Babele
Babele
 
10/07/2009
Situazionismo

A proposito del passo compiuto ieri, mancavo di dire che, per equilibrare, al mattino avevo acquistato Lotta comunista, che sotto la testata recita: Proletari di tutti i paesi unitevi. Organo dei gruppi leninisti della sinistra comunista. Opposizione proletaria all'imperialismo europeo e all'imperialismo unitario.

(Con un gesto altamente situazionista, ieri stavo per lasciare distrattamente il foglio nella sede del comitato di uno dei candidati alla carica di segretario del PD. Poi non ho avuto cuore, ma devo dire che l'analisi del risultato elettorale - "Il PD preso in contopiede dal nuovo interventismo di Stato" - condotta sulla base dei dati forniti dall'Istituto Cattaneo, era fatto molto bene e sarebbe potuta tornare assai utile).

Postato da Azioneparallela | 16:38 | commenti

Insegnamenti metafisici

Enrico (a tavola, dopo avere seguito un certo spot): - Papà, ma che cosa ci vuole per fare il legno? -
Io: - Un albero -.
Enrico: - E per fare un albero? -
Io: - Un seme -.
Enrico - Eh? -.
Io: - Sì. Dal seme crescerà l'albero -:
Enrico: - E per fare un seme? -.
Io: - Un frutto-.
Enrico: - E per fare un frutto? -
Io (con tono di soddisfazione): - Un fiore! -
Enrico (insofferente e palesemente insoddisfatto per le continue risposte): - E allora per fare Dio? -.
Io: - Un altro dio? -.
Enrico: - E come ci fa a esserci un altro dio prima di fare Dio? -
Io: - Giusto. E allora come si fa? -
Enrico: - Dio non si fa. Dio esiste da sempre. Non hai capito, papà! -.

Postato da Azioneparallela | 16:30 | commenti (1)

09/07/2009
Ora fatale

Stasera ho preso la tessera del PD. (A Baronissi, per ora siamo in nove)

Postato da Azioneparallela | 22:09 | commenti (6)

07/07/2009
Ti odierò finché campo

Non ho avuto cuore di tradurre, ma una reazione così dura a una stroncatura io non l'ho mai letta:

Vous avez désormais tué mon livre aux Etats-Unis, rien de moins. Deux ans de travail fichus en l’air par un misérable articulet de 900 mots…. Je vous haïrais jusqu’à mon dernier jour. Je vous souhaite le pire de ce qui pourra vous arriver à chaque étape de votre carrière. J’en observerai le processus avec un intérêt mêlé d’une joie maligne
 
La reazione proviene dal filosofo Alain de Botton, uno che presenta i suoi libri dicendo giustamente che li scrive per rendere il mondo più bello; uno che è diventato famoso scrivendo Le consolazioni della filosofia, ma che - devo dire - si è occupato anche dell'"ansia da status [che] è un sentimento che accompagna l'uomo da sempre". D'altra parte, io non ho mai letto un suo libro, e va bene così).
(Da Assouline)

Postato da Azioneparallela | 21:08 | commenti (1)

06/07/2009
Rifare i conti con la Cina

 La visita del presidente cinese Hu Jintao, dieci anni dopo la precedente visita di Jiang Zemin, segna una nuova tappa nei rapporti fra il nostro Paese e la Cina. Secondo l’ex ministro De Michelis, presidente del comitato strategico della fondazione Italia-Cina, la visita di Hu è «la ricaduta indiretta più importante dello svolgimento in Italia del G8». Bastano i numeri che il colosso economico cinese può vantare per rendere ben fondato questo giudizio. Fatti tutti i migliori auguri all’esito di questi incontri ad alto livello, che potranno solo intensificare scambi e cooperazione, rimane comunque il fatto che un alone di inquietudine politica e culturale continua a circondare il confronto con la Cina.

È così dal tempo dei viaggi missionari, nel ’600, quando i gesuiti che ripercorrevano i sentieri dell’antica via della seta giungevano al cospetto di una civiltà antichissima e stupefacente, con cui però era difficile trovare punti di contatto. Tornavano in patria dopo lunghi anni, riportando le «strabilianti ultime novità della Cina», e lasciavano gli europei divisi fra quanti si convincevano che si trattava dell’Impero del Demonio, che si doveva «distruggere per stabilirvi quello di Gesù Cristo», e quanti, invece, se non pensavano addirittura che Cristo e Confucio avessero insegnato le stesse cose, credevano tuttavia che la «filosofia naturale» dei cinesi, cioè la loro visione del mondo, non fosse troppo distante dalla nostra: non al punto che non si potessero trovare insieme le strade del reciproco rispetto e della reciproca comprensione. Il fatto è che oggi come allora non è semplice prendere le misure al colosso asiatico. Il terreno di confronto si è spostato dal piano culturale e religioso a quello economico e politico, ma le incertezze nella condotta occidentale permangono, tanto negli Usa quanto in Europa (e di conseguenza anche in Italia, spesso all’interno dello stesso schieramento politico). In effetti, finché le potenze europee hanno potuto sfruttare il vantaggio competitivo accumulato nel corso dell’800, dalla rivoluzione industriale in poi, la Cina non ha rappresentato un problema. Ma da quando quel vantaggio ha preso ad assottigliarsi, e le stime dimostrano che sotto molti aspetti va riducendosi fino a scomparire, il problema di un nuovo ordine mondiale che tenga conto della crescita economica cinese si pone in forma nuova. È difficile credere che pesi politici (e militari) non si ridefiniscano in conseguenza dei mutati pesi economici e finanziari. Ed è ingenuo assumere che il «miracolo» cinese e il conseguente ridimensionamento dell’egemonia americana possano avvenire senza mutamento alcuno entro la cornice, le regole e le istituzioni internazionali costruite dall’Occidente. Basti pensare al piccolo cenno che si trova nelle ultime dichiarazioni rilasciate da Hu al Corriere della Sera: «Vogliamo rafforzare i controlli sui mercati finanziari e promuovere la riforma sul sistema finanziario internazionale e, appunto, incrementare la rappresentanza e il diritto di parola dei Paesi in via di sviluppo». La domanda è allora: quanto della dottrina neoliberale che ha guidato la globalizzazione negli ultimi trent’anni (il cosiddetto «Washington consensus»), e che la crisi in atto ha già scosso, rimarrà immutato con l’inedita presa di parola dei Paesi in via di sviluppo guidati dalla Cina? E poiché, come diceva Schumpeter, i mercati finanziari sono «il centro di comando del sistema capitalistico», come escludere che avvengano mutamenti significativi dalle parti del «centro di comando»? Il filosofo francese Deleuze riconduceva la differenza fa la Cina e l’Occidente a quella che corre tra l’antico gioco orientale del go e gli scacchi. Gli scacchi sono un gioco di presa, di cattura: Bianchi e Neri si mangiano i pezzi avversari. L’ultimo ad essere catturato sarà il Re, e allora lo a partita avrà termine. Nel go, invece, si dispongono quietamente, una dopo l’altra, le pietre bianche e nere sulla scacchiera (il «goban»), allo scopo non di catturare e annientare l’avversario, ma di formare territori sempre più ampi, circondando o mettendo fuori uso le forze avversarie. Nella dottrina cinese ufficiale dell’«heping jueqi» - che più o meno vuol dire: emergere rapidamente ma pacificamente - c’è forse qualcosa della strategia di quell’antico gioco. Hu Jintao e i dirigenti cinesi non mancano da anni di rassicurare l’Occidente: nessuna corsa all’egemonia, all’uso della forza, agli armamenti, a una nuova divisione del mondo in blocchi contrapposti; ma nei territori che si scompongono e ricompongono sulla scacchiera del mondo, qualcosa, pacificamente ma rapidamente (e inesorabilmente), va cambiando. 

