Babele
Babele
 
08/02/2010
Pd-Di Pietro la strategia da ritrovare

"Dobbiamo ripulire la piazza per fare il bene della democrazia", ha detto Di Pietro concludendo il congresso dell'Italia dei Valori. Ha anche garantito che l'Idv non intende fare la rivoluzione – quella vera, quella con le armi – ed è una precisazione che rassicura tutti. Resta però il fatto che la politica annunciata è quella del repulisti. La prosecuzione di Mani Pulite con altri mezzi. Il che significa che c'è un partito, in Italia, che ritiene che quella stagione non sia ancora chiusa, e che c'è ancora da mandare a casa un bel po' di classe dirigente del paese, prima che l'aria torni pulita.
È naturalmente, come tutte, un'opinione legittima. È anche probabile che raccolga umori presenti nell'elettorato, e che possa mietere consensi alle prossime elezioni. Il punto è che però sulla base di una simile opinione non si costruisce un sistema politico stabile. Una linea del genere è anzi in espressa contraddizione con l'idea che vi siano le condizioni per costruire, perché invece si tratta di demolire (far piazza pulita, appunto). Ora, poiché per Di Pietro l'opera sarà completata solo con la fine del berlusconismo, è evidente che l'intesa con il Pd sulla linea dell'opposizione dura al governo non presenta per lui alcuna difficoltà. Di Pietro non deve spiegare nulla ai suoi elettori che non sia già chiaro. Diverso è invece il caso di Bersani. Il quale è stato eletto segretario del Pd col mandato di individuare le linee di un programma alternativo a quello del centrodestra, ma anche di favorire la ridefinizione del sistema istituzionale intorno ad una rinnovata centralità dei partiti (secondo il dettato della Costituzione, peraltro). Ma l'abbraccio, fisico e simbolico, delle ragioni dell'Idv rende assai meno chiaro in che modo, in mezzo ai venti ancora forti dell'antipolitica, Bersani pensi di confermare un simile mandato.
Due sono le trasformazioni che, da vent'anni a questa parte, interessano i partiti italiani. La prima è la personalizzazione: i partiti si identificano sempre più con i loro leader. Che sia un male oppure un bene, è sicuramente un fatto, per giunta in linea con quel che accade negli altri paesi europei. E contro i fatti è inutile sbattere la testa. Quel che però si può fare, è attrezzare un partito perché abbia durata più lunga di quella dei suoi leader.
Ma qui interviene l'altra trasformazione, che è una peculiarità tutta italiana, la quale fa sì che, nel paese in cui la politica si infila dappertutto, i partiti abbiano vita terribilmente breve, e nascano quasi soltanto per scomparire. Il fenomeno è meno evidente nel centrodestra, grazie a Silvio Berlusconi, ma anche lì non sono poche le formazioni messe in campo prima di arrivare all'attuale PdL, e ancora in molti pensano che senza Berlusconi tutto si rimescolerebbe. Quanto al centrosinistra, la vita media dei partiti si è abbassata bruscamente, dopo Tangentopoli. Orbene, il partito democratico è nato proprio per invertire questa tendenza, ed anche al centro, dove le sigle si sono finora sprecate (Udeur, Ccd, Cdu, Udr, Cdr, per ricordarne alcune) la presenza dell'Udc si lega oggi ad un tentativo analogo. È un fatto però anche questo, che siffatti tentativi legano assai poco con la cultura politica dell'Idv, il cui giustizialismo ha anzi l'effetto non secondario di renderli vani.
Ora, a marzo si vota alle regionali. Le elezioni avranno un significato politico nazionale. Il centrodestra, male che vada, guadagnerà qualche regione: a mettere davvero in crisi i suoi equilibri sarà probabilmente un largo successo della Lega, più che non un risultato al di sotto delle aspettative. Nel centrosinistra c'è invece il rischio che la tattica offuschi la strategia. Bersani sembra infatti aver rinunciato a spiegare agli elettori quale disegno porti avanti, col risultato che le vittorie che potranno eventualmente fare la differenza, cioè il Lazio e la Puglia, non potranno avere il significato di una conferma piena della giusta direzione imboccata.
In Campania può accadere la stessa cosa. La candidatura di De Luca ha mostrato che c'è sempre un puro più puro di te che, se non ti epura, pensa però che prima o poi verrà la tua ora, come oggi pensano di Di Pietro i Travaglio e i de Magistris che di De Luca non vogliono sentir parlare. Ma anche in quel caso, perché una vittoria finora insperata possa arridere non solo al sindaco di Salerno ma pure al Pd, occorrerà che De Luca metta la sua indubbia forza personale al servizio di un progetto più ampio, e parli un linguaggio concreto, fattivo e determinato quanto vuole, ma con sapori diversi da quelli che - sembra un paradosso ma non lo è - hanno scatenato la plateale ovazione dell'Idv.
(Il Mattino)

Postato da Azioneparallela | 15:03 | commenti

05/02/2010
Un diamante è per sempre

Alessandria.
I carabinieri hanno identificato i falsi finanzieri che il 26 giugno 2009 rapinarono diamanti per un milione di euro in una nota ditta valenzana, e i basisti. Su ordinanza di custodia del gip ieri mattina sono scattati gli arresti nel casalese e in provincia di Torino. Cinque le persone coinvolte: Giovanni Fasolo, 44 anni, contitolare di un laboratorio orafo di Pomaro; Claudio Coppo, 55, commerciante di auto domiciliato a Camino; Massimo Adinolfi, 42, commerciante in alimentari di Venaria Reale (...).

