato da Azioneparallela | 18:51 | commenti (1)

Napoli oltre la selva oscura

L'articolo che è apparso oggi su Il Mattino, e che linko sotto, è il terzo di una serie cominciata in agosto, sotto la seguente dicitura: "Comincia con questo articolo una serie dedicata a pensatori, economisti, filosofi e storici, ancora oggi punto di riferimento della cultura e della società del Sud". Pubblicherò perciò nei prossimi giorni i primi due. Intanto, godetevi questo:

A molte parole è capitato di trasmigrare da un posto all’altro nell’enciclopedia dei saperi. Una di queste parole è ‘memoria’, che si usa ormai in ambiti che nulla hanno a che fare con l’uomo, o con gli dèi (prima ancora di essere una facoltà dell’uomo, la Memoria è stata infatti una divinità), ma, per esempio, con i computer o le videocamere. O con la psicologia cognitiva e le neuroscienze, in cui nulla o quasi si trova del suo antico impiego e del suo vasto regno.
A Giambattista Vico tutto interessava meno dei convolvoli nervosi della mente umana. Di essi si era occupato Descartes, e si sarebbe occupata l'intera impresa scientifica moderna. Ma a quell'impresa Vico rimase estraneo, attirandosi per questo l'accusa di essere rimasto all'oscuro di quello che accadeva nei luoghi più avanzati di produzione della cultura europea. Un po' come se qualcuno si occupasse oggi di memoria e di spirito ignorando tutto quello che si dice in lingua inglese a proposito di memory e mind, di cervelli elettronici e di neuroimaging. Costui meriterebbe una simile accusa, perché la corrente principale delle attuali ricerche va proprio in quella direzione: a patto però, ed è un patto che non va onorato, che la memoria non riguardi più il mondo civile discoverto da Vico: il linguaggio, la storia, e insomma "questo mondo civile [che] certamente è stato fatto dagli uomini". Nei laboratori di psicologia tutte queste cose per lo più non vi entrano – o, se vi entrano, vi entrano a titolo di ricordi individuali: così come sono immagazzinati nel cervello di ciascuno. L'ipotesi che la memoria individuale sia invece fondata sopra la memoria sociale, e non viceversa, e che quest'ultima sia depositata anzitutto nelle istituzioni del mondo umano e civile (l'ipotesi che la memoria – e così l'uomo stesso, l'uomo tutto intero – sia meno affare della psicologia che della storia e della politica) è essa estranea ai ricercatori di oggi, ed è invece al centro della Scienza Nuova: questa "montagna di Golconda, aspra di rupi e gravida di diamanti", come disse Vincenzo Monti, scalata a lungo solo da pochi temerari, ed ancora oggi molto meno conosciuta e meditata di quanto non dovrebbe essere.
Se non altro per la ragione che rimbalza nelle polemiche sulla preparazione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. "L'idea di una sorte comune dotata di qualche senso" ha scritto Galli della Loggia "non entra più in alcun modo nei discorsi dei nostri politici", e più in generale nel discorso pubblico condiviso. Una simile idea non potrebbe naturalmente essere l'escogitazione di qualche singola mente (mentre il calendario delle iniziative per la ricorrenza sembra proprio essere, allo stato, il frutto di trovate s-logate – cioè, con Vico: prive del loro giusto «luogo» nella memoria collettiva), ma è o dovrebbe essere il pozzo comune al quale attinge ogni italiano per essere e sentirsi tale.