(Il Mattino)

Postato da Azioneparallela | 14:09 | commenti (2)

03/07/2009
Cartine

Al termine di un lungo articolo in cui spiega come coi personaggi romanzeschi non si può scherzare Umberto Eco conclude che dunque, data l'irrefutabilità di asserzione del tipo: "Superman è Clark Kent (e viceversa)", si può concludere che "la funzione epistemologica degli asserti romanzeschi è che possono essere usati come cartina di tornasole per l' irrefutabilità di ogni altro asserto".

Usiamoli. Io dico: "Garibaldi aveva la barba". Eco mi spiega che di sicuro è un asserto dubitabile (basato com'è su fonti storiche, documentali, iconografiche, ecc. ecc.) e non su un'esperienza diretta irrefutabile, Ma se io capisco questa spiegazione, non vedo cosa aggiunga l'uso dell'asserzione tipo di Eco. L'uso dell'asserzione tipo di Eco mi serve piuttosto nel caso non capisca cosa mai voglia dire "irrefutabile". Allora Eco potrebbe dirmi:vedi questa proposizione? Questa è irrefutabile, la tua non lo è allo stesso modo.

Bene. E se io rispondessi: "Oh bella, tu parli di un mondo fittizio, e la tua è l'irrefutabilità di un'asserzione riferita a un mondo fittizio. Non sarà che il tuo asserto è irrefutabile perché riferito a un mondo fittizio? E perché mai "vero in un mondo fittizio" dovrebbe fungere da cartina di tornasole di ciò che vuol esser vero rierito a un mondo reale? Facciamo così: io chiamo "mangiassassi verde" quell'animale che vive sotto terra, mangia i sassi ed è di colore verde. Non ti pare ora irrefutabile l'asserzione che il mangiasassi è quell'animale che vive sotto terra, mangia i sassi ed è di colore verde? Serve a qualcosa ora l'assumere tutto ciò a cartina di tornasole di alcunché?"

Le cartine: non sempre c'è da fidarsi (e nemmeno delle asserzioni tipo di Eco, come ricorda Luca, che mi ha segnalato il suo articolo)

Postato da Azioneparallela | 11:15 | commenti (1)

01/07/2009
Tra le colline senesi

"Non riesco ad abituarmi a come scende la notte"

Postato da Azioneparallela | 15:47 | commenti (4)

29/06/2009
Il centro di comando

"Sul mercato finanziario agiscono tutte le condizioni della vita della nazione, tutti gli eventi politici, economici e naturali, tutti i progetti e le prospettive riguardanti il futuro del sistema economico [...]. I mercati finanziari sono e sono sempre stati il centro di comando del sistema capitalistico".

(A commento di questo articolo, da J. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, cit. in G. Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del XXI secolo, Feltrinelli 2007, grande libro che finalmente  sono riuscito a finire. In memoria dell'autore)

Postato da Azioneparallela | 15:23 | commenti

26/06/2009
Pubblicità

liberopensiero

 

Postato da Azioneparallela | 07:16 | commenti

25/06/2009
50 centesimi

"Destra e sinistra. Che la distinzione fra destra e sinistra sia da buttar via, è ormai un luogo comune dell'attuale dibattito politico. Rispondo [...] che non ho nulla in contrario a riconoscere la storicità della contrapposizione e la convenzionalità della denominazione. Ma ripeto che la tendenza di un universo conflittuale come quello politico a dividersi in due parti contrapposte non è mai venuta meno, e oggi più che mai una delle ragioni della divisione è il diverso atteggiamento di fronte al problema dell'eguaglianza e della diversità. E' innegabile che uno dei grandi problemi del nostro tempo è quello delle migrazioni di massa che stanno sconvolgendo le nostre società. Di fronte a questo problema la distinzione fra un atteggiamento egualitario e uno inegualitario è evidentissima, e almeno sinora anche la denominazione di destra e sinistra per riconoscerli è appropriata.
"Religiosità-laicismo. Prima di dichiarare superata questa dicotomia occorrerebbe intendersi sul significato delle due parole e distinguere le varie aree nelle quali viene di solito applicata [...].
Quanto alle diverse aree in cui vale la distinzione, alla distinzione fra religione e laicismo corrisponde in politica la distinzione fra Stati confessionali e Stati non confessionali o laici; in etica, la distinzione fra etica religiosa e etica laica, che sono come non mai in conflitto su temi all'ordine del giorno come aborto, eutanasia, trapianti [...]. Se c'è un'epoca in cui il dibattito fra una visione laica e una visione religiosa della vita non accenna a spegnersi è [...] proprio la nostra.
"Borghesia-proletariato. Che questa dicotomia sia superata almeno nei paesi capitalistici è sotto gli occhi di tutti. Il grande contrasto che aveva colpito Marx era quello che si era aperto nei paesi che stavano avviandosi alla grande rivoluzione industriale. Il ripeterlo oggi è una banalità. Ma questo era soltanto uno dei contrasti fra chi sta in alto e chi sta in basso nella scala sociale nel mondo di oggi. Il superamento del contrasto fra borghesia e proletariato, posto che sia avvenuto, non cancella altre «dicotomie» [...] di cui la sinistra dovrebbe occuparsi e preoccuparsi".
E' vero che la citazione che vi propongo è tratta da un libro che ho acquistato l'altro giorno al modico prezzo di 50 centesimi (N. Bobbio, Né con Marx né contro Marx, Editori riuniti, Roma 1997). E' vero che si può trovare molta semplificazione nelle dicotomie che Bobbio presentava  al suo interlocutore (Costanzo Preve): tutto quello che volete. Ma siccome a fare il punto sul PD sembra che le dicotomie che vengono fatte funzionare siano nientepopodimeno che giovane/vecchio, oppure personalmente credibile/non credibile, e siccome si dice alquanto candidamente che dopo tutto ci si riunisce senza sapere "neanche bene perché", trovo di non avere fatto una follia spendendo i miei 50 cent per questo vecchio libro. Non saprò fare altrettanto bene il punto sul PD, ma almeno non sarà nel vuoto che fisserò il mio punto.
P.S. IBS dà il libro a tre euro e ventisei centesimi.