I particolari in cronaca

Postato da Azioneparallela | 06:31 | commenti (2)

29/01/2010
Asti

Domani, convegno e tavola rotonda su "Confessioni cristiane, etica pubblica condivisa e democrazia":

Programma dei lavori
Mattinata di studio
Sala Pastrone, Teatro Alfieri Ore 10
Sessione di lavoro
Introduce:
Massimo Fiorio (deputato PD)
Confessioni cristiane e democrazia
Modera: Sergio Carletto (CESPEC/ Cuneo)
Gianni Genre (pastore, già moderatore della Tavola Valdese), La Riforma nel Novecento: democrazia ed etica pubblica
Giovanni Filoramo (Università di Torino), Dalla “potestas indirecta in temporalibus” alla religione civile: il cattolicesimo contemporaneo e la democrazia.
Coffee break
Adriano Roccucci (Università di Roma III), L’ortodossia orientale e il rapporto con la democrazia in Russia e nella CSI

Pomeriggio Ore 15,30
Saluti delle autorità
Tavola Rotonda
Modera: Graziano Lingua (Università di Torino/ CESPEC)
Un’etica condivisa come fondamento della democrazia in Italia oggi?
Eugenio Mazzarella (deputato PD, Università di Napoli “Federico II”)
Ugo Perone (Università del Piemonte Orientale)
Giuseppe Menardi (senatore PDL)
Massimo Adinolfi (Università di Cassino/ Fondazione Italianieuropei)

Postato da Azioneparallela | 10:56 | commenti

27/01/2010
S'allarga il solco partito-cacicchi

A guardare le vicende che in questi giorni scuotono il PD un elemento emerge con sempre maggiore chiarezza: le dimissioni del sindaco bolognese Delbono, la schiacciante vittoria di Vendola nelle primarie pugliesi, le difficoltà ad individuare candidati condivisi in regioni nelle quali il centrosinistra è al governo (la Calabria) spesso anche da molti anni (l'Umbria, la Campania), la necessità di affidarsi a personalità esterne al PD (Emma Bonino nel Lazio), tutto questo mostra che qualcosa, nel rapporto fra il partito e gli amministratori locali, non funziona più.
Non è una novità di queste settimane, perché data anzi da molti anni: almeno da quando si è cominciato a modificare le leggi elettorali, e cioè dall'elezione diretta dei sindaci in poi. E tuttavia, poiché la partita in Puglia è stata giocata in proiezione nazionale, come banco di prova di quell'allargamento al centro che dovrebbe perfezionarsi in vista delle elezioni politiche, rischia di non essere abbastanza osservato il dato, assai preoccupante, che il partito democratico, e più in generale il centrosinistra, non sa più bene come regolarsi con gli amministratori che provengono dalle sue stesse file. Un punto di forza è divenuto un punto di debolezza; soprattutto al Sud, terra di cacicchi.
In alcuni casi, il centrosinistra si avvicina alle elezioni con l'intenzione di dare all'opinione pubblica il segno di una novità, ma allora accade che gli amministratori uscenti non ne vogliano sapere di passare la mano (più benevolmente: chiedono di essere giudicati dall'elettorato). In altri, la novità è proposta esplicitamente come elemento di rottura rispetto al quadro logoro dei partiti, che viene per ciò stesso declassato a "teatrino della politica", per dirla in linguaggio berlusconiano: e non è un caso se per i Vendola in Puglia e i De Luca in Campania si cercano paragoni con figure e modelli presenti già nel centrodestra. Infine, anche quando gli uscenti hanno titoli di buon governo da esibire, si trovano pezzi di partito non disposti a seguirli, pronti a saltare sul treno delle primarie pur di mettere il bastone fra le ruote. E così vanno le cose: dai consigli comunali alle assemblee regionali, dai sindaci ai governatori, l'impressione è che rischi di venir meno il collante che tiene insieme le diverse anime del PD.
Non si tratta però del fatto che il PD non sa ancora bene come selezionare le candidature, sicché se le vede dopo qualche anno (o addirittura qualche mese: vedi Bologna, che, ricordiamolo, ha scelto Delbono con il metodo delle primarie) ritornare addosso come un boomerang. In realtà, è evidente che fino a quando le primarie rimarranno nello statuto del partito, qualunque altro metodo di selezione apparirà meno democratico rispetto alla chiamata alle urne, e si potrà sempre trovare lo scontento di turno che a torto o a ragione, per personale tornaconto o per intima convinzione, accuserà il partito di ricorrere a metodi poco trasparenti, ad accordi di potere, a spartizioni di poltrone, a scelte calate dall'alto, e via elencando tutto il vocabolario di questi ultimi quindici anni di contestazione a volte anche virulenta della stessa pratica della politica. Come la metteva Celentano: le primarie sono rock, tutto il resto è inesorabilmente lento. Ma per l'appunto non si tratta di questo, che è piuttosto l'effetto, e non la causa di una debolezza di fondo dei partiti. Per la quale dovrebbe farsi valere l'altro pezzo della piattaforma congressuale di Bersani, tanto urgente e essenziale alla sua leadership quanto l'accordo al centro. E cioè la bocciofila. Bersani ha vinto il congresso chiedendo che il suo partito avesse quel minimo di disciplina che consente a una bocciofila di funzionare. Ora, a parte il fatto che i presidenti delle bocciofile non sono eletti con le primarie, ma è chiaro che è proprio nel rapporto con gli amministratori il punto dolente, perché sono anzitutto gli eletti, nel deserto di cultura politica di questi anni, a non capire più perché mai dovrebbero rispondere a una rissosa assemblea di partito piuttosto che al più vasto popolo delle primarie.
E così il partito democratico le affronta: con rassegnazione o entusiasmo, ma sempre senza rendersi conto che primarie vuol dire contendibilità, e che dunque la prima cosa che occorre per sostenerne l'urto è un partito più forte e più radicato degli stessi contendenti, altrimenti al termine della contesa il partito rischierà di non ritrovarsi mai dalla parte del vincitore, ma casomai del cacicco o del rocker di turno.
(Il Mattino

Postato da Azioneparallela | 14:26 | commenti (4)

Io domani

E' una settimana che Mauro si sveglia con la stessa domanda che gli frulla in testa, e io non posso che dargli, rispondendo, una piccola delusione. Così anche questa mattina ha aperto gli occhi e speranzoso mi ha guardato:
- E' domani? -.
- No, Mauro, è mercoledì -.
- Ah! E quand'è domani? -.
Se a questo si aggiunge che la domanda successiva è: - Ma vado a scuola? -, si capirà quanto difficile si presenti, al risveglio, l'impatto con il principio di realtà.
(Le due domande temo siano legate, perché devo avergli detto con troppa enfasi, qualche venerdì fa: "domani non si va a scuola").