Per dirla ancora con Vico: il nostro "dizionario mentale comune". Ma è sufficiente pensare a quanto sarebbe difficile stilare oggi il dizionario mentale comune degli italiani, per comprendere l'importanza di ricollegarsi alla riflessione vichiana sulla storia e sulla memoria. E presentarla e condurla, questa riflessione, nel modo in cui la presentava Pietro Piovani, fondatore del Centro di Studi Vichiani: come "una lotta col suo tempo nel suo tempo" – una lotta, peraltro, che ancora oggi tanta parte dell'intellettualità napoletana e italiana dovrebbe pur intraprendere, se come Vico avversasse la filosofia monastica e solitaria, e fosse più preoccupata della "gloria della patria" ("perché quivi è nata e non in Marrocco", per dirla con il giusto orgoglio dell'autobiografia vichiana) che non delle proprie personali traversìe e disavventure.
Sul piano intellettuale, la lotta di Vico aveva due grandi bersagli: la boria de' dotti, e la boria delle nazioni. I loro nomi moderni sono: logocentrismo da un lato, etnocentrismo dall'altro. Entrambe le forme dell'arroganza politica e culturale nascono dall'ignorare quel che il "taglio netto" (così lo chiamò Croce) della storia profana dalla storia sacra gli permise di considerare: che cioè "le origini di tutte le cose debbono per natura esser rozze", e che dunque anche l'universalismo filosofico della ragione occidentale ha origini assai poco nobili e pure (cosa di cui invece Croce assai poco si avvide). Ma basterebbe forse dire che la ragione ha un'origine e una storia, per scrollare molte delle certezze di cui si nutre il senso comune, a proposito di ciò che è universalmente logico o razionale.
Tutto ciò viene però sbrigativamente rubricato sotto il segno dello storicismo, poi del relativismo, come se non vi fosse altro terreno sul quale possa attestarsi un'adeguata coscienza storica. Come se la critica vichiana del concetto di un'immutabile natura umana non potesse avere punto di caduta diverso dal fiacco riconoscimento della relatività delle istituzioni umane. Come se storicità significasse per ciò stesso la festa della individualità e della diversità umana, e non anche, in questa diversità e varietà, la ricerca dell'universale. Del dizionario mentale comune.
Una tal ricerca, condotta in mezzo ai "frantumi" della storia, viene perciò tradita, quando l'individualità della propria visione viene rivendicata contro l'universale, invece di essere una lotta per l'universale. Viene fraintesa, quando la memoria si raggomitola su se stessa e raggrinzisce, mentre l'universale che fa la storia e da cui la storia è fatta viene lasciato alla tecnica e alla scienza moderna.
Questa poi è l'illusione di Napoli e di tutti i Sud del mondo: che forse dalla modernità ci si può appartare, per starsene magari al riparo di una natura benigna, nell'incanto di una "bella giornata", perduta e perciò recitata, come ha spiegato Raffaele La Capria. Il fatto è però che la natura non si disegna affatto come un geroglifico luminoso sull'intonaco bianco di Palazzo donn'Anna, ma si presenta (nei vicoli della città più antica o nelle moderne periferie della barbarie dispiegata) con la ferocia immemorabile di quella selva oscura, di quella ingens sylva nel e col proprio tempo., come la chiamava Vico, che è il cuore più antico e violento di ogni memoria. E in cui si finisce perciò con lo scivolare, senza più avere la forza di aprirsi in esso un varco, e una luce. Dimenticarlo, è dimenticare la lezione di Vico, e con essa l'obbligo più profondo che ha ciascuna generazione di lottare