Postato da Azioneparallela | 23:03 | commenti

D ci piace

Pare che al prossimo Congresso del PD, nonostante lo spirito del Lingotto, i piombini non vogliano più Mi fido di te come colonna sonora. Io ho una modesta proposta, al riguardo, che ha il pregio di indicare già il profilo del prossimo segretario del PD:

Beh insomma... modestamente...
Il mondo di fuori non cambia colori
facciamoci sotto gli diamo due mani
Tutti d'accordo? D'accordo!!
Tutti d'accordo? D'accordo!!
Da questa mattina facciamo sul serio
chi vuole sognare lo faccia davvero!
Tutti d'accordo? D'accordo!!
Tutti d'accordo? D'accordo!!

A ci piace perchè parla con il cuore!
B ci piace perchè è buono come il pane!
C ci piace perchè sogna e fa sognare!
D ci piace perchè è il più più che speciale!

(ecco il link)

Postato da Azioneparallela | 15:06 | commenti (2)

Giovani idee

Ma che lo facciamo a fare, il congresso del PD? Repubblica sa già cosa la base vuole. La base poi sta alzando la voce, quindi come si fa? Ratifichiamo il sondaggio di Repubblica: primarie con Debora, Serracchiani segretario, via tutti (vecchie facce, nomenklatura, cardinali), e ripartiamo.

("Giovani idee"? Ma se Repubblica dice 'sta cosa da quando è nata? Che poi siano arrivate ad essere giovani pure le idee: beh)

Postato da Azioneparallela | 07:37 | commenti (1)

24/06/2009
Il punto metafisico

(A proposito delle Ricerche filosofiche di Ludwig Wittgenstein:
Cosa consente alla maestra di decidere che un bambino, il quale abbia eseguito correttamente nove addizioni su dieci, si è semplicemente distratto nell'unico caso errato? Perché non pensa invece che non ha ancora compreso la regola dell'addizione? La risposta è: la forma di vita. E non è, come si comprende sotto, una risposta definitiva).
 
"«Un bambino si è fatto male e grida: gli adulti parlano e gli insegnano esclamazioni e, più tardi, proposizioni. Insegnano al bambino un nuovo comportamento del dolore». Strano miscuglio di ovvietà e intuizioni profonde! Gli adulti insegnano al bambino il modo di connettere parole e cose. E come glielo insegnano? Con le parole («gli parlano»), il che implica che il bambino sa già come connettere parole cose, altrimenti nulla capirebbe" (V. Vitiello, In lotta con il linguaggio. Da Wittgenstein a Nietzsche (passando per Hegel), in Il pensiero, 2/2008, p. 120).
L'implicazione è errata, a mio avviso. Anzitutto però direi: è proprio quello che accade! O almeno: io ho fatto proprio così, coi miei figli! Io ho parlato loro ben prima che loro capissero quel che dicevo! Insegnare un nuovo comportamento di dolore non significa affatto insegnare il significato delle parole che costituiscono quel nuovo comportamento. È ben chiaro che impariamo a parlare ben prima di imparare il significato delle parole. Che impariamo a connettere parole e cose senza passare per il loro significato. Proprio questa è la ragione per cui LW parla di addestramento o di ammaestramento, al riguardo. E tutta la faccenda è proprio che non si può indicare il punto o la soglia o il meccanismo che consente di indicare che l'addestramento è completato e che solo ora si comprende davvero; che è finito l'automatismo macchinico (o animale: ma metto tra parentesi queste parole), e che siamo entrati nel regno dello spirito.
Ma non c'è in questo nulla di misterioso, perché una lettura radicale (ma fedele, per quel che conta) di LW deve mostrare che questo punto non c'è! E non c'è non perché non sia un punto (ma poi: cosa?) ma perché l'attraversamento di quel punto non è alle nostre spalle, così che lo si debba indicare (o mancare di indicare, per misteriose ragioni). Il fatto è che quel punto non lo si è mai superato una volta per tutte e definitivamente, quel passaggio o quella metabasis non si è mai compiuta, ed è perciò che non la si può indicare (ed è perciò che io non direi mai che noi siamo dentro l'area del significato, dentro l'iconologia della mente o dentro qualunque altra cosa: io non concedo questo dentro). Proprio come non si può dire una volta e per sempre (riprendo l'esempio di sopra) che per la maestra, per noi o per Dio il bambino che ha eseguito correttamente nove operazioni su dieci ha superato la fase dell'addestramento e possiede il significato concettuale della regola che ora sa applicare (mentre prima no).
Non lo si può dire per il bambino, e naturalmente non lo si può dire per noi stessi.
Si può dare molteplice seguito a quest'osservazione, che ai miei occhi è essenziale. Quel che qui brevemente aggiungo è che la decisione (è LW che parla di una decisione: non mi spiego sulla parola) si accompagna sempre a un indecidibile, e che proprio perciò non c'è motivo di dire (come fa Sini) che noi abbiamo già da sempre attraversato la soglia più di quanto si debba dire che non l'abbiamo mai attraversata (la soglia, per esempio, che tanto preme oggi, dell'animalità).
 

Postato da Azioneparallela | 15:53 | commenti (4)