P.S. Il titolo è un doveroso omaggio a Marcella Bella


Postato da Azioneparallela | 08:58 | commenti

25/01/2010
Due mani

In parrocchia fanno le cose per bene (a parte qualche errore di battitura): E dunque sul sito trovate la cronaca della giornata, nonché gli articoli e la foto della vincitrice (delle vincitrici).

Fra poco facciamo il blog a due mani, visto che il sottoscritto annaspa.

Postato da Azioneparallela | 12:41 | commenti (2)

24/01/2010
Dedicato/2

"L'angoscia è proprio la peggior guida che si possa immaginare verso ciò che è autentico e caratteristico"

Postato da Azioneparallela | 17:49 | commenti (1)

23/01/2010
Giornalisti per un giorno

Ve lo dico in anteprima, perché sul sito il risultato non è ancora stato inserito. Ma a me è giunto a casa, alle 13.30 (in compagnia della notiziata): Martina Villani e Renata Adinolfi premiate ex-aequo per il miglior testo giornalistico al primo concorso "Giornalisti per un giorno", organizzato dal giornale Incontro e dalla Parrocchia San Pietro di Aiello di Baronissi (prov. SA - Campania - Italia - Europa - Mondo).

Fin qui tutto bene. Il premio: oltre alla Bibbia, donata a tutti i partecipanti, Il piccolo Principe di Saint-Exupéry. E questo va un po' meno bene.

Postato da Azioneparallela | 16:17 | commenti (4)

Dedicato

"La Grecia antica non ebbe un potere sacerdotale e una teologia con dogmi obbligatori, per questo poté diventare il paese in cui nacque l'ontologia in senso classico" (G. Lukacs, Ontologia dell'essere sociale - I)

Postato da Azioneparallela | 12:50 | commenti (3)

22/01/2010
Ruoli

"Con l'avvento di Berlusconi la costituzione vivente del Paese era mutata in senso populistico, il ruolo dei partiti era stato neutralizzato e la compagine di governo era l'espressione di un partito personale guidato da élite post-partitiche". "Con l'avvento del pentapartito la costituzione vivente del Paese era mutata in senso oligarchico, il ruolo dei partiti era stato neutralizzato e la compagine di governo era l'espressione di un interpartito trasversale guidato da élite postpartitiche". Qual è il testo originale e quale la copia? (Quale che sia, se funzionano entrambi, il problema mi pare sia il ruolo dei partiti)

Postato da Azioneparallela | 18:28 | commenti (2)

21/01/2010
Insuperato e superabile

Mi sembra incredibile, ma va a finire che dovrò riprenderlo dall'inizio, il dibattito acceso dall'articolo di Gianni Riotta sull'attendibilità del web. Intanto, ho letto l'articolo che gli ha dedicato Miguel Gotor, che individua e enumera un certo numero di questione. E conclude così:

"Non a caso, il primo e ancora insuperato maestro della cultura occidentale non è né Platone né Aristotele, ma Socrate, una pura invenzione virtuale che non ha lasciato nulla di scritto, a parte la disperata cronaca della sua morte dentro il potere perché in lotta con esso, un racconto tradito (nel senso di tramandato, of course) dai suoi ambiziosi discepoli".

Ora, a parte il fatto che Socrate non ha lasciato di scritto nemmeno "la disperata cronaca  della sua morte", e abbiamo solo "il racconto tradito", ma sta il fatto che egli non è per nulla "una pura invenzione virtuale", ma proprio al contrario una pura (se proprio vogliamo dire così, ma sarebbe meglio dire impura, visto che il povero Socrate un'esistenza storica l'ha avuta) invenzione scritta, e impossibile senza la scrittura. Questo (e davvero: non a caso) è un buon argomento: ma a favore della scrittura, non dell'insegnamento orale dell'insuperato maestro. (Che poi, se uno ci pensa, è insuperato e insuperabile proprio perché orale, e in realtà superabile e superato proprio per il fatto che scriviamo).