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01/09/2009
Il Mattino, 5 agosto 2009

«Amici, amici, non ci sono più amici!», diceva Aristotele, e siccome sono passati più di duemila anni, e quegli amici ai quali il filosofo voleva spiegare quanta rara fosse la vera amicizia devono essere passati a miglior vita da un pezzo, la situazione, per l’amicizia, s’è fatta veramente difficile.
L’insegnamento di Aristotele ha attraversato i secoli ed è giunto sino all’arcivescovo di Westminster, Vincent Nichols. Il quale però non si è limitato a dire che gli amici sono rari, o a distinguere, come il Filosofo, le amicizie interessate (tante) dalle amicizie disinteressate (poche, pochissime). Né ha pensato di sollevare l’aporia che i rivoluzionari francesi hanno lasciato in eredità al mondo moderno, non spiegando come promuovere la «fraternité» che mettevano accanto alla «liberté» e all’«egalité», sicché si sono fondati per secoli partiti della libertà o dell’eguaglianza, mentre alla più amichevole fratellanza è andato solo l’omaggio formale tributatogli con l’Inno alla gioia di Beethoven nelle cerimonie ufficiali dell’Unione europea.
No, Nichols ha voluto aggiungere di suo una più che preoccupata riflessione a proposito dei social network che vanno oggi per la maggiore, come Facebook, Myspace o Friendfeed, sui quali è possibile fare un mucchio di nuovi amici: basta accettare con un clic la richiesta di amicizia di chi viene a bussare alla tua homepage, e il contatto è stabilito. Nichols ha spiegato molto saggiamente che la vera amicizia è un’altra cosa, che non si può chiamare amicizia uno scambio virtuale di messaggi tra perfetti sconosciuti, che quel che conta non è la quantità di amici, ma la qualità, e che la superficialità di una simile rete di relazioni mette in pericolo il valore stesso dell’amicizia. Esagerando un po’, ha infine paventato il pericolo che il trauma causato dal vedersi rifiutata l’amicizia online possa indurre i giovani al suicidio – nel che è evidente che le paure per la sorte dei giovani sono anzitutto le paure che l’incapacità di padroneggiare nuovi strumenti suscita invece nei vecchi.
Che si tratti di esagerazioni è facile, peraltro, mostrarlo. Per rimanere in materia, basti pensare che la stessa preoccupazione nutrita dall’arcivescovo si manifestò quando comparvero i primi amici di penna: qualcuno pensò che con la diffusione della scrittura il numero di falsi amici sarebbe incredibilmente aumentato, visto che è molto più facile simulare amicizia per iscritto che non guardando qualcuno negli occhi. L’autenticità andava a farsi benedire - e pare andarci sempre più, nell’epoca della moltiplicazione tecnologica dell’amicizia.
Più in generale, la denuncia del carattere disumanizzante della tecnica accompagna l’uomo da che è uomo. Si potrebbe addirittura provare a definire la specie umana in ragione della capacità, che possiede in esclusiva, di disumanizzarsi: in effetti, nonostante i profondi cambiamenti intervenuti nei loro rispettivi ambienti naturali e stili di vita, a cavalli o cani, gatti o piccioni proprio non è riuscito, di disanimalizzarsi.
La denuncia si è poi andata accentuando via via che si è accentuato l’impatto dell’innovazione tecnologica sulle nostre vite, e sotto questo aspetto la presa di posizione di Nichols rientra a pieno titolo nel filone di interventi allarmati nel quale spicca l’ottocentesco anatema di papa Gregorio XVI contro le ferrovie, strumento del demonio: si vedeva infatti che, facilitando gli spostamenti, sradicando dal suolo natio, i binari portano lontano dalle tradizioni e dai costumi aviti (e quindi anche dagli amici, dalle mogli e dai buoi dei paesi tuoi). Disumanizzano, appunto.
Ora, se non si vuole che simili angosce vengano ridicolizzate, occorre perlomeno rispettare una regola vecchia come una favola di Esopo: gridare “Al lupo! Al lupo!” ad ogni nuova moda non aiuta a capire se e quando la tecnica ha raggiunto davvero una soglia decisiva, se davvero la nostra umanità è minacciata dal lupo famelico della tecnica. E invece una volta gli arcivescovi, un’altra i sacerdoti laici delle anime, cioè gli psicologi di ogni specie (questi ultimi in verità persino più di frequente) non si può dire che gli uni e gli altri abbiano mai saltato un giro: prima la televisione, poi i videogames, quindi i telefonini, infine l’Ipod, ora i social network, ad ogni novità non fanno che mettere in guardia contro il disumanizzante predominio della tecnica. Senza dire che, non fosse per la tecnica, saremmo ancora come i gatti o i piccioni.
Dopo di che non ci è però proibito di pensare a quel che sta succedendo adesso, sotto i nostri occhi. A come cambiano le nostre vite. E pensare significa sottrarsi ai due atteggiamenti più facili. Uno è facile individuarlo: si tratta di quel riflesso conservatore per cui ad ogni cambiamento si sospetta che l’umanità sia alla fine. Al suicidio. La reazione Nichols, insomma. L’altro è invece più sottile, ma non meno familiare, e consiste in quella generica fiducia liberale per la quale siamo portati a pensare che, cambiano i tempi, cambiano i modi, ma l’uomo è sempre lo stesso – e così pure l’amicizia. E in questo modo in nessun cambiamento si riesce più a vedere non quel che viene alla fine, che se è giunto alla fine è probabile dovesse finire, ma quel che invece può avervi radicalmente inizio.
(Come si capisce, sono rientrato dalle ferie)