22/06/2009
La giostra della famiglia in vacanza

In un normale zainetto, ingenuamente brevettato nel secolo scorso, cioè prima dell’avvento dei parchi di divertimento di massa, la famiglia italiana media, composta da padre madre e due figli, cerca solitamente di stipare: la crema solare protezione totale, un paio di cappellini con visiera, due costumi da bagno, due paia di ciabatte di ricambio, un ricambio per ciascuno dei pargoli completo di calzini canottiere, pantaloncino, maglietta (e due giubbini antivento perché non si sa mai), due teli per il mare, un pallone gonfiabile, un Mp3 player, un apparecchio Nintendo, due lattine di coca-cola e due succhi di frutta, un paio di panini e un paio di tramezzini, una scatola di cerotti, qualche forcina per i capelli, fazzolettini di carta, salviette rinfrescanti, pile, caricabatteria.
Così equipaggiati vanno. Dinanzi a loro si estende al sole il parco: con le giostre, le attrazioni e gli spettacoli. Sono le dieci del mattino, la temperatura viaggia già intorno ai 30 gradi e i nostri eroi aspettano da un'ora per essere i primi ai tornelli di ingresso. Stanno già studiando la mappa del parco, e si chiedono come schivare le colonie e i gruppi organizzati che ingrossano pericolosamente le file. Hanno infatti solo otto ore di tempo per: assistere a spettacoli, musical e proiezioni, sbracciandosi furiosamente perché i bambini selezionati ogni volta per i giochi da pagliacci e maghi sul palco siano proprio i loro; provare tutte le giostre e le attrazioni senza lasciarsi spaventare da cartelli che precisano: "da questo punto il tempo di attesa è 90 minuti"; assecondare i figli ("siamo qui per loro") e fare tutti i giri che chiederanno, lasciandosi tirare per la maglietta; mangiare e bere non quello che hanno portato con sé ma quello che i figli vorranno (se nello zainetto c’è la coca cola vorranno l’aranciata, e viceversa: immancabilmente).
Il percorso netto prevede pure che ad ogni giostra, ad ogni pupazzo, ad ogni altalena, la nostra famiglia si fermi per qualche foto: foto a lui coi bambini, a lei coi bambini, a lui lei e i bambini, ai soli bambini, alla sola giostra. Siccome il progresso tecnologico ha messo nelle nostre mani quegli strumenti di tortura che sono le fotocamere digitali, con le quali si possono fare centinaia di foto a costo zero, e siccome – è noto – l'etica non tiene il passo della tecnologia e dunque tutto ciò che appare realizzabile per questo solo va anche realizzato, si scatteranno tutte le foto che la memory card della macchina contiene: e sono numeri a parecchie cifre. Lo stesso supplizio, naturalmente, va ripetuto con la videocamera.
E la giornata trascorre. Si avvicina l'orario di chiusura, i bambini cominciano ad essere stanchi e nervosi, forse si accontenterebbero di un gelato e di una panchina, ma il tempo corre e non sono state ancora affrontate le attrazioni estreme. Questa è l'ora in cui i duri cominciano a giocare, l'ora in cui i genitori tornano a comandare. Al diavolo ogni prudenza: adesso sono loro a tirare i figli per la maglietta, perché non si perdano l'ultimo giro sulle montagne russe, oppure la ruota panoramica, o anche solo il carosello che sarà pure riservato ai bimbi di due anni ma va fatto anche quello.
Uno pensa che su questa irresistibile pulsione al divertimento fosse tutto già scritto nel libro di Pinocchio, quando narra del paese dei balocchi e di come Pinocchio si lasciò sedurre; e invece non sta scritto proprio nulla. Sul far della sera, si capisce infatti che a salire sul carro trainato "da un omino "tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre" siamo oggi un po' tutti: e più gli adulti che i bambini. Collodi, del resto, dei "cinque mesi che durava questa bella cuccagna di baloccarsi" non dice neanche una parola. Li salta a piè pari, e passa subito all'amaro risveglio con le orecchie d'asino. E si capisce: bastano due giorni in un parco di divertimenti per comprendere che cinque mesi là dentro sarebbero un inferno per chiunque.
Ma l'imperativo del nostro tempo è comunque: "Godi!". Lo ha scritto il filosofo sloveno Zizek ed è vero: non c'è nessuna ingiunzione che ci viene più insistentemente rivolta dal sistema della comunicazione, dalla pubblicità, dai media. "Godi!" è l'unico dovere al quale non possiamo sottrarci, senza che le nostre vite perdano completamente senso: a che vale una vita senza weekend? Cos'è mai un'estate senza bagni al mare, un compleanno senza la festa, un sabato senza sabato sera?
E purtroppo, in questi giorni, a leggere almeno i quotidiani, sembra che nessuno, ma proprio nessuno, che conduca il carro o ci si lasci portare, sia capace di sottrarsi a questo paradossale dovere. Speriamo solo che non tocchi anche a noi, come a Pinocchio, di ritrovarci tutti somari, perché buone bambine dai capelli turchini che ci aspettino pazienti purtroppo non ce ne sono più.
(Il Mattino, con un po' di anticipo rispetto alla disponibilità on line: mi scuso col giornale. E mi scuso anche con la mia famiglia: nonostante certe apparenze, l'articolo non è precisamente autobiografico)

Postato da Azioneparallela | 10:50 | commenti (1)

19/06/2009
Il socialismo sostituito dal nuovismo

Si dice: i partiti che in Europa appartengono al campo socialista hanno subìto con il voto di giugno una dura sconfitta. La cosa è tanto più significativa in quanto la consultazione si è tenuta in un momento di crisi: sarebbe stato perciò naturale attendersi un risultato importante per la sinistra, che poteva tornare a cavalcare le sue ricette tradizionali nelle materie economiche e sociali. E invece non è andata così. La sinistra ha perso in quasi tutta Europa, mentre il Partito popolare risulta essere di gran lunga, nel Parlamento di Strasburgo, il primo raggruppamento. Si dice così, e si conclude: dunque alle socialdemocrazie europee tocca mettersi con maggiore convinzione sulla strada dell’innovazione, della rottura col passato, dal momento che con il voto nulla o quasi del vecchio patrimonio politico e ideologico pare essersi salvato. Se poi si traduce nel linguaggio della politica italiana questo ragionamento sembra che esso conduca diritti a quello «spirito del Lingotto» che aprì due anni fa, con il discorso di Veltroni a Torino, la prima stagione del Partito democratico. A quello spirito, infatti, nonostante i suoi progetti di vita lo portassero altrove, è tornato di recente l’ex segretario, senza tuttavia spiegare quando esso sarebbe andato smarrito, visto che lui stesso, che lo ha enunciato e impersonato, ha tenuto la segreteria del Pd fino al febbraio scorso, e che a sostituirlo dopo le dimissioni, per affrontare il voto europeo, non è andato un suo acerrimo oppositore ma il vicesegretario Franceschini, che ha tuttora il suo leale e convinto sostegnoA ogni buon conto, nel discorso del Lingotto si diceva analogamente: «L’Europa è andata a destra perché la sinistra è apparsa imprigionata, salvo eccezioni, in schemi che l’hanno fatta apparire vecchia e conservatrice, ideologica e chiusa». Se questo era vero (e in realtà era solo parzialmente vero), allora la domanda, riferita all’oggi, è se il Partito socialista di Zapatero o il Partito laburista di Brown si siano presentati alle scorse elezioni di giugno ancora nella forma «ideologica e chiusa» che il discorso del Lingotto imputava loro, e se, soprattutto, hanno perso per questo. La domanda è poi, per venire all’Italia, se il partito democratico, guidato da Veltroni e Franceschini, abbia conservato, nei due anni che lo separano dal Lingotto, una tal forma «ideologica e chiusa» - e in tal caso a chi poi se ne dovrebbe imputare la responsabilità, visti i ruoli dirigenti da loro ricoperti. In realtà, si vede bene che è piuttosto il contrario. Che almeno per il caso italiano le cose sono andate diversamente. Che cioè il Pd, che nel discorso del Lingotto si presentava come un partito del tutto nuovo, come il partito del nuovo millennio, non è apparso affatto imprigionato in una forma «vecchia e conservatrice, ideologica e chiusa», perché è apparso, casomai, stentare a trovare una forma che fosse una. Sul concetto di ideologia ci sarebbe poi da intendersi. Nel linguaggio corrente, e nel discorso del Lingotto, il termine, oltre a significare qualcosa di brutto e impresentabile, indica un insieme compatto di idee, abbracciate però indipendentemente dai fatti e adoperate come chiave generale di interpretazione dei fatti stessi: qualcosa come un partito preso, insomma. Poi però uno guarda i risultati delle europee, e scopre che i due partiti usciti vincitori dalle urne, l’Idv e la Lega, sono le due formazioni a più alto tasso di «partito preso»: quelli cioè di cui si può sapere cosa pensano i loro dirigenti intorno a questo o a quello ancor prima di leggere le loro dichiarazioni - mentre al contrario, nel caso del Pd, è difficilissimo sapere in anticipo quale linea mai prenderà. Forse anche il partito tutto programmatico e anti-ideologico sin qui immaginato, nello spirito del Lingotto, ha bisogno di qualche bussola in più. Tutto questo non significa che bisogna far macchina indietro e tornare appagati ai vecchi partiti di una volta. Ma poiché alla prova del voto la sinistra europea è andata avendo già da anni mollato gli ormeggi, e abbracciato una cultura vagamente liberale, è più ragionevole indicare nella confusione ideologica (o più banalmente culturale), sin qui comportata da un generico nuovismo, la prima responsabile delle sconfitte elettorali. Dopo di che, la nuova sintesi politica resta ancora da fare, e il congresso del Pd sarà probabilmente un buon congresso se proverà a farla. Il che però significa: piantare sì nuove radici, ma evitando di carbonizzare i vecchi alberi. Anche perché, per un partito, forse non è il caso di abbracciare euforici le parole di Nietzsche: rotolare «via dal centro verso la x», e affrontare il mare incognito della modernità senza avere né fondamento né scopo.