Postato da Azioneparallela | 09:18 | commenti

18/01/2010
Craxi, il tricolore sulla tomba e i conti aperti con la storia

«Contribuì in modo significativo alla difesa dell'Occidente e al consolidamento della pace»: è il contributo di Bettino Craxi, nelle parole che il Presidente della Repubblica Ciampi scelse per il telegramma di cordoglio ai familiari del leader socialista. Leggerle oggi dà da pensare, perché in esse compaiono termini – la pace, l'Occidente – che non hanno ancora posto significativo nelle discussioni sulla sua figura, nel decennale della morte. Il che non conferma solo un problema cronico della cultura politica del nostro paese, e cioè quanta poca considerazione si abbia, nella valutazione di un leader, per il suo impegno nella politica estera, ma anche quanto poco ancora si sia distanti da opinioni che si sottraggano alle opposte tentazioni della demonizzazione o della santificazione.
Forse, nel caso di Craxi, è inevitabile. Non però perché dieci anni siano pochi per storicizzare una stagione della vita democratica del paese, ma, credo, per due ragioni diverse. La prima: la fase attuale è ancora troppo legata all'esito di Mani Pulite, impelagata in una transizione verso un nuovo assetto del sistema politico che non accenna a finire, sicché il giudizio su Craxi diventa, per dirla in fretta, il giudizio su Berlusconi, ad onta di ogni plausibilità storica e politica,. La seconda: il drammatico discorso tenuto innanzi al Parlamento il 3 luglio 1992, in cui Craxi disse che il sistema di finanziamento ai partiti era per buona parte irregolare e illegale (e un anno dopo, nel processo Cusani, dinanzi al PM Di Pietro aggiunse: «dall'inizio della storia repubblicana») ha avuto per singolare contrappasso l'effetto di legare non solo il suo nome a quella vicenda, ma anche il giudizio sulla prima Repubblica – e in specie sul sistema dei partiti, e sulla sua costituzione materiale – ad un giudizio sull'inchiesta Mani Pulite. Il che è, di nuovo, un errore storico e politico.
Orbene, non accade proprio come in quel detto famoso citato da Hegel, ma quasi. Non c'è eroe per il proprio cameriere, si dice, ed Hegel chiosava: non perché l'uno non sia eroe, ma perché l'altro è cameriere. Nel caso di Craxi non si tratta certo di tramutare la sua azione politica in una serie di eroiche imprese – che si tratti di Sigonella o del decreto di San Valentino, della lotta all'inflazione o dell'espansione del debito pubblico, del nuovo Concordato o del progetto di riforma istituzionale in senso presidenzialista, rimasto però solo sulla carta –, ma non è neppure il caso di nutrire, nei confronti della sua figura, le meschinità e i risentimenti di un cameriere. C'è invece materia per un giudizio articolato e complesso, senza facili semplificazioni. E per il quale, dunque, non basta neppure la parola così spesso ripetuta che lega la sua azione alla modernizzazione del Paese: modernizzazione è ancora solo il nome di un processo, che di per sé poco o nulla dice sulla direzione e le finalità di quel processo.
Sul piano della riforma degli equilibri politici del paese, quelle finalità erano però per Craxi ben nette, anche se forse lo erano meno i mezzi con cui conseguirle, dal momento che si trattava sì di mutare i rapporti di forza a sinistra, col Pci – questo il disegno –, ma il mutamento doveva avvenire nel corso della collaborazione (che era insieme competizione) con la Democrazia Cristiana – il che rendeva il disegno perlomeno tortuoso.
Quanto fosse alta la posta in gioco lo si comprende comunque dalle parole con cui D'Alema l'ha rappresentata, parlando dalla parte dei comunisti: «eravamo come una grande nazione indiana chiusa tra le montagne, con una sola via d'uscita, un canyon, e lì c'era Craxi con la sua proposta di 'unità socialista'. Come uscire da quel canyon? Come trasformare il Pci senza cadere sotto l'egemonia craxiana?». Il giudizio sulla trasformazione del partito comunista investe naturalmente la classe dirigente di quel partito, da Occhetto in poi. Ma la scena descrive una posizione per Craxi tanto favorevole, soprattutto dopo l'89, che non può non colpire quanto poco egli sia riuscito, a parte alcuni vantaggi tattici, a tradurla in una definitiva vittoria strategica. E in crescita di consensi, e di peso culturale.
Quel che è infatti accaduto, è che sono crollate, insieme al Muro di Berlino, anche le pareti del canyon della politica italiana, ma i socialisti, rimasti in quella posizione di vantaggio per più di un quindicennio, avevano nel frattempo esaurito tutte le potenzialità politiche riformatrici della loro tradizione, finendo così col rimanere travolti dal crollo. E anche a voler pensare che quell'esito dipese in tutto e per tutto dalle oscure trame più volte evocate da Craxi negli anni amari del ritiro ad Hammamet, non sarebbe meno vero che una sconfitta della politica va comunque addossata a chi del primato della politica era stato sostenitore e indiscusso protagonista.
(Il Mattino

Postato da Azioneparallela | 15:02 | commenti (7)

15/01/2010
Erasmo

Quando ci fu lo tsunami nel Sud-Est asiatico, collaboravo col Riformista e scrissi un lungo articolo, Il sisma di Voltaire e il disastro dell'Asia, che oggi ho cercato inutilmente sul blog e sul sito del giornale.
Per fortuna la massoneria (devo dire meritoriamente) se ne interessò, e oggi ritrovo il pezzo a pagina 20 di Erasmo. Bollettino d'informazione del Grande oriente d'Italia.

Postato da Azioneparallela | 12:03 | commenti (5)

14/01/2010
Il problema della tecnica

"Non siamo ancora giunti per ragioni esclusivamente tecniche all'accoppiamento fra Sharon Stone e un rinoceronte della Tanzania" (C. Preve, Marx inattuale. Eredità e prospettiva, Bollati Boringhieri, 2004, p. 183).
(La cosa più bella di questo post sono i tag: marx, tecnica, sharon stone, tanzania. Il rinoceronte non ce l'ho messo)

Postato da Azioneparallela | 22:46 | commenti (2)

11/01/2010
Utilità

Torno a scrivere sul blog, e quale modo migliore del segnalarvi l'utile articolo di uno degli intellettuali di punta del Corriere?

Postato da Azioneparallela | 22:23 | commenti (4)

07/01/2010

Le elezioni regionali si avvicinano. In un quadro ordinatamente bipolare, non dovrebbe essere complicato descrivere la fisionomia dei due poli, a poco più di due mesi dal confronto elettorale. E invece non è proprio così. Nel centrodestra l’accordo fra Pdl e Lega, al Nord, è stato trovato, e gli equilibri sono stati raggiunti; al Centro e al Sud, invece, tengono ancora banco le decisioni che il centrosinistra è chiamato ad assumere, per indicare con chiarezza quale strada intenda intraprendere, di qui al 2013. La Campania, infine, è un caso a sé, perché qui la confusione regna sovrana da entrambe le parti.