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25/08/2009
Vedo la fine

Nel senso delle vacanze

Postato da Azioneparallela | 06:50 | commenti (1)

27/07/2009
Storie

Ormai Renata ha quasi nove anni. Stamattina la vedo sull'ampio balcone della sua camera andare da un angolo all'altro come un uccellino in gabbia, e come un uccellino muovere le braccia e le mani mentre inventa le sue storie. Appena può star sola, appena ha un angolo tutto per sé, Renata piega le braccia in su, agita le mani e vola via.
C'è una differenza con i fratelli. I fratelli non hanno avuto tutte le sere i racconti della Città Arcobaleno per tre anni. Tutte le sere Beth, Bill e gli altri. Le storie si sono progressivamente diradate, e da un po' di tempo si sono interrotte del tutto.
Così Renata ha preso a volare per conto suo.

Postato da Azioneparallela | 10:11 | commenti (11)

24/07/2009
Avversative

Per esempio, l'onorevole X ha dichiarato al telegiornale: "E' vero che la continua richiesta di fiducia mortifica il Parlamento, ma il governo ha il diritto di portare avanti il suo programma".

Sono stato un po' a riflettere su cosa opporre al forte argomento usato dall'onorevole X. Finché ho pensato a qualcosa del genere (non so se vi convinca): "Il governo ha il diritto di portare avanti il suo programma, ma la continua richiesta di fiducia mortifica il Parlamento"

Postato da Azioneparallela | 15:16 | commenti (3)