(Il Mattino)

Postato da Azioneparallela | 20:23 | commenti

17/06/2009
Socialdemocrazia e voto europeo

Non entro nel merito della riflessione sul destino delle socialdemocrazie europee che Andrea Romano ha proposto su Il Sole 24 Ore. Mi soffermo solo sull'argomento finale: nel recente voto europeo le sinistre non hanno tratto affatto vantaggio dalla crisi, dice Romano (e questo è un fatto), il che dimostra che le ricette tradizionali della socialdemocrazia non sono più credibili, almeno agli occhi dell'elettorato europeo. E questo però non è un fatto ma solo un'opinione, che peraltro ho sentito far propria anche da Biagio De Giovanni, alla recente presentazione napoletana del suo ultimo, bel libro (A destra tutta, Marsilio).
E' un'opinione, peraltro, discutibile per la banale ragione che non mi pare affatto che le forze di sinistra si siano presentate all'elezioni sbandierando programmi di schietta impostazione socialdemocratica. Non ho il quadro complessivo delle prese di posizione dei diversi partiti aderenti (o quasi aderenti) al partito socialista europeo, ma se devo giudicare dal caso italiano, mi sembra difficile sostenere che il nostro caro partito democratico si sia presentato con un profilo tradizionalmente socialdemocratico e che sia stato perciò punito dagli elettori. Tutt'altro.
Può darsi dunque che la sinistra debba fare ancora molti passi "all'insegna di quello spirito di libertà e innovazione che ne ha segnato la sua più recente e migliore stagione", come scrive Romano, ma può darsi anche che proprio quello spirito, di cui sono impregnate le sinistre europee che hanno governato negli anni Novanta, e con le quali si sono presentate all'appuntamento elettorale, non basti più, in tempi di crisi.

Postato da Azioneparallela | 08:04 | commenti

15/06/2009
Duque e Vitiello

Le puntata di Europa, Occident, su Red Tv, si avviano ad essere disponibili (non scaricabili).

Qui trovate Vitiello; e qui Duque.

Postato da Azioneparallela | 18:59 | commenti (1)

Effetto in quanto

"Occorre un nuovo materialismo, distante da ogni ontologia che basi il principio della realtà del reale sulla correlativa affermazione dell'irrealtà dell'irreale".
P. Macherey, a proposito di Spettri di Marx di Derrida.
Formalizzo: il nuovo materialismo deve porre A senza porre non-non-A. Si può fare?
Si può fare solo se A = non-non-A è la legge non di tutta la realtà, ma solo di una sua porzione (una proposizione problematica).
Naturalmente, questo non significa che in altre porzioni della realtà impazzi la contraddizione più sfrenata; significa invece che l'operazione logica di identificazione non è neutra né innocente, ma ha effetti su ciò che viene così identificato (e – occorre aggiungere – ha o può avere effetti alienanti).
L'effetto in questione si chiama effetto "in-quanto". Identificare è prendere una cosa in quanto è quella cosa (e così non è mai prenderla tutta: in quanto introduce un complemento di limitazione)
Tenetelo a mente, e torniamo a Derrida
* * *
Per Derrida, il limite della critica marxiana sta precisamente in ciò, che egli scopre il carattere spettrale della realtà (la "fantasmagoria" della merce), con riferimento economico-politico al dominio del capitale (ma in generale: del valore di scambio sul valore d'uso), quasi che il valore d'uso non ne fosse anch'esso toccato: "Chi ci assicura di questa distinzione?" – di questa pura distinzione, cioè, fra valore d'uso e valore di scambio?
Se la distinzione non è mai pura, significa che la cosa è sempre, già da sempre "scambiata". E infatti: il primo e più fondamentale degli scambi, quello che rende possibile ogni equivalenza (e per esempio quella fissata nel prezzo) è lo scambio dell'identificazione. Non è che identificare una cosa (una biglia di vetro, ad esempio) significa cambiarla o scambiarla, ma per scambiarla, potremmo dire, occorre che sia all'opera l'effetto "in quanto". E ancor prima per usarla: sia infatti che io voglia venderla, sia che voglia usarla, occorre che io la prenda in quanto gioco, e non in quanto pezzo di vetro (e per di più, per prenderla come gioco, occorre pure che altri la prendano così: ma questa complicazione, per cui nessuna identificazione si fa da soli, qui ce la risparmiamo).
* * *
La critica di Derrida dice dunque (o le possiamo far dire): ogni cosa è presa in quanto. Questo effetto non lo puoi togliere mai. La prima risposta potrebbe essere: d'accordo, non prenderò mai la cosa tutta. La cosa tutta (la realtà vera) è perciò un miraggio proiettato dall'in quanto? Ora, sarà pure un miraggio, ma senza quel miraggio, come posso vedere:
1- i molti in quanto della cosa?
2 – l'in quanto stesso?
1 - Prendere la cosa per un lato soltanto, senza vedere i suoi molti lati: questa è poi l'alienazione, che Marx critica.
2 – Con ciò, d'accordo, non siamo ancora alla cosa tutta, onnilaterale (il miraggio). Siamo ai molti lati, non alla cosa da tutti i lati. Ma senza di essa, la realtà tutta, vera e intera, non viene forse definita proprio dall'effetto "in-quanto"? Cioè: non è ora questo stesso effetto la verità della realtà tutta?
* * *
Ma poi (seconda risposta): è davvero così difficile prendere la cosa da tutti i lati? Prendo una biglia di vetro, e gioco. Derrida mi farà notare che la prendo in quanto biglia. Ma io dico: questo è solo il modo in cui tu intendi che io l'abbia presa, e di cui hai bisogno per distinguere i molti lati della cosa. Certo: se vuoi i molti lati della cosa, per criticare l'alienazione, devi prima mostrare l'effetto all'opera, e poi come l'alienazione consista nell'oscurare gli altri lati della cosa. Devi eseguire tutte e due le operazioni. E se invece ti porti al di qua dell'operazione stessa di identificazione, accusando l'effetto "in-quanto" in quanto tale?
Ora, Derrida penserà che così siamo catturati dal miraggio. Ma in realtà è lui che è prigioniero della intranscendibilità dell'effetto "in-quanto". E non è che così si rinuncia a criticare l'alienazione in quanto si rinuncia a mostrare gli altri lati della cosa; si afferma piuttosto la possibilità di un mondo dis-alienato (che può anche essere la possibilità di descrivere in questo modo una piccola porzione di mondo, o di vita).
Ecco tutto. Derrida pensa in fondo che la cosa tutta sia solo un miraggio, e che sia pericoloso non vedere che è solo un miraggio, perché è pericoloso pretendere di realizzarla, sganciando la cosa da tutti gli in quanto che le sono agganciati sul dorso. Io penso invece che è pericoloso pretendere di realizzarla (vedi post precedente), anche perché non c'è da sganciarla da alcunché (altrimenti non è la cosa tutta, ma la cosa sganciata) ma ciononostante non penso che sia un miraggio. Intendere il possibile come un miraggio solo perché non è realizzabile è infatti dare ragione alla realtà dell'alienazione.
* * *
Infine: la cosa tutta, se è tale, è sempre reale e mai da realizzare. È reale, ma ora non chiedetemi di identificarla. (E così si dà ragione a Macherey, che chiede di rimaterializzare Marx, dopo la dematerializzazione di Derrida. Rimaterializzarlo dopo la dematerializzazione richiede un nuovo concetto di realtà che, come si vede, non si oppone al possibile)
 