Ma nell’ambito del centrosinistra è il partito democratico a non poter restare più in mezzo al guado. In ottobre ha celebrato un congresso, lungo e dalla complicata procedura, che ha avuto un esito definito. La vittoria di Bersani ha significato il superamento dello schema immaginato da Veltroni, e riproposto da Franceschini: quello fondato sulla vocazione maggioritaria. Il suo inventore ha sempre spiegato che non si trattava di mera autosufficienza, ma concessa pure questa sottile distinzione, resta che la vocazione maggioritaria comportava il disinteresse per una politica di alleanze. Il Pd doveva scommettere sulla capacità di attirare pezzi dell’elettorato moderato, ed aggregare eventualmente le altre forze di opposizione sulla base di questa maggiore e trainante forza di attrazione. Ma nelle urne una tale forza non si è dispiegata, mentre è stata tenuta in piedi la sola alleanza con l’Italia dei valori che contraddiceva tutti o quasi i punti qualificanti della strategia veltroniana.

I nodi di quella stagione, non essendo stati risolti, vengono ora al pettine più intricati che mai. Il Pd è preso tra due fuochi: da un lato, c’è l’opposizione senza se e senza ma di cui Di Pietro vuole essere il campione; dall’altro, ci sono le richieste centriste di rompere con la sinistra estrema e il giustizialismo populista dell’Idv. Che si tratti della Puglia, dove l’Udc non vuole saperne di Vendola, o del Lazio, dove il Pd, che non riesce a portare l’Udc sul nome di Zingaretti, è tentato dalla carta Bonino, o anche della Campania, dove non è chiaro nemmeno il percorso per giungere al nome del candidato governatore, in tutti questi casi il Pd rischia di apparire paralizzato dalla paura di perdere voti a sinistra, alleandosi con l’Udc, o di perdere le elezioni, ma forse anche qualche credibile prospettiva per il futuro, rinunciando a quella alleanza. Quel che è peggio è che tanto le parole e le scelte di Di Pietro, da una parte, quanto quelle di Casini, dall’altra, condivisibili o meno che siano, appaiono descrivere bene il progetto delle rispettive forze politiche, mentre non godono di altrettanta chiarezza le parole e le scelte che finora il partito democratico ha usato per affrontare questa complicata partita elettorale.

Ma i nodi che non si possono sciogliere si possono anche tagliare: un segretario politico è eletto anche per quello. E in fondo c’è un solo modo per farlo: decidere quale debba essere, per il centrosinistra, l’approdo finale dell’infinita transizione italiana, e orientare verso quello forze, energie, programmi, e anche alleanze. Nella vittoria di Bersani c’era la scelta di incalzare il governo sul piano economico e sociale, in una chiave popolare e riformatrice, ma anche una valutazione sul sistema politico italiano nel suo complesso, per il quale si indicava un possibile punto di arrivo nell’adozione di modelli continentali di democrazia neoparlamentare, che non mettano in discussione il bipolarismo, ma lo calino dentro la realtà storica del paese, le sue tradizioni culturali e i suoi riferimenti ideali. Ora, delle due l’una: o queste grandi linee politico-programmatiche non sono determinanti per orientare le decisioni che il pd deve prendere a breve, e non bastano a farne una credibile forza di opposizione al centrodestra, e allora rischia di rivelarsi da subito insufficiente la famosa “piattaforma programmatica” di Bersani, ed è vano inseguire Di Pietro su un altro terreno, sul quale si muoverà sempre più agevolmente, libero com’è da piattaforme di qualunque sorta. Oppure lo sono, e allora occorre solo essere il più possibile conseguenti rispetto ad esse. In effetti, anche se il Pd è nato addirittura come il partito del terzo millennio, o almeno del XXI secolo, il primo, robusto banco di prova per il suo nuovo segretario è fissato non più tardi della fine di marzo.

(Sul Mattino di oggi)

Postato da Azioneparallela | 15:14 | commenti (2)

05/01/2010
Inversione

Report. A parte l'imperdonabile errore di mettere lo scarpone destro al piede sinistro di mia figlia Renata, e lo scarpone sinistro al piede destro, e avere dovuto provvedere sulle piste, dopo qualche discesa e dietro segnalazione di un maestro di passaggio, alla complicata operazione di inversione, tutto bene. Bel tempo, freddo polare, tutto bene.

Postato da Azioneparallela | 22:19 | commenti (2)

02/01/2010
Un nuovo reality show

Nove persone in un minivan (questo): quattro adulti e cinque bambini dai 3 ai 9 anni. Un viaggio di mille chilometri, poco meno, e qualche telecamera che filma un vero universo concentrazionario: altro che Grande Fratello! Nella prima edizione, i produttori non hanno voluto rischiare, e i bambini disporranno di mp3, lettore dvd, auricolari (sebbene non in quantità sufficienti da separarli completamente l'uno dall'altro), libri, bevande e merendine (ma non abbastanza da non scatenare invidie e dispetti reciproci).  E' prevista la possibilità di fermarsi per la pipì e la cacca. Renata può cantare, ma poco; Enrico può dare pizzichi, ma solo qualcuno; Mauro può chiedere caramelle, ma non troppe.

Se l'esperimento riuscirà, negli anni successivi verrano abolite tutte le facilitazioni. E insomma, per la prima volta da che esiste, la famiglia Adinolfi va sulla neve, qui.