23/07/2009
La nostalgia che non serve pe il futuro

Una domanda: quanti milioni di ore di lavoro perse è in grado di sopportare oggi il Paese? Probabilmente meno che nel 1969, quando i milioni furono trecento. Ma vedendo in questi giorni il fotogramma dell'impronta che Neil Armstrong lasciò sul suolo lunare, nel luglio di quell'anno lontano, ci piace dimenticare quel che intanto accadeva sulla Terra. Ci piace ascoltare le voci che gracchiavano nei microfoni, osservare i balzi sfocati degli astronauti protetti dalle loro bianche tute spaziali e, affatturati dal cielo buio e senza atmosfera della luna, non percepire assolutamente nulla del clima rovente di quell'anno cruciale, che si aprì con scioperi e cortei in tutta Italia, in gennaio, e si chiuse con la strage di piazza Fontana e la morte dell'anarchico Pinelli, in dicembre.
Né il mese di luglio era stato tranquillo: tra lotte bracciantili, occupazioni di fabbrica e manifestazioni per il Vietnam, gli italiani che, Apollo o non Apollo, rimasero a testa in su a guardare affascinati la luna, nelle successive notti d'estate, probabilmente non furono molti: troppi striscioni da preparare, troppi fogli da ciclostilare, troppo furore ideologico da sbollire.
Quarant'anni dopo, però, ci fa ancora simpatia rivedere in tv il bisticcio fra Tito Stagno e Ruggero Orlando sul momento preciso dell'allunaggio, o ascoltare la telefonata di congratulazioni più famosa della storia fra gli astronauti e il Presidente Nixon.
Va così: nel '69 ci furono per esempio Woodstock e l'Isola di Wight, e l'ondata di celebrazioni prevede oggi di tutto, dai dischi alla gadgettistica, dalle ospitate televisive di cantanti appesantiti dall'età ai libri, pieni di testimonianze e di nostalgiche fotografie in bianco e nero. Per riavere però di quegli anni un'edizione all'altezza dell'originale dovremmo prenderci, a rigore, il pacchetto completo. Gli happening, le manifestazioni e tutto quello che c'era attorno: i gruppi extraparlamentari e i nudi integrali ai concerti, le conferenze stampa tra le lenzuola di John Lennon e Yoko Ono e lo Statuto dei lavoratori (pure quello, a pensarci, fa quarant'anni: presentato nel giugno del '69, fu approvato in via definitiva l'anno successivo: che facciamo, celebriamo?).
E invece no: immaginiamo di poter avere il viaggio sulla Luna senza la guerra fredda, la musica rock senza la contestazione giovanile, e persino il Pci senza il centralismo democratico o la Democrazia cristiana senza i governi di transizione: per stare a quarant'anni fa, basti pensare che tra il '68 e il '70, entranti o uscenti, l'Italia di governi ne ebbe sei: Moro, Leone, Rumor, Rumor, Rumor, Colombo. Un bel filotto, non c'è che dire.
Questa, poi, di tutte le nostalgie è la più strana. Non che la DC o il PCI non abbiano avuto meriti storici e non sia giusto ricordarli, ma che all'interno dell'opposizione il rapporto con il passato sia ancora tema di confronto politico, e che soprattutto si pretenda, con esso, di dividere il campo dei contendenti alla segreteria del PD è abbastanza preoccupante. E di nuovo: non perché la storia non conti, perché anzi conta parecchio; quel che dovrebbe contare un po' meno, è piuttosto la sua rappresentazione di comodo.
Il fatto è che la memoria è selettiva. Che lo sia, in verità, è salutare: se ricordassimo tutto, ma proprio tutto, saremmo come quel triste personaggio di Borges, «Funes el memorioso», «l'uomo che non aveva la forza di dimenticare», il quale, sopraffatto dal cumulo sterminato delle cose viste e sentite, morì a soli diciannove anni, «antico come l'Egitto» e del tutto incapace di vivere nel presente.
Senza un po' di smemoratezza non c'è futuro, quindi. Ma quando la smemoratezza ti condanna a ripetere il passato, o a costruirtene una versione light, nostalgica e posticcia, tutta vintage e oggetti d'epoca e cinegiornali d'annata, non c'è molto futuro neanche in questo caso.
Bergson diceva che, quando le cose vanno come devono andare, i nostri ricordi si inseriscono nel normale circuito che va dalla percezione all'azione, e servono a quest'ultima. Capita però che a volte si crei un buco tra la prima e la seconda, e che in quel buco i ricordi siano rilasciati liberamente, svincolati dal servizio all'azione e quindi anche dallo spazio pubblico in cui l'azione è chiamata a svolgersi. In Italia sembra però che accada il contrario. Che lo spazio pubblico sia occupato da ricordi puri, inservibili al presente, e che l'agire sia rimesso invece ad una dimensione privata, strettamente individuale. La memoria collettiva vive così soprattutto nei costumi degli italiani – nei tinelli o nelle radioline a transistor, nelle lambrette o nelle vacanze al mare – così come in altre epoche è vissute nell'arte o nella poesia: dove invece non riesce più a vivere senza grossolane semplificazioni è in uno spazio autenticamente storico.
In questo modo, di ore di lavoro se ne perdono di meno, e questo è pure un bene, ma difficilmente si guadagna anche un futuro per il nostro paese.
(Il Mattino)

Postato da Azioneparallela | 22:56 | commenti (1)





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