Postato da Azioneparallela | 11:12 | commenti (2)

14/06/2009
Il sorriso della giovane cameriera

 "Nei Souvenirs di Alexis de Tocqueville si narra di una giornata del giugno 1848. Siamo all'ora della cena, in un bell'appartamento della Rive Gauche, VII Arrondissement. La famiglia Tocqueville è riunita. Nella dolce serata, tuttavia, improvvise risuonano le cannonate che la borghesia tira contro la canaglia operaia insorta – rumori lontani, dalla Rive Droite. Ma a una giovane cameriera, che serve in tavola e che arriva dal Faubourg Saint Antoine, sfugge un sorriso. Viene immediatamente licenziata. Non v'era forse, in quel sorriso, il vero spettro del comunismo? Quello che atterriva gli Zar, il papa... e il sieur di Tocqueville? Non v'era là una scintilla della goia che costituisce lo spettro della liberazione?" (Il sorriso dello spettro, in Aa. Vv., Marx & Sons. Politica, spettralità, decostruzione, Mimesis, MIlano 2008)
* * *
"Perché la decostruzione si inceppa, subordinando la nuova fenomenologia dello spettro (che, ciononostante, ha una base ontologica produttiva e singolare) alla più antica delle ontologie reazionarie: quella teologica?"
Toni Negri su Jacques Derrida. Più precisamente: su Spettri di Marx (nel saggio citato).
Volgarizzando un po': la fenomenologia dello spettro è la descrizione di come funziona il capitalismo moderno. Marx però poteva ancora descrivere il capitalismo moderno per smascherarne la logica, perché, a smascheramento effettuato, aveva da liberare dallo sfruttamento capitalistico il lavoro operaio: una cosa ben reale. Invece con Derrida diviene ingenuo pensare che vi sia un soggetto produttivo (reale e non spettrale) da emancipare. E così quel che rimane a Derrida (al "triste tergiversare di Derrida") non è una prassi politica ma solo un "discorso di resistenza etica" dai contorni paradossali (infinitamente altri da ogni definizione di diritto).
Invece Negri:
"Se Derrida, con zelo e intelligenza, affina le «armi della critica», gli fa tuttavia difetto l'altra spettrologia, quella organizzata dalla «critica delle armi".
Ecco il punto. Il concetto di realtà che non c'è in Derrida è quello che organizza e autorizza la critica delle armi. Se devi (come devi?), "costituire una nuova realtà", c'è poco da fare: le armi della critica non bastano.
* * *
Ora, il Sieur di Tocqueville avrà visto lo spettro del comunismo, sul volto della giovane cameriera. Ma la giovane cameriera no: lei non l'ha visto né, soprattutto, dato a vedere. E perché lo spettro diventi reale, "nuova realtà", c'è bisogno che anche lei, che anche la cameriera voglia darlo a vedere. Ma la cameriera vuole darlo a vedere? Vorrà mai darlo a vedere? Di quale critica c'è bisogno perché voglia anche lei "costituire una nuova realtà"? Se non bastano le armi della critica per strapparla alla tavola imbandita, la critica delle armi finirà col rivolgersi anzitutto contro di lei, contro il suo volere. Perché avrà pure sorriso, ma un sorriso non basta, per "costituire una nuova realtà".
Il sorriso della cameriera sta invece tra la tavola imbandita da lei ma non per lei, e le barricate, alzate non da lei ma per lei. Forse, non vi è sorriso se non lì. Negri pensa che la prima cosa non va bene, ma la seconda sì (il Sieur di Tocqueville pensa naturalmente che la prima va bene, la seconda no). Forse Derrida è più fedele al senso di quel sorriso, che si allarga sul volto della giovane cameriera tra le due situazioni: gli va bene questo tra, più rispettoso di lei delle altre due situazioni.
Questo tra è, infatti, il senso della realtà per la decostruzione: (più di) un sorriso tra le tavole e le barricate.
(E lo sfruttamento? C'è, e come se c'è. Ma forse ci si illude se si pensa che fiorirebbero più sorrisi, se accettassimo di morire sulle barricate per rovesciare le tavole).

Postato da Azioneparallela | 07:42 | commenti (1)

13/06/2009
L'autore impegnato

"Scurati ha indosso la sua solita scura tenuta oltre al solito sguardo accigliato - non per niente egli è un autore impegnato" - Gaetano Cappelli, intorno al Premio Strega. (Non ho mai letto un suo libro, credo che lo farò)

Postato da Azioneparallela | 19:57 | commenti

12/06/2009
Avrà tre grandi anime

Con la consueta antiveggenza, Michele Salvati spiega a Il Foglio quale rotta deve scegliere il PD. Un partito unico, che tenga dentro anche socialisti, comunisti, radicali, dipietristi, e le cui anime politiche e culturali siano identificabili con Giulio Tremonti, Maurizio Sacconi, Renato Brunetta.

Facile, no? Ha lasciato di là Fini ma, a parte questo, non mi viene in mente neanche un'obiezione

Postato da Azioneparallela | 10:26 | commenti (6)

10/06/2009
Obsolescenza

Vorrei affrontare il problema del rinnovamento del PD da cinque punti di vista differenti. Questi.