Postato da Azioneparallela | 19:51 | commenti (1)

31/12/2009
Avvertenza e buon anno

Siete avvertiti: il cell non si carica, numeri registrati sul cell perduti: chiunque crede e ha pazienza, mi invii un sms col suo numero, in attesa di tempi migliori (o forse meglio: una mail). Buon anno a tutti

Postato da Azioneparallela | 10:46 | commenti

27/12/2009
Vongole

(L'articolo qui sotto sarebbe dovuto uscire su il Mattino di tre giorni fa)
"Anche noi ci sentiamo, ci siamo sempre sentiti, stranieri nell'Italia alle vongole": 25 anni fa, salutando con sincero dolore Enrico Berlinguer sulle colonne del suo quotidiano, Eugenio Scalfari usava queste parole. Parole di elogio, ma che contenevano, senza volerlo, la condanna che grava ancora, da quel dì, sulla sinistra italiana. Il segretario del partito comunista italiano, che negli ultimi anni si era identificato persino fisicamente, per l'asciuttezza della sua figura e il passo di un "frate pellegrino", con la questione morale, aveva infatti condotto milioni di italiani, e da ultimo quelli che ne avevano accompagnato il feretro in piazza San Giovanni, fuori dai confini patrii.
A pensarci, non è una posizione politicamente felice, per chi quella patria voglia governarla, ed infatti giunse al termine di una stagione di ripiegamenti, se non proprio di sconfitte e fallimenti per il PCI. Perché quello che può essere fatto valere come un elogio per uomini di cultura e di penna – per Sciascia o Garboli, per l'editore Vito Laterza o per Federico Zeri: tutti, insieme ad altri, a vario titoli definiti dalle colonne di Repubblica stranieri in patria – difficilmente può rappresentare un titolo di merito per il segretario di un partito nazionale.
Non lo è nemmeno adesso, ovviamente. Eppure, nelle polemiche di questi giorni sull'inciucio, il compromesso o la mediazione che dovrebbe aprire la strada a una stagione di riforme, e dietro le quali si nasconderebbero ancora una volta inconfessabili cedimenti morali dell'opposizione, sembra tornare questo rivendicato orgoglio di inappartenenza al destino di un paese "alle vongole". E al partito democratico si torna a chiedere, dalle colonne dello stesso giornale, non di fare politica, e di costruire le condizioni per «divenire» un paese migliore, ma casomai di testimoniare di «essere» già la parte migliore del paese, che perciò non può scendere a nessun costo a patti con quella peggiore. Pazienza se quella parte, nel frattempo, ha conquistata un'ampia maggioranza, e se di riforme il paese ha comunque bisogno.
Quell'articolo, peraltro, è stato già rievocato una volta: non a caso, all'inizio della stagione della Bicamerale, poi conclusasi con un nulla di fatto. Luciano Violante lo citò per affiancare ad esso un altro celebre articolo, l'"apologo sull'onestà nel paese dei corrotti" scritto da Italo Calvino, e apparso qualche anno prima. Nell'apologo si descriveva un paese nel quale la stabilità era bene o male assicurata dal vischioso coalizzarsi di tutte le forme possibili d'illecito, e in cui gli onesti vivevano isolati e quasi invisibili fra le pieghe del sistema: stranieri in patria, appunto, "senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimili da tutto il resto". Ecco: solo se il partito democratico non avesse altra pretesa se non quella di sentirsi dissimile dal paese che aspira a governare, potrebbe tenere per buona questa descrizione e provare a percorrere questa via. Ma se vuole essere il partito riformista e popolare che Bersani ha detto durante la fase congressuale di voler costruire, allora bisogna che lasci definitivamente ad altri le parabole morali – oggi in verità assai più sguaiate: molto meno riuscite letterariamente e sempre perdenti, storicamente e politicamente. La storia, proprio la storia del PCI ha peraltro dimostrato ad abundantiam che in realtà esse costituivano solo un surrogato, il modo migliore per gestire e mascherare una certa impotenza, piuttosto che la carta d'identità di una forza politica capace di proiettarsi nel futuro.
L'apologo di Calvino si concludeva con parole che sembrano essere (anche in questo caso: senza che l'autore ne avesse alcuna intenzione) l'involontaria e quasi profetica descrizione di quello che il partito democratico rischia oggi di essere, se non scioglie questo nodo: "l'immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos'è". Forse, la via delle riforme tante volte evocate, qualora si aprisse davvero, potrà almeno servire al PD a non rimanere estraneo al corso politico del paese e a far capire agli italiani, una buona volta, che cosa il PD sia e soprattutto cosa mai voglia diventare.

Postato da Azioneparallela | 13:42 | commenti (3)

22/12/2009
Pelle

Pezzo a pezzo, prosegue la serie di Puzzle. L'uomo a pezzi e la filosofia. Stasera (Red Tv, ore 21) tocca a La pelle.

(E siccome mi si prende in giro sull'accento napoletano, stasera leggo un pezzetto de La pelle di Curzio Malaparte, per il quale non c'è accento migliore)

Postato da Azioneparallela | 17:58 | commenti (1)