Postato da Azioneparallela | 11:49 | commenti

09/06/2009
Dieci domande (e relative risposte)

Visto che si indulge nel giochino delle domande, ne produco dieci anch'io. Ma ci metto pure le risposte:
Sei soddisfatto del risultato elettorale del PD?
No.
Apprezzi il profilo politico e programmatico del PD?
No
Sei soddisfatto del risultato elettorale dell'IdV?
No
Apprezzi il profilo politico e programmatico dell'IdV?
No
Sei soddisfatto del risultato elettorale dei partiti alla sinistra del PD?
No.
Apprezzi il profilo politico e programmatico dei partiti alla sinistra del PD?
No.
Sei per l'autosufficienza del PD o per una politica di alleanze?
Non capisco la domanda: sembra formulata come se si trattasse di un'alternativa reale.
Sei per un partito più a sinistra, o per un partito più al centro?
Rispondo con una domanda: rispetto a un anno fa, il PdL è più a destra o più al centro?
Ma insomma cosa vuoi?
Voglio capire. E convincermi che non è necessario che, a parte Noemi e Kakà, sia il Pdl o la Lega a scegliere i temi sui quali si vincono o perdono le elezioni (tipo la sicurezza).
E da dove cominceresti a cambiare: dai programmi o dai dirigenti?
Questo è importante: dalle parole d'ordine. E poi dalla capacità, che sembra perduta, di chiedersi di chi vuoi il voto.
Postilla.
(Ma poi: che razza di domande! Come si cambiano i dirigenti, se non si cambiano i programmi? E come si cambiano i programmi, se non si cambiano i dirigenti? E se allora uno vuol cambiare programmi e dirigenti, non fa prima ad andare in un altro partito, o a fondarne uno ex novo? Ma non è che perciò uno non voglia cambiare nulla. Tutt'altro. Se però la domanda non ha una risposta, forse è sbagliata la domanda. E' sbagliato attardarsi sulla domanda. E finché rimane in piedi la domanda, nessun cambiamento parrà mai abbastanza. Allora: vuoi cambiare? Comincia col cambiare le domande, e vedrai che appresso se ne verrà tutto il cambiamento che vuoi)
(E certo: non si può chiedere agli elettori di avere pazienza, ma tu devi sapere che la pazienza, cioè la determinazione, resta una virtù politica).

Postato da Azioneparallela | 16:42 | commenti (2)

08/06/2009
Il contributo di Baruch Spinoza alla discussione Serracchiani/Scalfarotto che impazza su Friendfeed

Dirò che l'idea di Pietro, in rapporto a me, ha maggior perfezione intrinseca dell'idea di Paolo, poiché l'idea di Pietro mi rende felice e l'idea di Paolo mi rattrista. Quando l'idea di Pietro succede all'idea di Paolo dirò che la mia forza d'esistere o la mia potenza d'agire è aumentata o favorita; quando è il contrario - quando, dopo avere visto qualcuno che mi rende felice, vedo qualcuno che mi rattrista - dico che la mia potenza d'agire è inibita o impedita. (A voi sostituire Pietro e Paolo con Ivan e Debora).

(in attesa dei risultati)

Postato da Azioneparallela | 17:07 | commenti

Meta-

Prima che vi dedichiate tutto il giorno ai risultati elettorali, vi segnalo questa notizia: Godard si appresterebbe a fare un film da Gli scomparsi, di Daniel Mendelsohn. Ora, tra le cose notevoli c'è pure il controverso rapporto di Godard con l'ebraismo, di cui parla Pierre Assouline, che segnala la notizia.

(Ma nel blog di Assouline c'è anche qualche parola di Mendelsohn, a cui si chiede cosa pensi dell'interesse di Godard per il suo libro; e la risposta è: "Io sono colpito dal fatto che nei suoi film, Godard esamina i modi di fare un film. Ebbene, nel mio libro, anch'io mi interrogo sulle possibilità della rappresentazione". Il che - com'è chiaro - rende filosoficamente interessanti tanto il libro quanto i film)

Postato da Azioneparallela | 09:14 | commenti

07/06/2009
Tra geografia e politica

Se è la geografia che fa la politica, allora la "cifra" politica non può salire: resta legata al suolo, stabilita dalla conformazione di un paese, e dai suoi retaggi naturali ancor prima che storici. Eppure Giulio Tremonti, nell'importante intervista che ha rilasciato prima del voto a Il Messaggero, ha sostenuto il contrario: che la cifra della politica sta oggi crescendo e un nuovo primato sulla tecnica è consegnato ad essa dalla crisi economica in corso, ma che d'altra parte, almeno nel nostro Paese, il voto si esprime con una "storica fissità corrispondente alla geografia degli ottomila comuni dove voti come votava tuo padre".
Tra le due proposizioni non c'è aperta contraddizione. Se non altro perché la prima, quella 'geografica', è riferita solo all'Italia, alle sue abitudini di voto che, nonostante la recente alternanza al governo del paese fra centrosinistra e centrodestra - forse la vera innovazione politica, in meglio, della seconda Repubblica – rimarrebbero sostanzialmente immutate nel tempo, e soprattutto immutabili, come i monti o i fiumi che attraversano lo Stivale; mentre la seconda, quella sul crescente peso della decisione politica, è riferita piuttosto allo scenario internazionale e soprattutto europeo: è in Europa che è tramontata l'ora dei tecnocrati, mentre appare nel quadrante della storia l'ora dei governi e degli Stati (e, si spera, del Parlamento europeo).
Non c'è aperta contraddizione, ma ci sono due pesi e due misure. La misura europea è scritta, giustamente, nel tempo: con la crisi si apre un nuovo tempo della politica europea, e nuove responsabilità si profilano per le sue classi dirigenti. Se vi è infatti un continente che non è una mera espressione geografica ma una schietta manifestazione storica, questo è l'Europa (che d'altra parte ha inventato il concetto stesso di storia). Ortega y Gasset diceva che l'Europa è l'unico continente che ha un contenuto, proprio perché ha un'esistenza storica: nell'epoca in cui la geopolitica riprende i suoi diritti, mentre le filosofie della storia sono decisamente in affanno, non è inutile ricordarlo.
La misura italiana è scritta invece da Tremonti nel suo ordinamento spaziale: nella sua geografia urbana, anzitutto, che gli appare tenacemente resistente ai corsi storici. Più profonda di qualunque modernizzazione, di qualunque cambiamento demografico, di qualunque mutamento sociale e culturale che abbia interessato il Paese nel secolo scorso e in questo primo scorcio di XXI secolo: "Quello che cerco di dire è che, archiviato il caso impossibile del governo Prodi, questo è un paese fondamentalmente di centro-destra".
Ora, non è così. E non solo perché, come dicevano i medievali, ab esse ad posse valet consequentiam – se una cosa è accaduta, vuol dire che era possibile – ma proprio per le ragioni della politica che così efficacemente Tremonti difende. In una maniera che, va riconosciuto, è di gran lunga più convincente di quanto non osino fare oggi i leader del centrosinistra, ancora troppo condizionati, soprattutto quando sono all'opposizione, dal vento a volte impetuoso dell'antipolitica (che è l'altra innovazione della seconda Repubblica, ma questa volta non si può dire che sia in meglio). Tremonti ha infatti ragioni da vendere quando, rivolto al partito democratico, afferma che connotare un partito anzitutto sul terreno etico, di valori che sono essenzialmente individuali – la serietà, ad esempio, o la rettitudine, o il decoro: come in effetti, a leggere i giornali, pare che stia accadendo – "non è un'idea politica positiva". Ha ragione Tremonti proprio perché chiede al pd di esprimere una politica, e non semplicemente di fare una predica. Ma esprimere una politica, all'altezza dell'attuale momento storico, significa precisamente proporsi di modificare il comportamento elettorale degli ottomila comuni italiani: non consegnarsi alla geografia immodificabile del Paese, ma riprendere tra le mani il filo della sua storia. E se la "cifra" politica sta salendo, cresce anche la possibilità di farlo.
In un senso o nell'altro. In fondo, Tremonti è poco generoso anche nei confronti dello schieramento al quale appartiene. Che non è maggioranza nel paese solo perché il paese è "fondamentalmente di centro-destra", ma perché ha saputo chiudere una certa rappresentazione della storia d'Italia, e costruirne un'altra, in cui non trovano posto le tradizionali culture politiche della storia italiana del '900, finite tutte all'opposizione. Ha saputo cioè vincere una partita che – come sempre meglio si vede – si è giocata per l'appunto sul terreno accidentato e mosso della storia, non su quello immobile della geografia.
È una lezione impartita peraltro proprio dalla saggezza civile di Croce, a cui Tremonti stesso si richiama: "Qual è il carattere di un popolo?", si chiedeva Croce. E rispondeva: "La sua storia, tutta la sua storia, nient'altro che la sua storia", poiché è un errore "staccare il carattere di un popolo dalla sua storia e rappresentare prima il carattere, con l'intento di cercare poi come questo abbia agito e reagito agli avvenimenti, cioè quale storia abbia avuto. Ma se il carattere si pone come bello e pronto, nessuna narrazione storica può seguire".
Ed è un errore che, votino gli italiani a destra o sinistra, è bene che non commettano, se vogliono ancora avere, in Europa, una storia.
(Il Mattino)