Naturalismus

F.B. mi ha mandato l'articolo di Armando Massarenti (Com'è naturale la filosofia), apparso sul Sole 24 Ore di domenica scorsa, che riporta i risultati del convegno su "Linguaggio, scienza e storia. La filosofia analitica e le altre tradizioni", e io, che mi riprometto di tornare a scrivere sul blog, dal prossimo anno, comincio da qui.
L'obiettivo del convegno? Dice Massarenti: "portare come tema di discussione generale – per tutti i filosofi, indipendentemente dalle diverse correnti – un approccio finora praticato soprattutto dai filosofi analitici: il naturalismo".
Mi fermo. In quanto appartenente alle altre tradizioni, ho bisogno che il tema che mi viene portato mi venga anche definito. E così sono pronto a complicare, obiettare, eccettuare, cavillare. Ad approfittare della difficoltà di fornire una definizione non meramente stipulativa del tema, per tirare in ballo tutta la tradizione continentale del mondo.
Ma Massarenti non ha difficoltà: "Che cosa si intende per naturalismo filosofico?". A partire da Quine, si intende che tutti i problemi – quindi anche quelli relativa alla conoscenza o alla mente o al significato, vanno studiati "con lo stesso spirito delle scienze naturali".
Ma perché? Perché questo spirito dovrebbe prevalere? E la domanda circa il prevalere di questo spirito può essere anch'essa trattata e dunque avere risposta secondo questo stesso spirito? Non so.
Accantono la questione, che non mi pare di poco conto, e mi chiedo perché si debba chiamare naturalismo un approccio che si caratterizza per essere quello delle scienze naturali. Mi piacerebbe invece che si chiamasse naturalismo un approccio che si caratterizza per il fatto che comincia con una definizione di ente naturale (e forse nemmeno con una definizione), e che sostiene che non vi sono al mondo altro che enti naturali. Sarebbe più corretto, o no? E soprattutto: perché non pensare che una importante distinzione alla quale di sicuro gli analitici fan caso, quella fra ontologia ed epistemologia (fra essere e sapere), è perlomeno oscurata dalla denominazione di naturalismo per una corrente filosofica che non muove dalla natura, ma dalla natura in quanto oggetto di scienza? Cosa ha la natura per vedersi trattata anzitutto così?
Nel seguito dell'articolo qualcosa di queste preoccupazioni affiora ("Che cosa si deve intendere per «natura»? I fenomeni fisici, quelli psicologici e percettologici, o altro ancora? E che cosa si intende per «scienza»?"), ma – se capisco – in relazione al carattere più o meno liberale, cioè più o meno ampio, del naturalismo in questione, avendo cioè messo innanzi e ben stabilito che quelli fisici sono di sicuro i fenomeni naturali, e domandandosi quindi quali altri fenomeni siano ad essi riconducibili.
La qual cosa è indubbiamente sensata, interessante e molto produttiva: di quei fenomeni, infatti, c'è scienza, c'è conoscenza nel senso della scienza moderna, sicché la questione della liberalizzazione del naturalismo viene ad essere nuovamente la questione di «che cosa e quanto» possa essere studiato secondo lo spirito delle scienze naturali, immutato restando lo spirito.
Ma di nuovo: perché quello spirito? Quello spirito mi pare abbia due tratti essenziali: in primo luogo il dominio dei fenomeni, la conoscibilità nel senso della controllabilità e della riproducibilità; e in secondo luogo l'unificazione, perché non si vede per quale ragioni alcuni domini del reale dovrebbero essere eccettuati da un approccio di tipo scientifico.
Di entrambi i tratti io vedo la potenza, ma non riesco a vedere il fondamento. Il fondamento naturalistico, intendo. E soprattutto mi viene abbastanza naturale sospettare che l'obiettivo dell'unificazione ultima non solo non sia alla nostra portata, ma nemmeno possa esserlo, perché l'obiettivo suppone che la natura non sia altro che la somma dei fenomeni naturali (sia dell'ordine della cosa, e non dell'evento, direbbero gli impenitenti continentali), il che non va affatto da sé, e che nel qualificarsi come oggetto scientifico  non le accada proprio nulla.
(Io scrivo: ens qua cogitatum; ora, il cogitare sarà pure scientifico, ma resta che qua introduce un complemento di limitazione. E chissà, magari il naturalismo filosofico è precisamente quello che si occupa del complemento e della limitazione)

Postato da Azioneparallela | 13:10 | commenti (3)

20/12/2009
Circoletti

"Non a caso la chiusura alla trascendenza si scontra con la difficoltà a pensare come dal nulla sia scaturito l'essere e come dal caso sia nata l'intelligenza" (Caritas in veritate, § 74).
Se invece l'intelligenza fosse scaturita dall'Intelligenza, la difficoltà scomparirebbe. E grazie tante.
(Oggi pomeriggio con Giovanni Maddalena, a discutere dell'enciclica papale)

Postato da Azioneparallela | 10:48 | commenti (1)

17/12/2009
Dichiarazione d'autore

Che poi alla fine sono le cose che contano quelle che restano. E così su Il Tempo di oggi si dà notizia del convegno su L'uomo la cellula la parola (sabato, ore 9.30, Palazzo della Provincia di Frosinone) al quale prende parte "l'autore del blog azione parallela" (sic). Non posso più vivacchiare: mi toccherà davvero scriverci di nuovo.

P.S. Se poi dovessi davvero occuparmi della relazione fra la cellula e la parola, come dice il giornale, me la caverei con una parolina soltanto: nessuna. Non c'è nessuna relazione fra la cellula e la parola.

(Il Tempo)

Postato da Azioneparallela | 07:25 | commenti

11/12/2009
Confronto fra generazioni

- Papà, nonno è vecchio tu sei giovane e io sono nuovo -.  x

(Ai quattro gratti che sono rimasti: da gennaio mi riprometto di tornare a scrivere qui con qualche regolarità).

 

Postato da Azioneparallela | 08:51 | commenti (4)

01/12/2009
Piedi di Pilato

Stasera il solito appuntamento su Red Tv: Puzzle, ore 21. Puntata dedicata a I piedi

Postato da Azioneparallela | 08:34 | commenti

27/11/2009
Voglia di morire

Il titolo del post non c'entra gran che, ma l'indimenticata canzone dei Panda andava citata. Sta di fatto che stasera, a Salerno, si presenta Morire in gola, di Andrea Manzi, con Silvio Perrella. Luciana Libero, Pietro Treccagnoli e il sottoscritto.

Postato da Azioneparallela | 17:32 | commenti (1)

25/11/2009
Tutti a Ravenna

Tutti ad acquisire gli "strumenti critici connessi a questa proposta culturale dove uno studioso contemporaneo si confronta con il lascito di un grande maestro dell'età moderna, proponendo l'approfondimento dei principali protagonisti della modernità" (qui). Tutti "a risolvere, o almeno ad impostare in modo corretto, le grandi questioni che attendono ancora al varco l'umanità, soprattutto in tempi depressi e spaesati come i nostri" (qui), tutti a "impostare un'altra conversazione sulle grandi questioni a cui l'umanità tenta di dare risposta" (qui).

Siete depressi, siete spaesati? Tentare di dare risposte? La conversazione del sottoscritto con Hegel, domani alle 17.30, è quello che fa per voi.

Postato da Azioneparallela | 09:37 | commenti (1)

24/11/2009
D'Alema e la Ue. Veleni a sinistra

Secondo Martin Schulz, la colpa è dei governi. E segnatamente del governo italiano, che essendo un governo di centrodestra si è guardato bene dal fare il nome di D'Alema per la carica di ministro degli Esteri della UE. Il presidente dell'eurogruppo socialista in Europa indica dunque in Berlusconi il responsabile del mancato successo italiano. È prevalsa la logica dei governi, dice, e siccome D'Alema non aveva dietro di sé un governo amico, non ce l'ha fatta.
Ora, è una singolare argomentazione quella che propone come attenuante ciò che casomai dovrebbe valere come aggravante. Almeno in politica, dove c'è poco da esimersi dalle proprie responsabilità adducendo a scusante la propria debolezza, e la forza altrui. Schultz ha detto insomma che i partiti europei – e lui stesso, che ne è autorevolissimo dirigente - non hanno voce in capitolo. Non resta che prenderne atto, e magari invitare i socialisti che si riuniranno a congresso, a Praga, il 7 e 8 dicembre prossimi, a scuotersi di dosso lo spirito di rassegnazione con cui, stando almeno alle parole di Schulz, hanno affrontato questo snodo cruciale della politica europea.
Ma il punto veramente decisivo della partita giocata a Bruxelles è un altro. La logica dei governi, che secondo la ricostruzione di Schulz ha prevalso, non ha prevalso solo tra i popolari: se così fosse, quello di Schulz sarebbe l'atto di accusa di un fervente europeista contro gli interessi, anzi contro gli egoismi nazionali che tornano sempre di nuovo a soffocare i generosi slanci delle forze progressiste e socialiste. Purtroppo non è così, perché la logica dei governi ha prevalso proprio là dove una forza socialista, che sia coerente con il proprio DNA europeista e punti al rafforzamento dello spirito comunitario, avrebbe dovuto avere l'animo di contrastarla: cioè tra le proprie file, tra laburisti inglesi, socialisti spagnoli, socialdemocratici tedeschi.
Questo Schulz dovrebbe dirlo. Se infatti, tra i socialisti europei riuniti, accade che Gordon Brown si alzi, si schiarisca la voce e metta poi avanti, senza troppi giri di parole, le ragioni nazionali – sue e del suo governo –, com'è appunto accaduto, tocca o sarebbe toccato ad un partito all'altezza della situazione, quale forse in quest'occasione il PSE non è stato, far presente con qualche fierezza che il criterio di scelta del ministro degli esteri dell'Unione non può essere quello di aumentare le probabilità di vittoria (o, più realisticamente, di onorevole sconfitta) di Brown nelle elezioni britanniche del 2010. Toccava insomma proprio a Schulz, tra gli altri, indicare con chiarezza di visione le linee di azione del partito socialista in Europa e nel mondo, e far discendere da quelle una scelta di alto profilo, coerente e autorevole.
E invece Schulz ha taciuto. E invece è prevalsa la logica dei governi, ma non si può proprio dire, purtroppo, che il partito socialista si sia battuto contro: ha anzi ospitato senza imbarazzi quella logica tanto deprecata nel proprio campo, con la miopia di chi non comprende che in questo modo non si andava compiendo solo una scelta di basso livello, ma si mostrava un'acquiescenza politica preoccupante nei confronti della linea che il PSE dovrebbe, per essere credibile, non solo deprecare il giorno dopo, ma anche combattere il giorno prima.
Quest'ultimo punto, che tocca l'identità di una forza socialista in Europa, è quello che dovrebbe maggiormente preoccupare i congressisti di Praga. Non per piangere sul latte versato, ma per farsi qualche domanda. Ad esempio: se il partito popolare si presenta in Europa come una forza egemone, è solo colpa del destino, o di un certo deficit culturale e progettuale dei socialisti? Ci si può limitare a dire che è sempre solo colpa degli altri, che sono più forti, dimenticando che il compito di un partito è proprio quello di dare forza alle proprie ragioni? E si può trascurare il fatto che quelle ragioni non avranno mai la forza necessaria, se nei momenti in cui si tratta di avanzarle si preferisce invece rinunciare e accodarsi?
Qual è il senso dell'impegno dei socialisti in Europa, insomma? Può darsi infatti che essi scontino la debolezza generale dello strumento partito, che noi in Italia peraltro ben conosciamo. Ma allora sappiano almeno che hanno, proprio in quanto socialisti e come democratici, un primo, decisivo punto all'ordine del giorno del loro congresso prossimo venturo.
(Il Mattino)

Postato da Azioneparallela | 15:20 | commenti (4)

Cuore

Se oggi alle 21 non seguite Puzzle. L'uomo a pezzi e la filosofia, su Red TV, vuol proprio dire che non avete Cuore.

(Le puntate precedenti sono archiviate sul sito)

Postato da Azioneparallela | 09:05 | commenti





Who Links Here