Postato da Azioneparallela | 16:24 | commenti

Amori

Torno a un mio vecchio amore: "Tre anni fa Antonio Scurati, autore di un romanzo storico, sosteneva che l'unica cosa che oggi uno scrittore può fare è scrivere romanzi storici. Oggi, autore di un romanzo su un fatto di cronaca, sostiene che l'unica cosa che uno scrittore può fare è misurarsi col tempo della cronaca".

(Carla Benedetti su Il primo amore)

Postato da Azioneparallela | 09:30 | commenti (1)

Dentro di loro

Il tema dell'estate assegnato da Il Foglio è: "che c'è dentro di me". Il quale mi pare che dica - se capisco bene - che c'è una cosa che chiamiamo "sé", la quale ha un "dentro" (e immagino anche un "fuori", però evidentemente meno interessante), in cui ci sarebbe "qualcosa", che però non è ben chiaro cosa sia, perché altrimenti non staremmo a ragionarci sopra per l'intera estate. Nonostante questa poca chiarezza, ci sarebbe già un nome per questa "cosa" che si trova "dentro" di "sé" ma che non si sa bene che cos'è, ed è, stando a Il Foglio, "coscienza". Oppure la "coscienza" è ciò che serve per cercare quel che c'è "dentro" di "sé": ma allora dove si trova, a sua volta, la "coscienza"? Oppure chi "ha" coscienza (perché la coscienza è una cosa che si ha - oppure che si è?) sa già, per il fatto stesso di aver coscienza, che ha coscienza, e che ce l'ha dentro di sé? Ma perché per aver coscienza di aver coscienza, bisogna avercela "dentro"? O si tratta di quel che è "dentro" la coscienza, e di cui la coscienza stessa nulla sa? Ma come fa la "coscienza" ad avere un "dentro"?  (Son metafore? D'accordo, e allora me le sostituite, per favore, con le espressioni proprie?)

Com'è chiaro, io ho difficoltà non con la ricerca di ciò che è dentro di me, ma con l'assegnare un significato chiaro ai termini che definiscono il campo dentro cui si dovrebbe condurre la ricerca. Presumo che mi si chiederà di non far finta di non capire, e di fare qualche sforzo, per esercitare in prima persona quella riflessione grazie alla quale ciascuno scopre di avere un sé (o scopre di avere un dentro, o scopre che il suo sé ha un dentro?). Come se poi fosse ben chiaro cos'è la "prima persona". In ogni caso, adesso è tardi, ma domani giro la domanda di Ferrara a Renata, di anni otto e mezzo, Enrico, di anni cinque e mezzo, e Mauro, di anni tre, e vediamo se loro capiscono meglio di me cosa si vuole con questa storia di quel che è dentro di loro

Postato da Azioneparallela | 00:56 | commenti (4)

06/06/2009
Buone notizie dal satellite

Sul sito di Red TV, cominciano a riapparire le puntate di Europa, Occidente. Per ora, potete ascoltare il primo colloquio, con Vincenzo Vitiello.

Postato da Azioneparallela | 15:33 | commenti

05/06/2009
Q.E.D.

Oggi, alla scuola materna di Aiello di Baronissi, c'è stata la festa di fine anno. I bambini di cinque anni, tra i quali Enrico, salutavano le maestre perché dal prossimo anno comincia anche per loro la scuola elementare.
I genitori, a loro volta, han salutato le maestre - c'era pure la maestra Bice che andava in pensione, e quindi i saluti sono stati più calorosi del solito - e anch'io, com'è usanza, ho porto i miei saluti. Ma al momento di andarmene, raccolta la pergamena, il grembiule, i quadernoni, i figli, sono stato richiamato: - il sig. Adinolfi? -, mi dice una mamma. - Sì, sono io - rispondo. - La cerca l'insegnante di religione -. In effetti, non l'avevo salutata: colpa mia che per un vecchio riflesso laicista dò importanza solo agli insegnamenti curriculari. Mi avvicino all'insegnante di religione, la quale mi fa:

- E' lei il sig. Adinolfi? -:
- Sì, sono io -.
- Guardi, volevo avvertirla che ho trattenuto il quaderno di religione di suo figlio -:
- ?? -.
- Siccome sono in prova, devo documentare il lavoro svolto quest'anno, e ho scelto il quadernone di Enrico perché è quello meglio riuscito. Poi glielo farò avere, non si preoccupi -:
Guardo i quaderni, guardo la maestra:
- Lei legge per caso il mio blog? - le chiedo.
- Blog? -.
- No, niente, non si preoccupi. Allora mi avvertirà la scuola quando potrò ritirare il quaderno -.
- Si grazie -.
- Arrivederci -.
- Arrivederci -.

 

Postato da Azioneparallela | 15:28 | commenti (2)





Who Links Here